“Il nostro è un Paese molto difficile, si è creato un dominio delle corporazioni, ognuna pensa di avere ragione e ce l’ha con le altre categorie. Ma se non stiamo insieme non ce la possiamo fare”. Dopo Gian Carlo Padoan, attuale ministro dell’economia, che pochi giorni fa aveva lanciato un appello alla UE affinché “fornisca alle autorità nazionali strumenti per contrastare i gruppi di pressione che si oppongono alle riforme strutturali”, altre accuse piovono contro quelli che lo stesso premier ha definito i “salotti buoni” della politica italiana. L’invettiva arriva da Oscar Farinetti, patron di Eataly, apprezzatissima – anche all’estero – catena di prodotti alimentari di alta qualità, in parte proveniente dalle sue aziende, in parte selezionati da piccoli produttori locali, con tanto di corner di ristorazione annessi.

Il marchio, che oggi il marchio ha 9 filiali in Italia, 9 in Giappone, una a New York ed un fatturato che si aggira oltre il 200 milioni di euro all’anno, fu fondato dall’imprenditore di Alba nel 2004 grazie ai proventi della vendita di UniEuro alla public company inglese di vendita al dettaglio di elettronica di consumo Dixons Retail. Farinetti è un tipo sveglio, intraprendente, sempre tagliente nelle sue dichiarazioni ed interviste. Vicino a Renzi da tempi non sospetti, sul suo “impero non tramonta mai il sale”. Il prossimo progetto di questo Steve Jobs in salsa tartufata è particolarmente ambizioso: si tratta di Eataly World, una Disneyland del cibo situata nel cuore di Bologna, dove la sua pianura si dirada tra capannoni e vetrate; la campagna sventrata ansima per il cemento, il legname, i pannelli fotovoltaici e d’acciaio. Sulla scorta degli immortali precetti dello “stay hungry, stay foolish”, l’obiettivo è quello di portare nel capoluogo emiliano 10 milioni di visitatori l’anno.

Ma che cos’è Eataly World? Il CdA del CAAB, la location che ospita i mercati generali agroalimentari, l’ha definito nel giugno dello scorso anno il “più grande centro al mondo per la celebrazione della bellezza dell’agro-alimentare italiano”. Due volte il vaticano (72 ettari), posizionato in mezzo a svincoli e viadotti, il progetto prevede un parco tematico composto da 40 ristoranti, “stalle, acquari, campi, orti, officine di produzione, laboratori, banchi serviti, grocery […] Un percorso naturalmente attrezzato con adeguata cartellonistica, audio guide e accompagnatori didattici”. In poche parole, un’esperienza sensoriale, immateriale, tra olezzo di vacche, profumo di mandarini e impasto di pizza. E la mungitura farà il latte e il latte sarà mozzarella e la mozzarella sarà capricciosa e la capricciosa sarà fatturato.

Location predisposta, come già accennato, il CAAB, area di proprietà pubblica al 90%, nella periferia settentrionale di Bologna. La sigla suona anonima, la politica l’ha creata vent’anni fa spendendoci oltre 100 miliardi di lire. Eppure il CAAB che vive di notte e dorme di giorno è un punto nevralgico che incassa centinaia di milioni di euro e dà lavoro a oltre 2000 persone. Bob Dylan ha cantato qui per Giovanni Paolo II, era il 1997. Nel complesso però la struttura è enormemente sottosfruttata: Coop e grande distribuzione hanno fatto un sol boccone del commercio di prossimità che vi si riforniva. Dagli inizi del secolo il CAAB si chiama FICO, acronimo di Fabbrica Italiana Contadina, e naviga a vista grazie alle coperture politiche e finanziarie garantite dal suo deus ex machina, l’influentissimo docente universitario Andrea Segrè, anch’egli ambizioso e renziano fustigatore di sprechi alimentari (teorizza e pratica il consumo di yogurt scaduti). Sulla scarsa lungimiranza che ha portato il polo a divenire obsoleto in poco più di vent’anni, voluta dallo stesso partito che governa oggi, nessuno ha mai speso una parola.

E qui entra in campo Oscar Farinetti. Il perché è presto detto. Quando il sedicente professor Segrè, nel tentativo di far ripartire il motore imballato del CAAB, si inventa l’affascinante doppio senso, Farinetti non c’è. Il sindaco Virgilio Merola, bersaniano di ferro e presto convertito a Matteo Renzi, accoglie con entusiasmo l’idea, e Segré, che insegna Agraria ed è un assiduo frequentatore della Leopolda, inizia un tour che a Bologna è ormai di rito per chiunque voglia gettarsi nelle fauci del mercato: cooperative, fondazioni bancarie, mecenati di vario genere, personalità di spicco del mondo cattolico e laico. Servono dei milioni, non troppi, ma neanche pochi: un centinaio. Il planning del progetto rimane in congelatore per oltre un anno e mezzo, finché non appare come un’epifania joyciana Natale detto Oscar Farinetti. Il padron di Eataly fa qualche visita e spiega come la sua versione, ovvero come va il mondo: va dritto incontro a lui, verso Eataly. Distribuisce, calcola il flusso economico e occupazionale, invoca il piano di trasporto pubblico, pretende un convoglio per il CAAB, promette, ringrazia e arrivederci.

FICO diventa così Eataly World: il Consiglio di amministrazione approva seduta stante e il Comune di Merola ratifica. Con l’aiuto di Fabio Alberto Roversi Monaco, stimatissimo giurista ex magnifico rettore dell’Università di Bologna ed ex massone, plasmano in quattro e quattr’otto una società e sborsano 45 milioni di euro. Come se non bastasse, annunciano anche una joint venture economica con alcuni paesi asiatici come Giappone, Azerbaigian e Cina. Il Comune va in estasi e regala 55 milioni di patrimonio immobiliare. Ecco i 100 milioni che aveva prospettato Farinetti. Ma l’imprenditore piemontese non è nuovo a questo tipo di dinamiche. La sua foolishness infatti gli ha permesso di trovare porte spalancate a Torino in occasione dell’apertura del primo store di Eataly, i cui spazi concessi gratuitamente dall’ex banchiere e renziano di ferro Sergio Chiamparino, mentre a Bari dopo qualche capriccio ottiene dall’amministrazione PD un’autorizzazione in tempi record. Farinetti ama, da comunista, lavorare a Bologna ma si trova benissimo anche a Roma con Alemanno. Gode da morire quando pone il divieto d’ingresso nei suoi Eataly al deputato leghista Calderoli, e si vanta di aver dato lavoro a molte persone, tra cui figurano numerosi giovani, che con la sua infinita benevolenza “possono finalmente mettere su famiglia”. Le cose però non stanno esattamente così: a Bari, dopo appena due settimane di messa a regime, i sindacati dei lavoratori hanno denunciato che su un totale di 173 assunti, 160 assunzioni sono state fatte tramite contratti interinali che scavalcano anche la legge Biagi che prevede il massimo dell’8% quando si superano i 50 dipendenti. “Ho una licenza di sei mesi, come posso assumere a tempo indeterminato? Appena avremo le licenze definitive assumeremo tutti” garantisce da salvatore della patria.

Per questo ed altri motivi la retorica farinettiana si allinea perfettamente con quella sinistra che preferisce di gran lunga teatralizzare lo scontro politico per evitare che nei panni sporchi finisca il conflitto sociale, e glissa vergognosamente sulla distruzione ambientale globale posta in essere dal capitalismo, appendendoci di fronte un pannello solare come fosse una crepa sul muro da nascondere con un quadro. Foss’anche solo per questa sintonia, l’amore tra la sinistra in cachemire bolognese e Farinetti era destinato a scoppiare. A far scoccare la scintilla sono poi, en passant, anche quei 55 milioni di patrimonio immobiliare pubblico, ovvero gli edifici del mercato ortofrutticolo, che il Comune mette a disposizione del progetto senza alcuna garanzia economica come contropartita (CAAB parteciperà agli utili dell’Operating Company costituita ad hoc, che però raccoglierà «solo quanto necessario a compensare i costi di funzionamento», dunque che utili possono esserci?). Ad ogni modo, il Comune ha motivato l’approvazione sulla base del potenziale attrattivo a livello turistico, quei 10 milioni di visitatori all’anno attesi e stimati non si secondo quali parametri (per capirci: il Colosseo ne fa 6 milioni all’anno, i Musei Vaticani poco più di 4). Ciò che è certo e che non ci si è fondati su ritorni economici diretti: per quelli si preferisce tassare pesantemente i piccolissimi.

In un momento storico simile al nostro, pensare di portare fisicamente 10 milioni di persone in un luogo il cui valore d’uso è tutto da dimostrare, è una straordinaria creazione epistemologica dal nulla: un comunicato ufficiale del Comune datato 24 giugno li dà addirittura come un dato di fatto, prendendoli pari pari dalla delibera di CAAB del 3 giugno, che definisce il FICO “una sorta di grande parco giochi, con la stessa attrattività mondiale che ha Disneyworld, [che] potrà avere oltre dieci milioni di visitatori l’anno, diventando così il monumento più visitato in Italia”. Rimane il fatto che, al di là di un business plan targato Ernst & Young che, al di fuori dal CdA del CAAB, nessuno ha visto, non esiste né un’analisi globale dei flussi turistici, né uno studio puntuale sui parchi tematici.

La suggestione dei 10 milioni di turisti, come tutte le affermazioni prive di fondamento, è diventata occasione di fantasiose esegesi. Per Farinetti sono quasi pochi: in un’intervista rilasciata a Repubblica, ha che sarebbe una “libidine” battere Eurodisney, che a pochi chilometri da Parigi ne fa 12. Tiziana Primori (vicepresidente di Eataly e alta dirigente Coop) e l’onnipresente Andrea Segrè affermano con maggiore sobrietà che il break-even è fissato a 5 milioni di ingressi. Ma allora cos’è il FICO, un centro commerciale o un’ambiziosissima Disneyland mondiale? Interrogata dal Resto del Carlino a proposito la Primori, con la sfrontatezza di chi dà voce a poteri non abituati al contraddittorio, ha risposto: “Né l’uno né l’altro, non lo sappiamo neanche noi!”. Tuttavia la questione è di una certa rilevanza: si tratta dell’ennesimo centro commerciale che sarà ospitato in strutture pubbliche? Capire cosa sia il FICO sarebbe interessante anche per tentare una valutazione sulle sue possibilità occupazionali, che per i centri commerciali sono tipicamente negativi (sul sito trend-online.com c’è una ricerca che dimostra come che ogni posto creato nei mall se ne perdano all’incirca 6 tra i piccoli operatori).

Chi investe materialmente nel FICO? Il ruolo di investitore di punta è naturalmente riservato a Coop, che punta di investire nel project metà dei 45 milioni necessari. Ci sono poi, ovviamente, le banche. Emil Banca – legata all’universo delle coop rosse – è pronta a concedere linee di credito a chiunque che “volessero entrare nel progetto finanziario del grande parco pur non avendone le finanze”. Da sola può comunque fare poco: così i nomi che circolano sono Unicredit, il supergruppo assicurativo Unipol-SAI e Intesa-San Paolo, nonché la banca di EXPO 2015 che vede al vertice, con un vestito nuovo di zecca, l’evergreen Chiamparino. Mentre non è ancora chiaro ai più quanto Farinetti intenda rischiare di suo nel suo parco tematico, sono saliti sul carro Ascom e Confcommercio, che con tutta evidenza non hanno letto l’intervista apparsa sul Corriere di Bologna in cui l’inarrestabile imprenditore immagina «turisti che atterrano al Marconi e poi già lì si trovano un bel trenino con l’indicazione Eataly World che li porta direttamente sul luogo.” Un grande beneficio per i commercianti bolognesi che le due associazioni dovrebbero rappresentare. Fico, no?

Oltre all’interesse manifestato a più riprese dai dei petrolieri azeri di Sofaz e del fondo immobiliare The Link di Hong Kong, tra gli entusiasti della prima ora c’è anche chi gongola alla pretesa di Farinetti di infrastrutture e navette deputate. «Sarebbe bello» se il FICO segnasse la fine della «stagione di paralisi delle infrastrutture da cui Bologna non è uscita», ha dichiarato il Vicepresidente di Confindustria Gaetano Maccaferri, talmente affamato di cemento da dimenticare TAV e Variante di Valico. In ultimo c’è la recente adesione al progetto FICO di Granarolo – la cooperativa del latte tristemente famosa per le coraggiose proteste dei lavoratori migranti sottoposti a sfruttamento e riduzioni salariali in seguito ai processi di esternalizzazione e precarizzazione della logistica.

Secondo Nomisma, il FICO “potrebbe dare quello che manca [a un] comparto ancora considerato popolare, aumentando[ne] l’indice di attrattività» Tradotto: aumento dei valori immobiliari e nuove costruzioni. Naturalmente per CAAB il FICO è prevede “costi di territorio/cementificazione pari a zero, sostenibilità pari al 100%”. A fine 2013 il proteiforme sindaco Merola, ha chiesto e ottenuto dall’allora ministro delle Flavio Zanonato la promessa di una mano governativa a supporto del progetto. Tradotto: soldi o benefit e crediti dalla Cassa Depositi e Prestiti, cioè sono risorse pubbliche mascherate dietro al FICO.

A questo punto, fatto uno screening generale, dell’affaire FICO è necessario sottolineare tre aspetti particolarmente indicativi sullo stato dell’arte del dibattito politico che oggi domina l’Italia:

a) Come ha affermato in primis Matteo Renzi nel climax catartico della Leopolda, “la sinistra che non cambia diventa destra”. Il che, di per sé, non è nemmeno un concetto astrale. Il problema la palla passa alla questione-lavoro, che si trasforma così nel mantra “è di sinistra creare lavoro, non parlarne”. Qualsiasi lavoro va bene, purché sia. Nulla di nuovo – la sinistra in Italia ha smesso da decenni di parlare circa le condizioni del lavoro e di lavoratori – se non fosse che il ricorrente ed insistito intreccio con la kermesse milanese di EXPO 2015 (FICO aprirà appena chiude EXPO) porta con sé anche una tipologia di contratti resi possibili dal governo specificatamente per la manifestazione milanese: 80% di assunzioni a tempo determinato, stage a 516 euro al mese (orario scrupolosamente occultato in tutti i documenti ufficiali) e apprendistato per l’inesistente profilo professionale di “operatore di grandi eventi”. L’ex premier Enrico Letta, di questi contratti, disse che possono diventare un “modello nazionale”.

b) Il notevole indotto di mercato (e quindi di guadagni) creato dal brand del biologico sta facendo sfuggire pericolosamente di mano alla Coop e in generale alla GDO la questione della qualità del cibo. La renaissance contadina che, seppur con fatica, è in atto. E lo è particolarmente a Bologna, dove gran parte dei mercati contadini sono gestiti da Campi Aperti, associazione che si batte contro le normative punitive per i piccoli produttori, vende nei Centri Sociali e fa dell’agricoltura biologica, a filiera corta e a prevalenza di manodopera sui macchinari, una pratica politica radicale. Per contro: il carisma la seduzione banalizzante della tipicità incarnata da Slow Food e la potenza di fuoco economico del FICO sono gli strumenti con cui Coop punta a riconquistare l’egemonia sulla produzione di senso attraverso il cibo. Come poi questo venga coltivato e venduto – e da chi e dove – è questione che importa ben poco: fatti una bella mangiata e sparale grosse. Più o meno la filosofia è questa.

c) Renzi, nel suo programma, scrive che «nel mondo c’è […] voglia di visitare l’Italia, voglia di mangiare italiano, voglia di vestire italiano. Ci sono imprenditori bravissimi che sono riusciti a portare l’Italia nel mondo e far crescere il desiderio di Italia. Noi dobbiamo solo aiutarli». L’idea di Renzi, è dunque quella, allegramente fuori dal mondo nella misura in cui è romantica, di un’Italia proiettata quasi esclusivamente su ricettività turistica ed export alimentare, e quindi interamente dipendente dai flussi di denaro dei paesi più forti.

Per chi non lo sapesse: CAAB in prima persona ha diramato qualche mese addietro la notizia le mense delle basi militari NATO in Sud Europa saranno rifornite dalla piattaforma logistica bolognese, grazie all’appalto vinto da un’azienda il cui presidente è nientemeno che membro del CdA CAAB. Insomma, anche se non dovesse decollare il FICO, decolleranno piloti nutriti con i prodotti, eccellenti in quanto tali, dell’agroalimentare italiano.