La Lega Nord si è affermata nella politica nazionale attraverso una rivendicazione fortemente regionalista. Alle sue origini pretendeva persino la secessione. Le istanze autonomiste della Lega sono state abbracciate anche da altri partiti, al punto che la Riforma del Titolo V della Costituzione fu scritta e approvata negli anni della maggioranza di centrosinistra. Nell’ultimo periodo, soprattutto con la segreteria di Matteo Salvini, la Lega ha cercato di assumere un profilo più “nazionalista”, attraverso un antieuropeismo un po’ naive e cercando una riconciliazione con il Sud, in passato oggetto delle ingiurie dei leghisti. Tuttavia permane nel Carroccio una forte anima regionalista che non condivide la nuova linea di Salvini, rappresentata in particolare da Roberto Maroni e Luca Zaia, non certo due dirigenti qualunque, ma i presidenti, rispettivamente, della Lombardia e del Veneto. Quest’anima (per ora minoritaria, ma influente) non vorrebbe rinunciare al carattere nordista della vecchia Lega bossiana; lo stesso Salvini non osa opporsi del tutto alla tradizione del suo partito, che cerca di “italianizzare” ma senza rinunciare alla originaria connotazione regionalista. Sembra però impossibile pensare a una sintesi tra queste due componenti, che convivono non senza contraddizioni.

Quando l’autonomismo aveva dietro un intellettuale vero 

La prima Lega di Bossi era feroce nemica dello Stato centrale, visto come la ragione di tutti i mali. Da questo ne discendeva l’impronta liberista, che bene si adattava all’antistatalismo, impronta che conserva, seppure attenuata, tutt’ora. Salvini ha cercato di spostare l’asse dal dualismo nord/sud a quello interno/esterno (Italia contro euro, italiani contro immigrati). Il punto comune, l’unico punto comune, di queste due filoni, l’uno tradizionale e l’altro innovativo, è l’anti-immigrazionismo. A parte esso, i contrasti tra i due sono per ora latenti, grazie al successo che, finora, sta ottenendo Salvini, ma diventerebbero palesi se ci fosse, a un certo punto, un calo di consensi. I regionalisti della Lega non accettano di rimanere in silenzio. Le critiche all’attuale segretario non sono mancate nel corso delle primarie del partito. Il referendum promosso da Zaia e Maroni è la conferma di questa insofferenza latente e del carattere nordista e anti-italiano che non è mai stato rimosso. I due presidenti regionali propongono, attraverso questa consultazione, l’autonomia per le loro regioni, similmente a quanto già avviene per i territori a statuto speciale. Salvini non ha osato mettersi contro due rappresentanti di primo piano del suo partito e la stessa base dei leghisti “della prima ora” e si è perciò espresso favorevolmente al referendum. Ma non può sfuggire la contraddizione evidente nel reclamare, da un lato, più poteri per lo Stato (riacquistando la sovranità monetaria) e nel volere, dall’altro, rinunciare a questi poteri distribuendoli alle regioni (e in particolare alle regioni del nord). L’autonomismo ha fatto dall’interno quello che dall’esterno hanno fatto altri organismi (Unione Europea, Fondo Monetario, ecc.) contribuendo a disgregare lo stato nazionale. La regionalizzazione della Sanità (con la fine dell’eguale trattamento per tutti i cittadini) sta demolendo il servizio sanitario nazionale quanto i tagli alla spesa pubblica imposti da Bruxelles e dai Trattati.

La regionalizzazione del fisco, da sempre un obiettivo leghista, darebbe il colpo di grazia a uno Stato già in agonia.

Ma La Lega non è l’unica ad aver promosso la destrutturazione dello Stato centrale, ad essa ha collaborato e collabora (al di là del contrasto simbolico tra i due) il Partito Democratico, che infatti non è contrario all’oggetto della consultazione, ma solo alla forma referendaria. Dovrebbe far riflettere il fatto che il primo partito liberista d’Italia, autore della deregolamentazione dei mercati e delle privatizzazioni, ha sempre sostenuto il federalismo e la regionalizzazione degli apparati amministrativi. Sulla carta l’uno è di destra e l’altro di sinistra, l’uno sovranista e l’altro europeista. Nella realtà entrambi lavorano per demolire lo Stato e la Nazione e affidare un potere di vita e di morte ai mercati.

Un vecchio manifesto leghista

Un vecchio manifesto leghista

L’autonomia viene spacciata sia come una soluzione alla burocrazia inefficiente di cui si esagerano gli effetti, sia come garanzia di democraticità che avvicinerebbe gli amministratori ai cittadini. Ma quale democrazia può esserci se lo Stato viene privato dei mezzi per intervenire e per incidere nella società? In verità lo scopo è uno solo: sottrarre importanti facoltà allo Stato impedendogli di agire attraverso la spesa pubblica e il controllo del territorio per contrastare la pervasività del mercato. E non è un caso che gli argomenti degli autonomisti e dei federalisti sono gli stessi dei liberisti, soprattutto per quanto riguarda le accuse contro la burocrazia inefficiente che impedirebbe la crescita economica. Con i liberisti gli autonomisti condividono anche l’approccio: concepiscono la libertà e l’indipendenza come libertà e indipendenza dallo Stato, purché in favore di enti più deboli (le Regioni, quando non addirittura i Comuni). Ma non è certo lo Stato, in quest’epoca storica, ciò che priva gli individui della libertà.

Il vero tiranno, oggi, non indossa la corona: è il capitalismo neoliberale che abolisce tutte le tutele garantite proprio da quello stato nazionale visto come nemico.

È quantomeno schizofrenico esigere prima la chiusura delle frontiere (per le persone, ma i capitali possono circolare liberamente) e poi lavorare per indebolire l’unico vero soggetto titolato ad amministrarle. Certi discorsi contro il mondialismo (che non è l’immigrazione, la quale ne è solo l’effetto, ma le aziende multinazionali) diventano una copertura ideologica quando poi ci si sbarazza dell’unico strumento capace di resistere a esso. E non si tratta certo delle piccole patrie postmoderne pressoché ininfluenti.