“L’unico scopo al quale fino a questo momento è servita la BreBeMi è stato per interrare rifiuti”. A dirlo è stato Roberto Pennisi, procuratore della Direzione Nazionale Antimafia. Continua dunque sulla scia dello smaltimento dei rifiuti tossici il nostro viaggio alla scoperta del “fantasma BreBeMi”, l’autostrada che doveva essere realizzata con soli contributi privati, ma che poi ha usufruito di ingenti fondi pubblici. Deserta, priva di autogrill e distributori e sostanzialmente inutile, secondo Pennisi l’A35 sarebbe stata realizzata col solo scopo di eludere la procedura di smaltimento dei rifiuti tossici prevista dalla legge. Pennisi ha rilasciato tale dichiarazione lo scorso 4 novembre, quando è stato ascoltato dalla commissione parlamentare d’inchiesta che lavora al traffico e allo smaltimento illecito di rifiuti tossici, aggiungendo che “a noi la BreBeMi è nota nella misura in cui ha formato oggetto di una validissima indagine della Dda di Brescia anche per traffico illecito di rifiuti. C’è tutto un fenomeno particolarmente complesso, che non si può esaurire in poche battute”.

A dire il vero, la legislazione italiana consente lo smaltimento di simili scorie nel corso della realizzazione delle autostrade, ma solamente in quantità minime. Non è il caso della BreBeMi, la quale – così come avvenuto per l’A4 e per il cantiere TAV – sarebbe dunque a rischio per ambiente ed infiltrazioni mafiose. È passato un anno da quando vennero trovate – nel corso dei lavori per TAV e BreBeMi – quantità di cromo esavalente (cancerogeno) 140 volte al di sopra dei limiti legali al di sotto dell’A4, e poco, pochissimo sembra esser stato fatto. All’epoca il sindaco di Castegnato, il paesino in provincia di Brescia nel quale vennero ritrovati i rifiuti, assicurò che la falda acquifera contaminata dal cromo non veniva utilizzata né per bere né per irrigare i campi, ma niente di più. In un contesto diverso – ma in realtà non troppo distante – come quello dei traffici illeciti di rifiuti tossici che dall’Italia arrivarono in Somalia negli Anni Novanta, un testimone di giustizia che per anni aveva consapevolmente trasportato i veleni disse che se si dovesse mettere una bandierina su ogni punto della penisola italiana in cui si sono scaricati rifiuti tossici, non sapremmo più dove mettere un’eventuale, ulteriore bandierina. Il territorio italiano è di fatto completamente contaminato da scorie industriali che avvelenano il paesaggio, l’acqua, il cibo, gli animali e tutto ciò abbia un contatto col terreno. A cambiare di zona in zona sono le percentuali e le sostanze presenti, non certo il nocciolo del problema.

Il silenzio della politica e il proliferare delle ecomafie. In tutto questo la politica sembra essere cieca. Le istituzioni procedono in maniera goffa e scoordinata (si veda il caso Eternit), intervengono in maniera ridicola (tra i vari interventi vi è l’innalzamento delle quantità di scorie legalmente consentite. Come a dire: “è inquinato? Cambio la definizione di inquinamento e non è più inquinato, voilà”) e procrastinano, rendendo la vita facile alle mafie. Già, le mafie. Il traffico e lo smaltimento dei rifiuti tossici è tradizionalmente nelle mani del crimine organizzato, da Cosa Nostra alla Camorra ad altri gruppi organizzati. Si tratta di un business oramai radicato, iniziato nel corso degli Anni Ottanta e divenuto via via sempre più imponente. Non solo quindi la Terra dei Fuochi, ma l’Italia intera – e il Nord industrializzato in particolare – è divenuta nei decenni un’immensa discarica di materiali tossici.

Non solo rifiuti tossici. Nella stessa audizione di cui sopra si legge una dichiarazione rilasciata da Rocco Antonio Burdo,  dell’Ufficio Intelligence Direzione Centrale Antifrode e Controlli,secondo il quale “ci sono tre grandi inchieste sul territorio nazionale. Una di queste è partita da Brescia e da Bergamo e riguarda un monitoraggio di prodotti elettrodomestici rottamati (Raee), che inizialmente sembravano riferibili all’attività di migranti che avevano messo nei container frigoriferi e lavatrici usate, perché venissero utilizzati tal quali presso i Paesi di origine. In seguito, continuando a investigare abbiamo visto che, in realtà, la raccolta presso questi centri di stoccaggio era curata da esponenti della criminalità campana e che la spedizione in container, in particolare verso Paesi africani, era utilizzata dalla comunità campana, con il rischio di intombamento, almeno per una parte considerevole di questi materiali. Giocano sempre sulla questione che la rottamazione comporta un contributo o un sostegno per il corretto trattamento ambientale.”

Burdo parla chiaramente di “criminalità campana” nonché di elettrodomestici rottamati, a sottolineare come il business di rifiuti tossici non riguardi più solamente gli scarti industriali, ma una fetta ormai sempre più ampia di oggetti d’uso quotidiano. E nel frattempo la politica, persa nella lentezza della burocrazia  e nell’inedia, rimane a guardare impotente, a rappresentazione di uno Stato che ormai da tempo ha rifiutato di esercitare la propria sovranità sul fenomeno mafioso.