Capita a volte di ritrovarsi nel luogo dell’incidente con diversi colleghi. Saluti rapidi, silenzi imbarazzanti, sguardi che vorrebbero dirsi molto ma che, data la triste circostanza, tacciono per rispetto dello sconosciuto. Non si capisce bene, in questi casi, dove la “professione” sia semplicemente umanità o se il filo che tiene unite entrambe le cose sia spontaneamente decenza. Regole che prima di essere scritte e di appartenere ad un Ordine, nascono da un’etica comune di convivenza civile. Le stessere che sembrano svanire ogni qual volta l’informazione diventa il mezzo e non il fine. Il mezzo per ottenere popolarità, per aumentare gli ascolti, per far lievitare la consistenza dello share serale, per speculare sulle sofferenza altrui. Forse è anche questo quello a cui Indro Montanelli alludeva quando chiedeva al Cardinal Martini: “(..) ma non si può scomunicare la televisione? Non si possono mandare al rogo un po’ di quelli che la fanno?”. Una domanda dura con cui non si vuole certo generalizzare ma dalla quale trarre semplicemente ulteriori riflessioni.

Immagine, riservatezza, onore e reputazione sono tutti diritti della personalità che la giurisprudenza disciplina in materia di diritto privato quando si vuole salvaguardare il danneggiato in relazione alla sua sfera personale. In particolare la lesione di diritti come onore e reputazione (art. 594-595 c.c.) è spesso o quasi sempre connessa all’esercizio del diritto di cronaca, espressione di una libertà tutelata in virtù dell’art. 21 della Costituzione. Ma lo scontro di diritti opposti – in questo caso quello di chi fa cronaca e quello della persona ritratta – rendono indispensabile un’opera di bilanciamento che possa contemperare interessi e posizioni contrastanti. Se l’attività di informazione attorno ad una determinata figura (di interesse sociale o pubblico) è legittima, la stessa si traduce in atto lesivo quando si dimostra che non vengono rispettati i presupposti di correttezza e attendibilità. Compito che si fa ancora più difficile quando, ad esercitare il diritto di cronaca, sono soggetti non regolarmente iscritti all’Ordine dei Giornalisti. Ed anche in questo caso occorre fare un’importante premessa.

Si dice che “non è il tesserino a fare di una persona un giornalista”. Giustissimo. A tal proposito, fu lo stesso Enzo Iacopino, Presidente dell’Odg, a pronunziare questa frase in difesa di Pino Maniaci nel 2009.  Direttore della Tv antimafia Telejato, Maniaci che proprio in questi giorni ha pagato con una macchina bruciata e i suoi due cani impiccati il diritto di denunciare la mafia locale, veniva allora processato a Partinico per esercizio abusivo della professione giornalistica. Assolto anche grazie alle parole di Iacopino, Maniaci rappresenta la deroga senza quale la regola non avrebbe senso di esistere, e non perché riceve la solidarietà di Renzi ma perché insegna ai giovani palermitani come resistere in un mondo fatto di delinquenza e di vigliaccheria.

Giornalista con tesserino o senza? Quando possiamo definirlo “esercizio abusivo della professione”? Quanto può essere importante lo stile con il quale viene portata avanti l’informazione? Quello stile che, di per se, diventa riferimento di valutazione del grado di informazione presentato al pubblico. Le domande sono sempre diverse come diversi sono in Italia coloro che si spacciano per giornalisti pur non essendolo. Gli stessi che riempiono gli schermi televisivi con finti scoop pur di appagare le esigenze di spettatori curiosi.

E’ notizia di pochi giorni fa la denuncia promossa dal Presidente Iacopino nei confronti di Barbara D’Urso, la presentatrice di Pomeriggio 5 che anni addietro rinunciò al tesserino da giornalista per partecipare ad alcune pubblicità per la carta stampata. “Le faccette, gli occhi umidi, una straordinaria capacità di passare in un attimo dalle lacrime a stento trattenute a sorrisi smaglianti”, scrive Iacopino sulla sua pagina Facebook, “Ha un suo pubblico. Sono cittadini che provano piacere nel sapere quanti amanti, veri o presunti, ha avuto una signora assassinata, ad esempio. (..)È uno degli aspetti della libertà. L’altro è che possono esserci cittadini i quali questo modo di fare informazione (“un piacere e un dovere”, dice la signora D’Urso) possono non gradirlo. L’obiezione che basta il telecomando per fare una scelta è non solo miope, ma un inno all’egoismo”.

Non è dunque questione di libertà di scelta e purtroppo non è nemmeno l’unica, la D’Urso, a dover essere presa ad esempio. Il classico sistema televisivo che fornisce allo spettatore una visione incurante dei diritti altrui e di quei minori che non trovano pace, a pari diritti, non può certo essere paragonato al lavoro di tanti Pino Maniaci. Non è allora il tesserino a renderti giornalista ma la qualità del lavoro che svolgi, la nobiltà del fine per cui lavori. Se parliamo poi di quella eccessiva suspense studiata appositamente per incuriosire il lettore e distogliere l’attenzione da tutto il resto, allora l’uccisione, la sofferenza, il gesto vile diventano elementi da contorno di una salsa ben condita da falso perbenismo e da interessi nascosti dietro le quinte degli schermi. Cara Barbara, l’informazione è un’altra cosa.