Recentemente, un’importante rivista italiana riportava una notizia dal titolo quanto meno insolito: Uber è accerhiata! Con Uber, infatti, si indica un’azienda statunitense che fornisce un’applicazione tecnologica in grado di rivoluzionare il sistema del trasporto automobilistico privato: si tratta nient’altro che di una connessione informale tra passeggeri ed autisti. Una grande novità, che sta scardinando le logiche istituzionali esistenti. Inutile dire che, già da tempo, si sia evidenziata una forte opposizione all’Uber-fenomeno: i tassisti, ad esempio, vedono nello strumento in questione una forma di concorrenza sleale alla propria attività. Soltanto pochi giorni fa, anche la Spagna si è opposta ad Uber, vietandolo nei confini nazionali. E prima ancora, a fare lo stesso erano stati India e Brasile, oltre a tante altre piccole località.

In Italia, fin dalle prime apparizioni dell’applicazione di origine statunitense, la reazione da parte degli interessati era stata forte: soprattutto i tassisti delle maggiori città, quelli maggiormente messi in pericolo da una possibile trasformazione in senso meno corporativo del sistema del trasporto automobilistico privato, avevano già cominciato a dar vita alle prime forme di proteste, nel tentativo di informare sulla precarietà della propria posizione derivante dall’arrivo delle nuove realtà informatiche. Tuttavia, in Italia nessun passo istituzionale è stato ancora compiuto in merito. I vantaggi per il consumatore, derivanti da Uber, sono sicuramente notevoli: avendo la possibilità di compiere la propria scelta tra un maggiore ventaglio di elementi, la concorrenza non può che portare all’abbassamento drastico dei costi. Dall’altra parte, le associazioni che esercitano il mestiere, che in parte sono regolate su basi del tutto corporative, non possono che perderci nettamente dallo sviluppo di questi nuovi fenomeni. Detto ciò, una riflessione più generale può scaturire dall’analisi di questo fenomeno. In che cosa consiste, infatti, il rapporto tra il nostro sistema sociale e la continua evoluzione tecnologica? E’ davvero pronto il nostro sistema sociale ad assorbire tutte le novità che, giorno dopo giorno, il grande sviluppo delle forze produttive riesce a mettere in campo?

Un aneddoto di carattere storico sembra poter aiutare nella comprensione e nella risposta a questi quesiti. Nel Capitale di Marx, in una nota a fondo pagina nei capitoli riguardanti lo sviluppo della manifattura e la trasformazione delle imprese artigiane in industrie, si parla di un inventore che, nel Medioevo, un giorno, avrebbe inventato un macchinario capace di rivoluzionare il sistema produttivo esistente. Era un dispositivo che avrebbe facilitato la filatura; il tempo di ogni operazione e di ogni passaggio produttivo si sarebbe ridotto drasticamente grazie all’uso di questa macchina; una quantità ingente di forza-lavoro sarebbe stata risparmiata, e così espulsa dal processo produttivo. Le autorità della città in cui viveva l’inventore del macchinario (che lentamente si stava diffondendo nelle officine) si trovarono, così, di fronte ad un dubbio: o avrebbero dovuto permettere che la macchina prendesse piede nel processo produttivo, con i relativi benefici per la produttività; oppure avrebbero dovuto tenere conto delle conseguenze sociali (disoccupazione, immiserimento, sperequazione economica crescente) derivanti dall’adozione di tale strumento. La risposta delle autorità fu chiara e veloce: al costo del mantenimento dell’equilibrio sociale, fu vietata l’adozione del macchinario innovatore. Simbolicamente, telaio e inventore furono gettati in un fiume, tentando così di rilegarli in un oblio che avrebbe salvato la stabilità del presente. Ci sembra che, attraverso queste parole, si possa capire bene in che direzione si stia muovendo la nostra società.

L’immenso sviluppo delle forze produttive (che ormai potrebbe permettere a tutta l’umanità di vivere in maniera dignitosa, che potrebbe permettere l’abbattimento di ogni disuguaglianza, che potrebbe rendere non necessari tutti i paletti, le limitazioni, gli istituti corporativi) è in parte frenato e convogliato in direzioni meno pericolose delle scelte delle classi dominanti, che sono ormai spiazzate dalle loro stesse creazioni e che tentano ugualmente di preservare il proprio dominio politico. La possibilità per le classi dominanti di mantenere, oggi, il proprio ruolo, sta contemporaneamente nell’estendere ancora maggiormente lo sviluppo delle forze produttive e nel tentare di limitare le conseguenze sociali di questo sviluppo, che non potrebbero portare ad altro che al rovesciamento delle attuali gerarchie. Ma il tentativo non è valido: più l’uomo si emanciperà dalla natura e dal bisogno del lavoro attraverso lo sviluppo delle forze produttive, meno si avrà bisogno degli attuali rapporti sociali, che relegano un’immensità di persone ai margini. Un mondo più libero si avvicina per l’uomo: sta a lui, però, sempre e comunque, fare la scelta decisiva; sta a lui scegliere se vivere in questa o in quella realtà.