In Italia il cosiddetto blocco navale è diventato il cavallo di battaglia di Fratelli d’Italia in materia di politiche migratorie. La drastica misura non è sconosciuta nella storia recente del Bel paese: come molti hanno ricordato nei giorni delle polemiche roventi per l’affaire Sea Watch, nel 1997 fu l’allora governo Prodi – con Giorgio Napolitano al Viminale – a decretare un “blocco navale” de facto, concordato con Tirana in virtù di una Convenzione firmata il 25 marzo ‘97, per rispondere all’ondata giudicata emergenziale di migranti albanesi che, riconquistata la libertà dopo anni di regime, attraversavano l’Adriatico alla ricerca del “Lamerica” conosciuta tramite la televisione.

L’accordo siglato dall’esecutivo di centrosinistra andò incontro alle critiche dell’Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati, Fazlum Karim, ma venne ugualmente confermato, passando sopra anche ai mal di pancia di Verdi e Rifondazione Comunista, all’epoca forze gravitanti nell’area di maggioranza. In questo contesto maturò il drammatico naufragio del 28 marzo 1997 passato alla storia come la tragedia del venerdì santo.

Quel giorno, infatti, una motovedetta arrugginita con a bordo 120 persone cercò di sbarcare sulle coste di Otranto. La nave della Marina militare “Sibilla”, dopo il tentativo non riuscito operato dai colleghi della “Zeffiro” di convincere gli scafisti a tornare indietro, nell’atto di dissuaderli dallo sbarco, speronò per errore l’imbarcazione. La Kater I Rades – questo il nome della motovedetta – s’inabissò nelle acque del canale di Otranto provocando la morte di almeno 108 persone (altre fonti parlano di 81 decessi).

L’episodio creò un caso diplomatico con Tirana: manifestazioni con slogan anti-italiani si svolsero nei giorni successivi nelle strade del Paese balcanico, mentre alcuni ministri albanesi dichiararono che i nostri connazionali non sarebbero stati più graditi a Valona, la città da cui era partita l’imbarcazione affondata. Ma i focolai anti-italiani non si verificarono solo nel Paese coinvolto direttamente dalla tragedia: in Norvegia, infatti, l’ambasciata tricolore fu oggetto di un assalto al grido di “italiani assassini”. La tragedia finì per diventare anche argomento di polemica politica, con la visita di Berlusconi in lacrime a Brindisi e l’interrogazione parlamentare sull’accaduto presentata da Rifondazione Comunista.

Ma il governo Prodi era in buona compagnia nell’adozione di una “linea muscolare” sull’immigrazione; una politica simile, infatti, era stata adottata anche dall’amministrazione dem di Bill Clinton di fronte ai flussi di haitiani e cubani verso gli States. L’operazione bandiere bianche di Prodi – questo il nome dell’insieme di attività di pattugliamento di cui erano incaricate le navi militari italiane nell’Adriatico – presentava non pochi elementi in comune con la Operation Distant Shore che l’amministrazione Clinton era pronta a far scattare nel caso in cui gli approdi da Cuba avessero raggiunto dimensioni emergenziali come accaduto nel 1980.

Nel 1994, infatti, gli sbarchi di cubani sulle coste della Florida s’intensificarono al punto tale da costringere il governatore locale a chiedere lo stato d’emergenza. L’amministrazione Clinton temette di trovarsi di fronte ad un nuovo caso Mariel: nel 1980 una straordinaria ondata migratoria dall’isola dei Caraibi portò all’approdo di 125mila persone sulle coste statunitensi. Si trattò di una vera e propria mossa politica di Castro che, per smascherare la debolezza del “vicino” a stelle e strisce, agevolò la partenza di quei connazionali con precedenti penali. L’allora presidente Carter gestì la patata bollente con difficoltà e ne scontò le conseguenze alle urne. Lo stesso Clinton, all’epoca governatore dell’Arkansas, pagò la rabbia popolare per la fuga di un gruppo di profughi cubani da Fort Chaffee con la sconfitta alle successive elezioni contro il candidato repubblicano Frank D. White.

Il relitto della Katër i Radës nel memoriale L’Approdo. Opera all’Umanità Migrante di Costas Varotsos (porto di Otranto)

Tornando al 1994: se i cubani non furono di certo accolti a braccia aperte dall’amministrazione Clinton, non ebbero sorte migliore gli haitiani in fuga per la grave situazione politica interna che provocò anche l’intervento militare Onu sotto comando americano. I profughi provenienti dal Paese in tumulto non furono fatti sbarcare sulle coste statunitensi, ma intercettati in mare dalla Guardia Costiera e collocati nelle poco ospitali basi militari di Panama e Guantanamo.

Qui, si apprende da alcune cronache dell’epoca, vennero relegati almeno 20mila haitiani, costretti a vivere in baraccopoli per poi essere rimpatriati. Dunque, basta dare un’occhiata ad un passato neppure troppo lontano per rendersi conto come due dei governi più apprezzati dai progressisti di casa nostra – in Italia quello ulivista di Prodi del ’96 e negli Usa quello dem di Bill Clinton – in termini di politiche migratorie adottarono misure di pattugliamento dei mari atte a scoraggiare gli sbarchi e in grado di determinare un “blocco navale” de facto. D’altra parte, come disse qualcuno,

la sorveglianza dell’immigrazione clandestina attuata anche in mare rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e nel rispetto della legalità che il governo ha il dovere di perseguire.

Parole e musica di Romano Prodi, non di Matteo Salvini né di Giorgia Meloni.