Premessa: la democrazia “rappresentativa”, quanto meno da sé sola, non è vera democrazia. È una sua parodia liofilizzata, il falso nome con cui l’oligarchia del denaro fa credere al popolo di contare qualcosa barrando una crocetta sulla scheda. Ma come tutto, può essere usata, sempre ché in un dato momento abbia senso farlo. E vista la straordinarietà del momento politico attuale, a parere di chi scrive, adesso un senso può averlo.

Queste elezioni europee, di europeo hanno poco. Siamo chiamati ad un voto, di fatto, pro o contro il “governo del cambiamento”. Che finora non ha cambiato granché, tranne un fattore potenzialmente decisivo: il superamento del Partito Unico di Destra-Centro-Sinistra, identico nella sostanza (eurocratico, devotamente ligio agli insondabili “mercati”, obbediente al dogma del debito pubblico inestinguibile, va da sé filo-Nato e filo-americano, fedele a quella superata foglia di fico alias Costituzione, idolatra del religioso consumismo digitale nostra schiavitù quotidiana, in una parola: il blocco liberale), ma vario nelle forme superficiali e nelle sfumature secondarie (Forza Italia con la solfa del liberismo, il Pd con l’alibi dei diritti civili, Fratelli d’Italia che pateticamente cerca di essere più di destra di Salvini, Più Europa che ricicla i vecchi radicali orfani di Pannella santificando la inquietante Bonino, i Verdi che sopravvivono mestamente a se stessi e Sinistra Italiana tutta chiacchiere e distintivo).

Il merito storico della strana coppia Lega-Movimento Stelle è di aver rotto il tabù che mascherava una contrapposizione finta e anacronistica. Quella per cui il campo della politica sarebbe diviso da aree di valori inconciliabili, come se esistessero ancora una Destra legata al conservatorismo otto-novecentesco, una Sinistra fondata sul progresso sociale e un Centro cattolico e moderato. In realtà, son tutti più o meno ossequiosi al vangelo liberale.

I minimi comuni denominatori non sono affatto minimi: a riconoscersi nella sedicente liberal-democrazia, nel suo meccanismo pseudo-rappresentativo, nel modello che mette un prezzo alla vita e lascia marcire i superflui, nell’Unione Europea paravento e grimaldello di un preciso ordine d’interessi che non sono i nostri (sia di classe, l’élite finanziaria che mena il torrone ricattando gli Stati col finanziamento privato dei loro titoli; sia geopolitici, da un lato la Germania e in subordine la Francia, dall’altro gli Usa, a tenere in ostaggio a livelli diversi l’Europa), a considerare questo il migliore dei mondi possibili, è praticamente chiunque. Anche, a guardar bene, le due forze al governo. Ma con una differenza, rispetto al resto del circo: che sia nella Lega che nel Movimento 5 Stelle alcune istanze, o sarebbe meglio dire pulsioni in senso contrario, bene o male sono presenti. E sono queste ad aver reso possibile l’alleanza. Instabile, contraddittoria, precaria e innaturale quanto si vuole, ma possibile.

E si riassumono, per dirla in breve, nella confusa ma vitale richiesta di ridare priorità alle esigenze qui e ora dei cittadini in carne e ossa (il famoso “populismo” questo è) stufi di raccogliere le briciole dell’ingranaggio consuma-produci-crepa, altrimenti detto capitalismo, ma illudendosi ancora, purtroppo, di essere “liberi”. Tuttavia, vuoi perché più integrati nelle maglie del sistema (Lega), vuoi per difetto di spessore politico e culturale (M5S), i due compari lo stanno facendo male.

Abolizione della legge Fornero per restituire il tempo, vera e sola ricchezza, a lavoratori ormai logori? Sì, ma parziale. Reddito di cittadinanza, per garantire la dignità di cui la regola ferrea del massimo profitto si infischia e per cui lo Stato sociale è insufficiente? Sì, ma ridotto a un sussidio stra-condizionato e abborracciato. Flat tax, per non far risucchiare più della metà del proprio sudore nelle voragini dell’eterno dissesto finanziario? Un aborto. Rivisitazione della politica migratoria per resistere alla globalizzazione della merce-uomo, che va di pari passo con quella dei capitali e dei consumi? Una astiosa chiusura dei porti che da sola, senza rimpatri dei clandestini e soprattutto senza almeno porre il problema in tutta la sua vastità, compresa un’idea di integrazione compatibile, sembra un brutto inizio, più che una soluzione. La legittima difesa, bandiera salviniana? Una bandierina, che nei fatti modifica assai relativamente il diritto-dovere del giudice di indagare (e ci mancherebbe). La legge Spazza-corrotti? Buona con punte eccellenti, ma senza intervenire sui termini di prescrizione – cioè sul vero cancro della giustizia italiana che sono i tempi biblici delle sentenze – rischia di quagliare poco.

La sicurezza? Carne di porco per l’ossessione legge&ordine che dovrebbe piuttosto lasciar spazio a un immane ma necessario disboscamento delle leggi e a una riorganizzazione delle troppe, ma poco finanziate forze di polizia. L’autonomia delle Regioni? Un palliativo: senza una profonda riforma federale del dettato costituzionale, ammesso e non concesso che ne rimanga qualcosa dal futuro lavorìo di emendamenti in parlamento, ci terremo questo regionalismo raffazzonato che coesiste con un centralismo svuotato dai vincoli europei. I referendum propositivi per iniettare un po’ di democrazia diretta? Semi-neutralizzati con un quorum del 25%. L’abrogazione del vincolo di mandato? Espressamente rimangiata. Un ritrovato primato dell’ecologia sull’economia? Il tradimento differito sul Tav, quello sfacciato sul Tap e l’inevitabile fine della vicenda Ilva insegnano. Il rimborso dei risparmiatori sbancati? Avviato, ma solo in minima percentuale e sempre con la spada di Damocle che chissà un domani Bruxelles ritiri il suo miracoloso benestare. Il dietrofront da missioni di guerra – altro che pace – a cui ci siamo accodati per meglio servire il padrone americano? Lentissimo, dunque a rischio. Il conflitto in Libia in cui subiamo, al solito, l’arroganza francese? Ci barcameniamo per non far dispetto a nessuno.

Buone intenzioni rimaste lettera morta. Azioni lasciate a metà. Rinnegamenti in corsa. Molte parole (su tutte, la ridicola crociata contro negozi di cannabis light o l’ostensione del rosario paraculo) e pochi fatti (rivoltare la Rai, abolire l’Ordine dei Giornalisti, la fine dei sindacati per dare le aziende a chi lavora: chi li ha più visti?). Messe pure nel conto la difficoltà di districarsi fra burocrazie infide e totem sacri, e non sottovalutata l’insipienza da naviganti a vista e navigati di palazzo, questo magro bilancio ha un colpevole oggettivo a monte: la mancanza di sovranità. Il sovranismo – di cui tanto si ciancia a vanvera, per esempio scambiandolo per nazionalismo (Sergio Romano, che certo non è un “gialloverde”, ha ben scritto che il primo si volge all’interno, il secondo all’esterno) – non riflette nient’altro che il bisogno di uno Stato di riprendersi la libertà di manovra per decidere sui propri fondamentali: priorità sociali, ruolo internazionale, conti pubblici, fisco, welfare, norme di convivenza.

Una necessità logica, anzi fisiologica, dato che soffocante come non mai ci sovrasta una società globale in cui un minuscolo e inarrivabile numero di tecnocrati (Onu, Fmi, Wto, Ue, Bce, Nato) guida dall’Iperuranio il corso delle nostre esistenze. Riportare il potere di autodeterminazione ad un piano più vicino all’uomo concreto, che in un universo ideale si identificherebbe con le comunità radicate in identità vive e liberamente sentite, equivale alla sola formula autentica di democrazia. Per questo il vero spartiacque della nostra epoca è fra liberali di ogni genere e conio (la libertà liberale è la truffa del cittadino che non partecipa e non decide, ma ratifica col voto e si fa sfruttare felice come una vacca da mungere) e i democratici di qualsivoglia provenienza, che a volte non si definiscono neppure tali (la democrazia intesa come governo del popolo, cioè come popolo che si governa).

I populisti che governano fra contraddizioni e opportunismi l’Italia sono dunque dei sovranisti immaginari, sicuramente non all’altezza del compito, furbi più che scaltri, involontari più che consapevoli. Sovranisti all’italiana, anzi, stringi stringi, alla bruxellese o francofortese, fate voi. Non discutono più, se mai hanno davvero discusso, quell’esiziale cappio al collo che ha per nome Euro, come non si sognano di trarre le conseguenze dei loro pur lodevoli atteggiamenti di sfida all’Eurocrazia. Per non parlare delle odiose servitù militari a stelle e strisce, o di un deciso taglio alla gola, mediante sacrosanta tassazione di chi specula e di chi ammassa, dei capitani delle ferriere virtuali che lucrano miliardi veri grazie ai criminali poker di Borsa e ai magheggi bancari. A farlo, va dato atto, sono micro-movimenti ai margini del panorama politico: il Partito Comunista di Marco Rizzo, Casapound, Forza Nuova. Che residuali resteranno a vita, per quel loro attaccamento a un passato di rovine su cui una buona volta, in nome di una Grande Politica di tavole nuove che pure stenta a emergere, andrebbe tirata una riga.

In conclusione, a meno di non voler ritornare all’antico, in questa tornata europea, messe in fila tutte le mancanze e manchevolezze, falle e falli, toppate e autogoal dei due soci-rivali al governo, al tradizionale giochino a premi del centrodestra contro il centrosinistra resta preferibile il Brancaleone populista. Escludendo quindi un voto reazionario (Pd, Fi, FdI eccetera) o uno tecnicamente inutile (Pc, Cp, Fn). E a dirla tutta, fra leghisti e grillini, fra Di Maio e Salvini, è più utile ridare vigore ai 5 Stelle. Unicamente perché sono loro la variabile che ha fatto positivamente impazzire lo stagno morto della politica italiana. Loro il perno attorno al quale sono cominciati a cadere i vecchi steccati. Senza di loro, la Lega se ne sarebbe stata a cuccia a destra. Mentre con loro, e solo grazie a loro, sarà possibile continuare nella sana opera di erosione della facciata marcia del Potere.

Intendiamoci: non perché poi, a ben vedere, non siano pure loro dei riformisti nel solco liberale, rivoluzionari mancati come sono, e incapaci di una strategia di lungo termine, come ci sa tanto che rimarranno. Ma sicuramente, se messi fuori gioco i tanto vituperati grillini, non ci sarà più alcuna chance di combinare alcunché: dal poco di oggi al nulla assoluto di domani. E il nulla non genera rivolgimenti, genera solo nulla. Meglio allora diminuire il divario con una Lega troppo forte e magari tentata, per basse ragioni di bottega, di tornare indietro. Io, stavolta, mi turo il naso e voto M5S.