L’8 marzo appena trascorso ci ha donato il nuovo capitolo di una battaglia che talune vanno conducendo da tempo contro colui che a ragione molti definiscono il miglior giornalista italiano del ‘900: Indro Montanelli. La statua in bronzo che lo ritrae intento a battere alla sua eterna Olivetti è stata imbrattata di vernice rosa da alcune femministe. Il gesto può anche risultare apprezzabile da un punto di vista estetico, poiché la statua, non essendo un granché a vedersi, così acquista maggior brio. La ragione che sottintende il gesto è però trita e ritrita, seppure sempre attuale, e si incastona nella damnatio memoriae che si riserva ad alcuni personaggi, rei di aver commesso azioni deprecabili e per questo meritori di condanne eterne e inemendabili.

Quanto a Montanelli, l’aver acquistato una ragazzina indigena in Abissinia quando era tenente nel XX Battaglione Eritreo rimane certo una macchia nella moralità dell’uomo; quel che però non si capisce è come ciò possa inficiare la sua validità di giornalista e scrittore, come possa qualcuno credere che un atto del genere basti a poter condannare per l’eternità un uomo e la sua produzione intellettuale e come, infine, si possa estendere l’atto fino a coprire tutto il resto della vita dell’individuo, fino a pretendere la cancellazione di tutto quanto ricordi il suo passaggio meritorio e notevole sulla terra: nella fattispecie la rimozione della statua e, perché no, la ridenominazione di parchi, strade e piazze che portano il suo nome.

Sembrerà ovvio e banale ricordare che, seguendo questo stesso parametro di giudizio, alla damnatio memoriae devono essere condannati illustri personaggi come Pasolini, noto appassionato di giovinetti di borgata; Céline, controverso antisemita; Drieu la Rochelle, collaborazionista; D’Annunzio, enorme sporcaccione; Heidegger, Schmitt e Jünger, sostenitori del nazismo; Bukowski, passabile di misoginia e picchiatore di donne; Lovecraft e Kipling, razzisti; e infiniti altri uomini della cultura, dello spettacolo, della politica.

Perché dunque ricordarli come scrittori, giornalisti, giuristi, filosofi, critici? Meglio ricordarli con gli attributi sopra elencati, cancellando con un colpo di correttissima spugna tutto quel che di eccellente hanno fatto nei rispettivi campi, cose che, il più delle volte, chi si augura vengano dannati può solo sognare di realizzare. Ma noi non vogliamo credere che chi auspica la rimozione del Montanelli di bronzo si abbassi a ragionamenti così poveri e logicamente carenti. Per questo leggiamo un articolo apparso mesi fa su The Vision che, fin dal titolo, ci informa che è tempo di rimuovere la statua dedicata a Montanelli.

L’autrice dell’articolo spende alcune cartelle di inchiostro digitale che possono riassumersi pressappoco così: Montanelli fu fascista e del suo fascismo non si pentì mai; finì poi per essere condannato a morte dal regime ma guarda caso la condanna non fu mai eseguita e la sua fuga da San Vittore in Svizzera fu una passeggiata più che l’espatrio di un fuggiasco; si coprì in seguito di una supposta aurea antifascista quando di antifascista non fu né fece nulla e, come se non bastasse, in Abissinia comprò una dodicenne, cosa che da sola basterebbe a rivedere la statura morale dell’uomo e a rendere inopportuna la celebrazione che se ne fa, soprattutto sulla pubblica piazza. Il metodo è semplice: riportare alcuni fatti veri e farcire l’articolo di sottintesi e ammiccamenti per insinuare che la considerazione morale della persona e il prestigio del professionista non sono meritati, se questo fu l’uomo e quel che fece.

Purtroppo per l’autrice, per citare un altro impresentabile, la situazione era un po’ più complessa. Ad esempio l’autrice dell’articolo, meritorio nel tentativo di collezionare quanto più possibile per avvalorare una tesi evidentemente formulata prima di documentarsi, sfugge la differenza tra fronda e antifascismo. Quando scrive che Montanelli mai fu ritenuto dal regime un giornalista pericoloso e per questo non c’è da considerarlo un antifascista, le diamo ragione: Montanelli fu frondista, non antifascista.

Omnibus, il settimanale di Leo Longanesi presso cui lavorava, venne chiuso dal regime non perché pericoloso organo antifascista, quanto perché non conforme ai dettami retorici che il regime imponeva alla stampa. Troppo libero per i gusti del Minculpop. Stessa sorte toccò a Montanelli quando venne costretto a lasciare il giornalismo nel 1937, in seguito al reportage dalla Spagna apparso sul Messaggero: scrisse la verità, che non era gloriosa per l’esercito italiano, quando tutti gli altri giornali ammantarono di falsa retorica una banale vittoria sul campo. Non era un pericoloso antifascista, era solamente altro dalla retorica imperante e si sa che, se uno fa stecca nel coro, si sente la stecca, non il coro. Se Montanelli scriveva dalla Spagna i fatti come realmente accaduti, tutta la retorica pilotata dal regime sarebbe crollata, dunque meglio cacciarlo dai giornali. Non è difficile da capire, anche per chi è digiuno di studi sul fascismo.

Leo Longanesi

A voler poi fare i pignoli su chi dal fascismo andò a ingrossare le file della sinistra, basta ricordare che Giorgio Napolitano e Eugenio Scalfari furono membri della Gioventù Universitaria Fascista; che Dario Fo addirittura militò nella Repubblica Sociale; che il più mite Aldo Moro era professore universitario, pertanto giurò fedeltà al regime; e fermiamo qui la lista. Che facciamo, tutti condannati a eterna dannazione? Risposta: ma loro, nel dopoguerra, si ravvidero e passarono dalla parte giusta della storia. Controrisposta: far finta di niente non aumenta il prestigio morale; Montanelli fu uno dei pochi a non provare vergogna nell’ammettere con onestà che da ragazzo era fascista come anche la maggioranza degli italiani e che, a differenza di molti altri che cambiarono sponda solo quando il fascismo puzzava di morto, lui se ne allontanò quado era all’apice del consenso.

Allontanarsi dal fascismo non implicava per forza diventare antifascisti, si poteva essere a-fascisti, vivere nel regime senza più condividerne l’indirizzo politico. Infine, Montanelli sempre rivendicò di non aver voluto attabarrarsi nell’antifascismo come molti che, fascisti per vent’anni, sfruttarono due anni di antifascismo per far dimenticare tutto il proprio passato e presentarsi come il nuovo che avanza. Questo atteggiamento, insieme all’essere diventato la bandiera del liberalismo conservatore un tanto strapaesano, condannò Montanelli alla gambizzazione da parte delle Brigate Rosse, episodio che l’autrice di The Vision accuratamente evita di menzionare; non sia mai che si possa dipingere il giornalista come vittima invece che carnefice.

Montanelli dopo l’attentato delle BR

Per carità, non si pensi che tutto questo articolo serva solo a confutare quello apparso sulla sopracitata rivista: lo prendiamo ad esempio, insieme alle azioni di taluni e talune, per evidenziare un meccanismo del pensiero che, a parere nostro, fa acqua da tutte le parti. Forse che comprendere gli uomini, le epoche, le complessità e le difficoltà del vivere, e ammettere che si possano compiere anche atrocità – tutto si mescola nel brodo dell’umanità – è operazione troppo difficile.

Da par nostro, condividiamo quel che disse Moravia in un’intervista a Pasolini: non c’è mai da scandalizzarsi, tutto ciò che è realizzato dagli esseri umani rientra nelle potenzialità e nelle espressioni dell’uomo, tutt’al più si può compiere la fatica di capire, di comprendere – nell’etimo del termine, prendere con sé –, di farsi carico anche delle peggiori atrocità. Scandalizzarsi, mai: è il rifugio di chi non vuole ammettere di cosa sia capace l’uomo, cioè ciascuno di noi. Ci viene in soccorso la citazione dello storico Marc Bloch, riportata dall’autrice dell’articolo, che viene in soccorso a noi più che a lei:

Siamo davvero tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo, da separare, nella folla dei nostri padri, i giusti dai dannati?

A questo punto, la vicenda dell’acquisto della ragazzina abissina. L’articolista si scandalizza di fronte al candore con cui Montanelli ammette senza pentimento l’acquisto e ne desume che forse, anzi sicuramente, la moralità del principe del giornalismo va rivista al ribasso. Ebbene l’atto in sé è certamente deprecabile, comprare una ragazzina non è bello né consigliabile né giusto, secondo noi, tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo. Ma basta leggere il Voyage di Céline per scoprire che all’epoca, in Africa, la “giustizia” coloniale quotidianamente si occupava di controversie tra famiglie indigene sulla compravendita di spose. Era usanza, orrenda, ma usanza.

Gli occupanti istituirono il cosiddetto madamato, una sorta di noleggio di donne indigene da parte dei colonizzatori, per la durata della loro permanenza. Anche in questo caso, pratica orrenda, ma pratica. Oltretutto – è brutto a dirsi ma è realtà – accettata da tutti senza tanti problemi: dai colonizzatori per ovvi motivi, dalle famiglie perché portava ricchezza, dalle donne perché nate e cresciute in un mondo in cui non ci si sposava per amore. Tutte le ragazzine avevano visto madri, sorelle, zie, amiche, scambiate tra famiglie in matrimoni combinati e dietro pagamento, non era per loro strano, come non lo fu in Europa per molto tempo, dove anche era usanza accettata.

L’aggravante, per Montanelli, è l’età prematura della ragazzina: solo dodici anni contro i suoi ventisei. A parte la scarsa sensibilità letteraria di chi usa questo dato come argomento (Nabokov, Roth, dicono niente?), qualcuno davvero crede che all’epoca in Abissinia si trovassero donne libere e sole di vent’anni o più? Come disse lo stesso Montanelli, a dodici anni erano già donne, quella era già “età da marito”, come si usava dire in Europa. Pertanto l’acquisto, di per sé deprecabile e deplorevole, se inserito nel giusto contesto, risulta depotenziato nella sua immoralità.

Montanelli nel 1936

Nessun giustificazionismo, solo comprensione degli uomini, degli eventi, delle epoche e del pensiero. Che tale operazione risulti indigesta a una certa parte, purtroppo oggi tendente alla maggioranza, del mondo culturale ed editoriale, è evidente. La damnatio memoriae come metodo di delegittimazione di molti illustri personaggi è pratica diffusa. Ricorda, senza voler eccedere nel paragone, l’epurazione che si faceva in certi ambienti totalitari delle figure scomode per il regime: i controrivoluzionari, i nemici del popolo, gli oppositori, tutte persone forzatamente rimosse dall’immaginario collettivo e sparite dai documenti fruibili dalla popolazione, adottando a pretesto scabrosi episodi della loro biografia, scritti passabili di condanna o semplici teoremi mai provati.

Una certa simile tendenza si riscontra oggi, quando al posto dell’ideologia politica e della pulizia etnica si incuneano la correttezza politica e la pulizia morale. Dalla tragedia alla farsa, ovviamente, farsa che comunque cercheremo con tutte le nostre forze di combattere, imbracciando le armi del pensiero e della ragione contro questo esercito di nuovi censori. Purtroppo per noi però, prendendo in prestito le parole di Leo Longanesi, il maestro di Montanelli,

uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.