In un paese fatto di tifoserie, chi rimane terzo e lontano dai cazzotti merita una menzione d’onore, un elogio, se non altro per il buon gusto estetico. Un poco inorriditi dalla rissa permanente della politica italiana, ci tiriamo via e ragioniamo. Come a ragionare è stato Alessio Mannino in un articolo molto intelligente apparso sulle pagine di questa rivista digitale. Un articolo che appunta il bilancio di un anno di governo gialloverde per trarne le dovute conclusioni: a questo giro di giostra chi votare? Mi turo il naso e voto M5S, enuncia Mannino in un accesso montanelliano, richiamandosi a chi nel paleolitico 1976 dichiarava: “è un referendum. Fra quaranta giorni saremo chiamati a scegliere non un partito, e nemmeno un governo, ma un regime”, ovviamente preferendo il regime democristiano a quello comunista. Ma Montanelli aveva di fronte a sé due tra i migliori partiti che si potessero pretendere: come qualcuno ebbe a dire, quella era la serie A del potere, poi venne promossa la serie C. Ebbene lo slogan montanelliano, questa volta stirato a favore del M5S, non funziona, e proprio per i motivi che lo stesso Mannino ha indicato.

Indro Montanelli

In primis, si votava per decidere un regime, se quello liberal-democratico incarnato dall’unico grande partito di governo o quello che guardava al di là del muro di Berlino per trarre ispirazione e programmi. Qui non si vota per un regime, checché ne dicano i politicanti à la carte che presentano un rimpiazzo ai vertici di qualche istituzione come una rivoluzione (mai sentito di Danton, Lenin, Che Guevara?). Secondo aspetto, la battaglia tra le forze nuove del “cambiamento” e le forze vecchie dello “status-quo” è uno scannamento del tutto comunicativo, giacché spenti i social network e affacciato il naso fuori dalla finestra poco è cambiato. Nessuno ha marciato armi in pugno sul Quirinale, mi spiego? Certo il modo di stare al mondo dei due partiti di governo è tutto particolare, ma vinte le elezioni grazie ai vaffa e agli immigrati, governare è tutto un altro paio di maniche. E Mannino ha efficacemente sintetizzato tutti i buoni motivi per cui considerare quest’anno di governo un buco nell’acqua potrebbe non essere esagerato, andate a leggerli. I due partiti se le danno di santa ragione e la montagna del contratto di governo ha partorito il topolino delle leggi approvate e delle riforme abortite. Un magrissimo risultato.

Mannino ha anche ragione nel sostenere che Lega e M5S hanno una radice in comune che li costringe a rimanere sotterraneamente saldati l’uno all’altra, ma su quali fondamenti e a che prezzo? Rifiutano la liberal-democrazia a tutto vantaggio di una non meglio definita democrazia diretta, sono contro l’Unione europea ma solo a parole e cercano di servire gli interessi italiani invece che gli stranieri ma non si è ancora capito come. Beh, se la democrazia diretta dev’essere quella di chi decide la propria linea politica sul sito internet di una società privata e si affida alle magie di un Casalino o raccoglie gli umori che si respirano nelle piazze più scalcinate e nei commenti dei post di facebook, potremmo ben dire di trovarci in un Grande Fratello (quello di Canale5, non di Orwell), in cui è il concorrente di turno a decidere le sorti di un paese, affidandosi al televoto e ai suggerimenti degli autori.

Francamente, per tornare al lontano 1976, il confronto tra una Democrazia Cristiana che partoriva il meglio dei chirurghi istituzionali e la Scuola delle Frattocchie che laureava il meglio dell’intellighenzia comunista mi obbliga ad asciugare dalle lacrime la tastiera di questo mio povero computer. Qui non siamo alla rappresentatività conquistata dopo anni di militanza e di studi ma al casting. E neppure di quello cinematografico, ché può sempre capitare un produttore occhiuto che scovi talenti, ma al casting della piazza virtuale. Come già puntualmente sintetizzato da Sechi, Salvini non è un influencer, bensì un follower dei suoi elettori. Di Maio invece ha provato a incravattarsi e ad adottare un linguaggio da mediatore, ma non regge nel ruolo di un novello Andreotti, manca lo spessore.

Mannino scrive giustamente che nel confronto tra liberali e democratici, Lega e M5S si situano tra i secondi perché trascrivono direttamente le priorità e le esigenze dei cittadini nell’agenda delle istituzioni. Ma supponiamo per un attimo che in cento persone chiamiamo a turno una radio per il collegamento in diretta e ci mettiamo a ruttare sonoramente e con sommo gusto nel microfono del nostro telefono. Per una sera il rutto sarà oggetto principe del palinsesto radiofonico, non per questo però la redazione ne farà un programma intero. Per questo nelle liberal-democrazie esistono i partiti, le istituzioni di raccordo e di controllo, la divisione dei poteri e la libera stampa. È fin troppo facile schermarsi dietro un “ce lo chiede la gente”: e chi mi dice che quel bisogno tanto reclamato non sia indotto da una tua precisa volontà politica? Come accade con la pubblicità, i gusti e le idee sono malleabili e la psicologia delle masse è molto delicata: non si può trasferirla paro paro nelle istituzioni di governo di sessanta milioni di individui, siamo seri.

I gialloverdi credono di ridare voce alle necessità degli italiani ma purtroppo, come scrive lo stesso Mannino, vuoi perché più integrati nelle maglie del sistema (Lega), vuoi per difetto di spessore politico e culturale (M5S), lo stanno facendo male. Tradotto in parole semplici: la Lega è pur sempre vecchia politica e il M5S non è all’altezza del compito. E ti pare poco, detto da uno che dichiara anche di voler votare il secondo protagonista? Non stupisce poi che l’elenco di quanto (non) fatto dal governo basti per arricciare il naso tanto da sentirlo bruciare.

E giungiamo alla nota più dolente di tutte: la “mancanza di sovranità” denunciata come problema primigenio. Questo è il punto centrale e non stupisce che un paese a sovranità limitata sia stato il primo in Europa a esprimere un governo interamente populista. Ricordiamoci della storia: abbiamo perso la seconda guerra mondiale, siamo stati un paese sconfitto che ha subito un trattato di pace e che ha poi contribuito a cedere la già limitata sovranità alle istituzioni europee. A queste condizioni, di grazia, di quale sovranità stiamo parlando? Non il complotto plutocratico-finanziario per impoverirci ma cent’anni di storia ci conducono fin qui, a Salvini, Di Maio e colleghi che propongono di rivoltare il paese come un calzino, di cambiare l’Europa, di riacciuffare la sovranità perduta, ma di fatto più di qualche decreto per chiudere i porti, farti comprare la pistola e dare un aiuto a chi non ha una lira non possono fare. E sottolineo dieci volte il non possono. Il coraggio, uno non se lo può dare, diceva don Abbondio; e la sovranità?

Trovo anomalo che chi voglia di fatto fiancheggiare gli attuali governanti sia costretto a scrivere che sono dei sovranisti immaginari, sicuramente non all’altezza del compito, furbi più che scaltri, involontari più che consapevoli. Ah. E io che pensavo di essere critico. A volerne parlare male, cosa si dovrebbe dire? Infine Mannino ci dice che solo grazie a loro [il M5S], sarà possibile continuare nella sana opera di erosione della facciata del Potere. Credimi, mi piacerebbe molto ma purtroppo questa erosione non la vedo, sarà che sono un po’ miope. Ma pure inforcando gli occhiali continuo a sperare che chi ci governa lo faccia veramente perché vuole prendersi cura di noi, senza crederci: non per cattiveria, perché un meccanico che non consce la struttura di un motore e manca di cassetta degli attrezzi non si è mai visto. Non voglio negarti il diritto alle tue pie illusioni e spero che tu abbia ragione ma lo scetticismo non mi consente di stare tranquillo. Parliamo di ciccia: dove sono la loro politica economica, la politica estera, quella industriale, dove le roboanti riforme? Dove intendono posizionarsi nel campo internazionale e cosa hanno in mente per risollevare la domanda interna e la buona imprenditoria nostrana?

Non è coi sogni che si arriva a fine mese. E sul più bello dei sogni ci si sveglia, spesso di soprassalto. Per questo difendo il diritto alla terzietà, allo starmene per il momento in disparte a guardare che succede: perché certo i partiti che hanno governato prima non saprebbero fare meglio, essendo ormai i veterani vecchi e stanchi di una guerra finita chiamata seconda repubblica. Ma finché i nuovi non molleranno i social network per fare politica con la p maiuscola, non me la sento di dare indicazioni di voto. Ciascuno faccia quel che crede, in piena coscienza, perché in una fase di transizione storica la certezza su chi sia il miglior depositario dell’interesse collettivo è pretesa troppo impegnativa.