Il derby a Roma dura tutto l’anno. Una frase di circostanza detta, ascoltata e ripetuta fino allo sfinimento da chi mastica un po’ di calcio. Domenica scorsa l’attesa stracittadina ha visto prevalere la Lazio per 3 a 1 sui “cugini” romanisti. Una sconfitta resa ancora più cocente dalla fresca eliminazione in Coppa Italia sempre contro i biancocelesti. Nell’euforia successiva a questo risultato, la tifoseria organizzata della Lazio  ha – prima – inscenato una veglia funebre nel piazzale antistante la sede dell’AS Roma con croci e lumini – poi -ha appeso uno striscione corredato da 3 manichini giallorossi ciondolanti su un ponticello vicino al Colosseo.

Quest’ultimo episodio è riuscito a diventare tema di prima pagina sia nei telegiornali che nei quotidiani online, provocando persino la reazione indignata dell’Assessore allo Sport Daniele Frongia che lo ha definito  “un atto vergognoso e una grave offesa ai valori e al mondo dello sport”. I primi organi d’informazione a darne notizia avevano inizialmente attribuito il gesto alla tifoseria romanista ed interpretato il testo dello striscione (“Un consiglio senza offesa, dormite con la luce accesa”) come una minaccia inviata ai calciatori della loro squadra colpevoli di aver perso il derby. Nel dubbio, soprattutto alla luce della finta veglia funebre a Trigoria di pochissimi giorni fa che rientra nello stesso filone tematico, sarebbe stata sufficiente un’occhiata al profilo ufficiale della Curva Nord laziale su Facebook (Elite Romana) per comprendere la vera matrice dell’azione, cioè uno sfottò nell’ambito della rivalità fra le due tifoserie. Specialmente per quei professionisti che seguono le squadre capitoline quasi h 24 per 365 giorni l’anno, non doveva essere poi così difficile scoprire lo scambio di striscioni ironici avvenuto sugli spalti durante l’ultimo match: da una parte i laziali che salutavano con un “Arrivederci al prossimo incubo” riferendosi all’ennesima sconfitta decisiva, dall’altra i romanisti con un serafico “da sempre dormiamo sogni tranquilli”.

Lo striscione incriminato corredato da 3 manichini giallorossi ciondolanti su un ponticello vicino al Colosseo.

Lo striscione incriminato corredato da 3 manichini giallorossi ciondolanti su un ponticello vicino al Colosseo.

Alla luce di una ricerca più approfondita, sarebbe stato evidente a tutti sin dall’inizio che lo striscione del Colosseo altri non era che una risposta alla pasquinata dei giallorossi. Una volta chiarito che i responsabili non erano romanisti ma laziali e che, quindi, si era di fronte ad una goliardata e non ad un’intimidazione, si è preferito però non sgonfiare il caso e continuare a dar fuoco alle polveri dell’indignazione facile. L’ennesima dimostrazione di come la tentazione pressappochista e scandalistica sia più forte della logica e della ricostruzione dei fatti in buona parte dei media. L’ennesima dimostrazione, inoltre, di come il confine dell’indignazione generale sia sempre più arbitrario e sproporzionato perchè condizionato dal mainstreamUn’indignazione, peraltro, che in alcuni soggetti va ad intermittenza a seconda di chi appende i manichini: se si tratta di tifosi non si esita a parlare di “avvertimenti mafiosi” sebbene nella rivendicazione si parli chiaramente di “sfottò”, se lo fa il milionario Maurizio Cattelan viene più facile dire che “un artista è un artista”. Se lo fanno i tifosi il sindaco di Roma parla di “cosa gravissima e inaccettabile”, se lo fa Cattelan l’allora sindaco di Milano la derubrica a “provocazione”, sorridendo. Così come non c’è stato alcun coro di sdegno né parole di condanna per i manichini affissi nel contesto della lotta politica come quelli recenti visti a Genova prima della manifestazione contro l’ultradestra a cui parteciparono anche diversi esponenti del centrosinistra.

Poche cose sono più soggettive dell’ironia. C’è gente, per dire, che trova divertente persino Colorado Cafè. Questo per dire che i manichini appesi o i lumini accesi non devono per forza essere considerati una goliardata azzeccata, ma da qui a farli passare per “macabra e vergognosa minaccia” ce ne vuole. Anche perchè, sono stati gli stessi responsabili attraverso un comunicato a negare qualsiasi intento intimidatorio e a spiegare la natura esclusivamente canzonatoria di questo gesto. Quindi, da parte dei media, tanto, troppo rumore per nulla. Quella che in queste ore viene presentata come una prova della degenerazione del tifo, altro non sembra che la prosecuzione di una tradizione ottuagenaria di sfottò che incarna la parte più genuina di questa rivalità calcistica.  Non a caso, ancor più delle immagini patinate dei calciatori in maglia giallorossa o biancoceleste, la vera anima della stracittadina si rispecchia nelle fotografie in bianco e nero che attestano le penitenze scontate da romanisti e laziali in occasione delle sconfitte: passeggiate in mutande, capelli rasati a zero e cartelli appesi al collo.

Una tradizione che coinvolge le curve con gli striscioni e ogni singolo tifoso con piccole scommesse nei quartieri, nei bar e nei luoghi di lavoro. Ma il polverone mediatico sollevato su un’innocua goliardata dice molto anche sul processo di spoliazione dell’anima popolare del centro storico di Roma in atto da anni. Rendere il centro storico una sorta di città museo cancellando quell’interazione tra arte e quotidianità che lo ha contraddistinto per secoli. Quella che viene presentata come riqualificazione del centro storico non può comportare una sua frazione solo turistica, legata al business con l’intento di farne una vetrina. Il centro storico, in quanto espressione più qualificante dell’identità cittadina, non può diventare un corpo estraneo alle tradizioni più sentite dalla popolazione autoctona, non può risultare inaccessibile alle manifestazioni più vitali degli ultimi scampoli di spazi aggregativi presenti in città.

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Un vecchio cartello ironico accanto alla statua parlante del Pasquino. Le cosiddette statue parlanti sono forse una delle migliori espressioni di quell’anima tutta romana, portata per la satira e per un atteggiamento irriverente nei confronti del potere.

Tra processioni negate, pedonalizzazioni forzate, chiusura delle botteghe storiche ed ora anche la messa al bando di rituali folkloristici legati alla fede calcistica, si rischia di far annegare lo spirito strapaesano che anche una Roma ormai metropoli era riuscita a conservare. E, sicuramente, la sana rivalità tra Roma e Lazio rappresenta una delle espressioni più conosciute e più caratteristiche di questo spirito sopravvissuto.

Questa criminalizzazione dello sfottò tra tifoserie sebbene depurato da qualsiasi elemento di violenza, punta ad estirpare anche le sane rivalità e fa,dunque,  il gioco di chi spinge per un’uniformazione della società al modello culturale egemone persino nell’ambito del tempo libero. L’obiettivo principale resta quello della cancellazione delle identità. Dal momento che non c’è rivalità senza identità, l’eliminazione della prima significa agevolare anche quella della seconda. Non è iniettando a dosi massicce il virus del politicamente corretto in un organismo complesso come quello del tifo calcistico che si può pretendere di debellare le sue degenerazioni più violente, si rischia invece di spegnerne ogni sussulto di spontaneità riducendolo a stantio prodotto commerciale. Che si tratti di un’operazione così intrinsecamente innaturale lo dimostra una controindicazione come quella andato in atto lo scorso campionato a Juventus – Sassuolo, quando i bambini invitati a popolare la Curva Sud squalificata per razzismo salutarono il rinvio del portiere avversario con un coro volgare costato alla società bianconera una nuova sanzione e che ha rovinato la festa a tutti quei benpensanti pronti ad infarcire di retorica l’inaugurazione di quell’iniziativa. Un manifesto di questo nuovo modus concipiendi il tifo calcistico lo si deve al giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini  che lo scorso anno, in occasione della lite Sarri – Mancini, arrivò a condannare i fischi durante il possesso palla della squadra avversaria esortando a tifare “pro” e non “contro”. A questo punto, perchè non far giocare direttamente tutti i 22 calciatori in campo senza avversario cosicché tutti i tifosi possano supportare la stessa squadra in ossequio al politicamente corretto?