Le 500.000 firme necessarie al vaglio della corte costituzionale dei quesiti referendari proposti dalla Lega Nord sono state raggiunte e hanno ricevuto la convalida della Corte di Cassazione. Uno dei quesiti, tuttavia, salta all’occhio sia per l’importanza conferitagli dagli stessi esponenti della Lega (Salvini in primis nelle sue comunicazioni sui social network, che a malapena fa riferimento agli altri), sia per il peso cruciale che questo potrebbe avere qualora diventasse oggetto di decisione dei cittadini: la richiesta di abrogazione della legge Fornero sulle pensioni. La legge, partorita nell’epoca d’oro dell’austerity dal governo tecnico, non mira certo ad una riforma equa e sociale del sistema previdenziale, ma intende semplicemente tagliare le spese. Il Carroccio, quindi, si è fatto portavoce (con il successivo appoggio di Forza Italia, anche se questo viene spesso sottaciuto per non rendere manifesto il lato tragicomico della cosa) della battaglia contro una delle riforme “lacrime e sangue” approvate in Italia. A prescindere dai giudizi di merito, poiché in questa sede è più importante ricomprendere il fatto in una tendenza generale, quanto è successo è solo un sintomo dei tanti sia di schizofrenia che di incoscienza per quanto riguarda le linee ideologiche delle sedicenti destra e sinistra.

Ripetete in coro: io sono di sinistra. Ecco il nuovo mantra dei massimi esponenti PD per dissipare ogni dubbio degli elettori riguardo alla propria linea politica, almeno quando comoda. Per calmare le anime più vecchio stile, infatti, bisogna richiamarsi alla propria eredità politica, magari riesumando la tradizione partigiana o comunista (sempre in versione soft ed edulcorata, per carità). Ultimamente questi concetti sono stati rimarcati a più riprese proprio perché è evidente che la nuova segreteria democratica non ha in mente progetti simili, ma a voto donato non si guarda in bocca, parafrasando. Allo stesso modo, quando l’intento è quello di accattivarsi un elettorato meno tradizionalmente schierato, ci si proclama superiori ai contrasti sterili della politica passata e solo interessati al Bene di tutti. Cosa sia questo Bene, è tutto da chiarire. In questo modo la sedicente sinistra fa il bello e il cattivo tempo, riformandosi (come è in voga dire) a seconda della necessità. Insisto e insisterò sul termine sedicente, poiché la distinzione destra-sinistra, per come viene semplicisticamente sdoganata nel dibattito politico, è flatus vocis.

Di altro tipo è il problema della sedicente destra. In alcuni casi si proclama dalla parte degli imprenditori senza riserve e, se non altro, mantiene una certa coerenza interna. Più spesso strizza sì l’occhio ad industriali e simili (quelli che si potrebbero definire, impropriamente forse, borghesi), ma si propone manovre genericamente definibili “sociali”, con il fine di conquistare elettorato di ogni classe ed estrazione nonostante l’intrinseca contraddittorietà e inattualità di una simile scelta. L’affermazione più emblematica dell’incoscienza di questa fase storica è quella per cui quelli di sinistra vorrebbero trasformare i ricchi in poveri, mentre quelli di destra vorrebbero vedere tutti ricchi. Questa tesi non regge per due motivi: in primo luogo questi concetti di destra e sinistra sono puramente verbali e totalmente ricompresi nel corpus capitalistico, come ho già detto; appare poi evidente che la forbice della ricchezza si stia allargando proprio a causa di questo sistema economico, dunque una società egualitaria è utopica, stando così le cose. Guardando al panorama politico con occhio critico, senza giudizi di merito, è evidente il rapporto osmotico di quella patina ideologica che è rimasta nei due schieramenti (un discorso a parte sarebbe da fare per le forze che non si riconoscono in questa scacchiera).

Nell’era della fine delle ideologie, che Nietzsche aveva profetizzato in modo imperfetto, gli ultimi spasmi di differenziazione all’interno del teatro politico precostruito danzano e cambiano schieramento a seconda del momento. La categoria della confusione è quella che sembra più adeguata a descrivere l’inversione di ruoli politici, probabilmente frutto anche della assoluta confusione fra le stesse classi, o ciò che rimane di esse. Fortunatamente, come ci ricorda Pier Paolo Pasolini, rimane ancora qualche strada da percorrere, ma il buono che si può trovare va setacciato nel calderone politico o va cercato fuori di esso.