Il Partito Democratico, nonostante le due vittorie alle regionali e la sicurezza ostentata dal premier, si trova in un contesto non facile ed estremamente complesso. Questi fattori di opposizione sembrano, per una volta, guidati da un sincero fondamento ideologico in contrasto con la linea di Renzi. La crisi dell’Euro pesa su tutte le forze che lo sostengono e il tempo dell’austerity e del “ce lo chiede l’Europa” sembra finito. Certo, il dissenso nascente non si può dire rivoluzionario, ma è un segnale che il pensiero unico sta lentamente sgretolandosi per lasciar posto a nuove linee politiche.

Un primo elemento di crisi è dato dal forte dato dell’astensione alle recenti regionali. La vittoria alle urne è stata certa per il PD, ma legittimata da una porzione veramente esigua degli elettori. Si possono trarre alcune conclusioni: l’elettorato emiliano non ha più la cieca fiducia di un tempo nelle forze della sedicente sinistra, soprattutto, e della politica in generale; nonostante i sostenitori del premier siano andati a votare, garantendogli la vittoria, questi sono una percentuale esigua del totale della popolazione; molti hanno compreso che il voto è un passaggio sostanzialmente burocratico, considerato che le vere decisioni vengono prese a livello europeo o internazionale. Collegato a questo c’è il secondo fattore di crisi: la Lega di Salvini. I voti nella rossa Emilia sono aumentati, e sono un termometro efficace per misurare l’aumento dei consensi al leader leghista (anche se l’astensionismo ha messo in ombra il suo risultato). Al di là di alcune polemiche più o meno provocatorie, la politica di Salvini è all’opposto di quella dell’altro Matteo: i temi dell’Europa e del lavoro sono sicuramente i più significativi, nonché legati anche a quello dell’immigrazione. La linea che potremmo definire brevemente “nazionale” (volendo anche richiamare il partito francese della Le Pen) si sta accattivando sempre più consensi con il vantaggio di essere totalmente altra rispetto all’europeismo, le cui contraddizioni si sono palesate. L’elettorato è disilluso e il gradimento della nuova pentarchia dei 5 stelle è tutto da verificare, Salvini potrebbe trovarsi a capo del più grande partito di opposizione. Da aggiungere a questi c’è il patto con Berlusconi, ma forse la sua incertezza è più strategia politica, in realtà l’intesa c’è.

L’altro fronte di critica è invece interno e più problematico. Solo pochi giorni fa la cosiddetta “minoranza PD” assieme alle altre opposizioni ha abbandonato l’aula della Camera durante le votazioni per l’approvazione del testo del Jobs Act. La minoranza, guidata da Civati, Cuperlo e Fassina (questi due freschi di convegni sui problemi dell’euro, da notare), critica il testo presentato perché l’idea di libertà impresa non può concretizzarsi nella libertà di licenziare. La possibilità di licenziare per motivazioni economiche non è stata ben chiarita, ma è evidente il tentativo di rendere il mercato del lavoro meno stridente con le oscillazioni finanziarie, come ha ben illustrato Gallino, fra gli altri. Nonostante qualsiasi discorso si voglia fare sulla politica è totalmente interno al sistema produttivo capitalista, è comunque da segnalare l’intervento di chi tenta di porre un freno alla deriva fallimentare neoliberista (tanto che lo stesso Juncker ha annunciato un piano di investimenti europeo per giugno 2015, ci si voglia credere o meno). Ciò nonostante sembra scontato l’appoggio della minoranza per l’approvazione della legge di Stabilità. Più da sinistra arrivano le bordate di Landini, circa gli onesti (termine più volte ripetuto che già odora di slogan politico) che non sostengono Renzi. Già i soliti nomi delle ammucchiate a sinistra (Arcobaleno, Rivoluzione Civile, Tsipras…) bussano alla porta, ma se il tema del lavoro fosse portato avanti con coerenza potrebbe rivelarsi una forza meno evanescente delle precedenti. Le anime della sinistra e del centrosinistra si sentono profondamente differenti, come ha scritto Roberto Scafuri de “Il Giornale”, parlando di frattura antropologica, ma le differenze di contenuti dovranno essere meglio trattate per convincere gli elettori: non è certo con un taglio più pop e basta che la condizione dei lavoratori migliorerà.

Tutte queste minacce alla stabilità del PD possono far presagire alcuni scenari. Se il decisionismo autoreferenziale del premier dovesse continuare, sicuramente l’opposizione continuerebbe a rafforzarsi, la crisi dura da molto e ancora non si vede la luce in fondo al tunnel. Andare a testa bassa contro le proposte dei sindacati e delle opposizioni può aver funzionato per il premier in assenza di opposizioni forti, ma si cominciano ad intuire dei segnali di rivolta. La vera forza di Renzi, al momento, sta nell’egemonia della sua proposta politica nella palude generale. Le forze interne ed esterne, tuttavia, iniziano a contaminare il PD, scuotendo l’unica forza di vasto consenso. Può questo portare a radicali novità? Sicuramente no, nessuna delle forze nascenti si propone una rivoluzione sostenuta da un programma alternativo organico e coerente, ma la disillusione e l’indifferenza figli dei vecchi poteri vanno combattute con ogni mezzo. Un’apertura a queste nuove proposte potrebbe evitare di fare al PD, di fronte alla storia, la figura del burattino.