“Ho deciso di rischiare. Non posso più astenermi a dire come stanno le cose e a tornare in piazza per dire la nostra verità, che è la verità vera”. È con queste parole pronunciate nel corso del No Tax Day dello scorso sabato che Silvio Berlusconi è tornato di prepotenza nella scena politica italiana. Dopo il flop alle regionali emiliane e calabresi, l’ex Cavaliere ha dunque deciso di tonare “nonostante quello che ne pensano i miei avvocati”. Ma il ritorno di fiamma non è certo una nuova freccia dell’arco del Presidente di Forza Italia, che negli anni ci ha abituati a sparire per poi riapparire d’improvviso.

Era il dicembre 1994, e il primo governo Berlusconi, tradito da Umberto Bossi, rassegnava le dimissioni: “E’ il giorno del tramonto di Berlusconi” scriveva La Repubblica il 22 dicembre di quell’anno. Eppure lui, il Cavaliere, alle elezioni che si tennero appena un anno e mezzo più tardi, era il principale sfidante di Romano Prodi, leader dell’Ulivo. In occasione di quelle elezioni si tennero i secondi funerali di Silvio Berlusconi, uscito sconfitto dal voto del 1996. Fu in quel contesto che l’Espresso pubblicò una copertina in cui appariva il volto di Berlusconi con la scritta “The end” sulla fronte, mentre l’Italia già pensava ad una nuova era politica fatta di volti vecchi e nuovi, ma comunque vicini al centrosinistra. La vicenda di Mani Pulite – con il vuoto di potere che aveva generato – era ancora fresca, e pensare che Berlusconi fosse stato poco più di una cometa per il panorama italiano era alquanto facile. Ma non fu così. I governi di centrosinistra Prodi, D’Alema I e II e Amato II durarono solo fino al 2001, quando dovettero lasciar spazio – nuovamente – a Berlusconi.

Presidente del Consiglio dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005, Berlusconi non solo dimostrò di essere tornato a vele spiegate, ma diede vita al Governo più longevo della storia repubblicana d’Italia. Come sempre nell’ultimo ventennio, la sinistra continuava ad affannare e a vivere di pane e antiberlusconismo, senza mai riuscire a costruire un’opposizione degna di tal nome. Tuttavia, nel 2005 ecco di nuovo la possibilità di festeggiare i funerali del Cavaliere. Le Regionali che si tennero in quell’anno consegnarono al centrosinistra 11 regioni sulle 13 chiamate al voto, e furono l’evidente simbolo del crollo del berlusconismo. Fu ancora La Repubblica a scrivere che “Berlusconi è il perdente” e che “Prodi è il leader vincente, il grande federatore, quello che ha avuto le intuizioni giuste e ora può chiedere e ottenere di tutto”, mentre Europa – testata ufficiale della Margherita – organizzava una conferenza stampa dal titolo “La fine del berlusconismo è ormai inevitabile”. Bastò un anno per tornare in pareggio, e poi altri due per tornare a Palazzo Chigi. Era il maggio del 2008.

Quell’esperienza di governo, la quarta di Silvio Berlusconi, si concluse con le dimissioni rilasciate al Presidente della Repubblica, mentre al Quirinale la folla inferocita festeggiava come fosse caduto un dittatore. “Si è aperta una nuova era” scrivevano i giornali. Nel frattempo la sinistra gongolante – rimasta per l’ennesima volta orfana del proprio acerrimo nemico – lasciava spazio al governo dei tecnici capitanato da Mario Monti. Bastò – al termine dell’esperienza montiana – andare da Santoro a pulire la sedia sulla quale si era seduto Travaglio per spianare la strada alle larghe intese. Il resto è storia nota e recente.

Ed eccoci infine al No Tax Day nel corso del quale, rivangando la solita solfa della magistratura politicizzata e dell’eccessiva pressione fiscale, Silvio Berlusconi  è ufficialmente tornato per ricompattare un partito mutilato e allo sbando, nonché per rappresentare ancora una volta quel centrodestra che oggi sembra essersi indirizzato a sostegno di Salvini. Se ci riuscirà e se il centrodestra si riunirà ancora sotto il suo nome, è tutto da vedere. Quel che è certo è che non è bastata la politica d’opposizione e neanche la giustizia per fermarlo. E a questo punto, chissà se esiste qualcuno in grado di farlo.