È difficile invidiare chi si avvicina oggi per la prima volta alla politica e decide di studiarne il funzionamento perché con ogni probabilità si troverà difronte a un panorama tristemente inedito, fatto di scontri da stadio tra tifoserie violente, piuttosto che assistere ad una dialettica seria tra tesi e antitesi. Non che ci debba essere per forza una sintesi, si può anche arrivare a bottigliate in faccia e in Italia negli anni ’70 ne abbiamo viste molte, purché però il contendere si declini su un piano fatto di argomenti consapevoli e consolidati. Così non è purtroppo e in questi giorni ne stiamo vedendo di tutti i colori: facciamo qualche esempio.

Stefano Cucchi

Arriva la svolta al caso di Stefano Cucchi. Quando si celebra un processo, il potere costituito, per il tramite della magistratura, dispiega le sue forze alla ricerca della giustizia, al fine di giungere alla scrittura della verità processuale e pubblica. Per far questo noi paghiamo della gente e teniamo in piedi delle infrastrutture: giudici, uscieri, manutentori dei tribunali (nonostante quanto accade a Bari, ma questo è un altro discorso), pubblici ministeri, inquirenti, periti, personale per le pulizie, guardie penitenziarie, la Petrelluzzi di Un Giorno in Pretura. Insomma, spendiamo un sacco di soldi. Quando un elemento chiaro e inedito si aggiunge al processo e consente dunque di far luce su di una vicenda oscura e drammatica, che peraltro in questo caso investirebbe il tragico abuso di potere operato da pubblici ufficiali, noi cittadini dovremmo nutrire e magari manifestare una certa soddisfazione. E dovremmo farlo tutti, unitamente insomma, dal momento che generale (di rango costituzionale) è il fine perseguito. E invece no.

Pensate alla schizofrenia della politica italiana: uno investe tante risorse per ottenere qualcosa nell’interesse generale del paese e, una volta ottenuto, questo stesso risultato spacca a metà l’opinione pubblica. Ora la rilevanza non è più nel fatto che Stefano possa aver subito delle percosse mentre era in custodia nelle mani dello Stato e che per questo forse è morto, bensì nel fatto che Ilaria non abbia il diritto di gioire della caduta del muro di omertà, dal momento che il fratello in vita sua avrebbe spacciato della droga. E questa roba, che per un paese civile sarebbe semplicemente inverosimile, in Italia assume una dimensione monumentale, con post vergognosi che dileggiano Ilaria Cucchi e diventano virali: secondo questa gente Ilaria non ha diritto di sentirsi sollevata o, al massimo, può farlo in silenzio e in privato. La scoperta della verità sulla tragedia occorsa a Stefano Cucchi non può e non deve consolare.

La famiglia Cucchi

Avanti col secondo esempio. Conte ha dichiarato di essersi ridotto le indennità (su internet si parla di “stipendio”, ma figuriamoci se possiamo andare tanto per il sottile: sarebbe come lamentarsi del fatto che un analfabeta non sappia risolvere un’equazione di secondo grado) da Presidente del Consiglio del 20% e tutti giù a massacrarlo: prima di lui lo avrebbero già fatto Letta e Gentiloni, i quali avrebbero rinunciato al 100% delle spettanze (altro che 20%!) e senza farne pubblicità. E ci si incazza, e ci si indigna perché questi due, a differenza di Conte, sarebbero molto più umili e composti nel sacrificare le proprie finanze sull’altare glorioso della patria austera. Già a leggere la notizia, uno si dovrebbe porre una domanda: come mai nell’elenco non compare Matteo Renzi?

L’uovo di Colombo: le indennità da parlamentare non possono essere cumulate a quelle da Presidente del Consiglio. Letta e Gentiloni percepivano le prime e, pertanto, non potevano percepire le seconde, tutto qui. Renzi, invece, non essendo in quegli anni un parlamentare (esattamente come l’attuale capo del governo) percepiva l’indennità da Presidente del Consiglio e, a quanto risulta, in misura piena. Ergo, l’unico ad aver rinunciato a qualcosa (poco o tanto che sia, non rileva) è proprio Giuseppe Conte. E tutti giù a menare mazzate: follia allo stato puro.

Giuseppe Conte

E veniamo a noi, col terzo esempio. La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo condanna l’Italia per la storia di Provenzano, ne abbiamo letto e sentito tutti. E questa vale doppio: da un lato ci si incazza perché la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo entrerebbe nel merito di quanto previsto al 41bis, il c.d. carcere duro, e quindi andrebbe ad interferire sulle nostre scelte in materia di regime penitenziario e ordine pubblico (quasi che la Corte suggerisca, in un certo senso, di essere più teneri e comprensivi coi mafiosi, con buona pace di Falcone e Borsellino, che infatti vengono citati dal popolo indignato); dall’altro ci si incazza perché, per l’ennesima volta, l’Unione Europea si dimostrerebbe avversa all’Italia.

Cominciamo con la prima critica e, prevedibilmente, vi diciamo subito che è una balla bella e buona. Lo è perché la Corte non entra assolutamente nel merito delle scelte italiane in materia di detenzione, bensì stabilisce solo che gli ultimi quattro mesi di vita del boss, fossero incompatibili col regime carcerario duro. E la Corte ha assolutamente ragione, anzi ha fatto poco: avrebbe probabilmente dovuto accogliere la domanda al risarcimento del danno subito, che invece ha rigettato. Questo per due motivi: prima di tutto perché un uomo resta un uomo e come tale è depositario di un nocciolo duro di diritti naturali (quale quello alla vita e, in questo caso, alla morte dignitosa) e questi vanno riconosciuti anche a un boss del calibro di Provenzano, non foss’altro per distinguersi da lui. Secondo, perché è la stessa ratio legis del 41bis a dare sostegno alla pronuncia della Corte: la legge non dispone l’isolamento del detenuto perché questo è stato brutto e cattivo, bensì lo impone principalmente perché questi non debba poter comunicare con le strutture criminali di cui fa parte e magari governa. Provenzano negli ultimi quattro mesi di vita era una larva incapace di intendere e di volere. Una larva sottoposta al regime del 41bis è una contraddizione in termini.

A meno che? A meno che non ci sia dell’altro

Qui la verità non la conosce nessuno, però una domanda noi ce la poniamo anche se scomoda e inquietante. Chi aveva il reale interesse a tappare la bocca a Provenzano? La Trattativa tra Stato e Mafia non l’ha mica condotta Riina, questo lo sappiamo tutti, ed anzi il suo arresto era una conditio sine qua non per poterla realizzare. La trattativa l’avrebbe conclusa chi è venuto dopo di lui. Dopo Riina, è stato Binnu u’Tratturi (Provenzano) a guidare Cosa Nostra. Provenzano è morto nel silenzio più assoluto mentre era nelle mani dello Stato e qualcuno in un passato non troppo remoto ha avanzato ipotesi controverse rispetto alle condizioni di detenzione del boss. Ci fermiamo qua: le domande sono molto più importanti delle risposte.

Avevamo detto che questa valeva doppio: veniamo alla seconda balla.

Rivolgiamo un ulteriore quesito, questa volta a chi ha approfittato dell’occasione per attaccare l’Unione Europea. Nessuno è tenuto a rispondere se non alla propria coscienza, ebbene: qual è la differenza tra la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (che si è espressa appunto sul caso) e la Corte di Giustizia Europea di Lussemburgo? La Corte che si è espressa sul caso in oggetto non è assolutamente un’istituzione comunitaria e siamo difronte all’ennesimo enorme equivoco che però ha già generato una gigantesca slavina impossibile da contenere o arginare.

Quella comunitaria, è la Corte di Giustizia, alla quale si ricorre in caso di dubbi interpretativi sull’applicazione del diritto comunitario, e che con il ricorso della famiglia Provenzano non ha un cavolo da spartire. Ma ormai è andata: i burocrati di Bruxelles oltre ad averci bocciato la manovra, ci hanno pure bocciato la legislazione penale. Doveva andare così. Si badi, si fugga dall’equivoco: qui non ci si dispiace per l’Europa ingiustamente additata, siamo tristi perché questo ennesimo scivolone sottrae credibilità all’euroscetticismo e all’antieuropeismo.

Bernardo Provenzano

Uno può anche prenderla con ironia, scherzarci sopra, ma qui la cosa è seria, serissima e pericolosa. E anche le ultime vicende capitoline confermano la tesi secondo cui il focus è costantemente alterato: Desirée Mariottini viene brutalmente stuprata e uccisa a S. Lorenzo e il veleno si propaga intorno alla presenza di Salvini nel quartiere. Si trova persino il modo di riaprire la discussione su fascismo e antifascismo per via della contestazione rivolta al ministro degli interni da parte dei centri sociali. Tutto questo mentre il corpo di Desirée è ancora caldo e mentre quella splendida parte di Roma sprofonda nel marciume prodotto da una criminalità puzzolente e nauseabonda.

È un gioco al massacro, un tutti contro tutti dove non vince nessuno. Immaginatevi la scena: un’arena piena di gente invasata divisa in due o anche più fazioni. Tutti che odiano tutti. Tutti che menano a tutti in una confusione generale dove provare ad imbastire una discussione è diventato impossibile. Tifoseria, appunto, e sarebbe come voler impiantare la dialettica in uno stadio. Questo sono i social e, non per fare il bacchettone antistorico, ma dobbiamo fermarci a ragionare perché è proprio qui che si costruisce il nuovo non-sapere e, peggio, la nostra nuova “religione in-civile”.