Tutto comincia in una mattina come tante, squilla il telefono e compare un numero semisconosciuto, probabilmente una promozione di qualche tipo. E infatti a rispondere è una delle tante voci di un call center di una nota compagnia telefonica. La prima reazione è quella di esprimere cortesemente il proprio disinteresse verso l’offerta, per poi chiudere bruscamente la chiamata in caso di insistenza, ma non è questo il caso. La signora, molto gentile, spiega che rispetto al gestore attuale la velocità di connessione sarà maggiore e i costi minori, e d’altronde difficilmente può mentire, data la diffusione e l’avanzamento tecnologico della compagnia telefonica proposta. Viene stipulato quindi un contratto telefonico con prove registrate vocalmente. Successivamente avviene il passaggio e da quel momento inizia un vortice infernale di bollette inesatte, chiamate a vuoto e dubbi sulla stessa correttezza del passaggio telefonico.

Questa situazione dovrebbe rappresentare l’eccezione, ma invece è una realtà affrontata ogni giorno da milioni di italiani. La liberazione dal monopolio e dal canone Telecom sembrava una grande vittoria nel settore, soprattutto per i consumatori, ma dopo anni di mercato libero (e incontrollato) la situazione ha raggiunto livelli sempre più insostenibili. Nonostante i numerosi richiami e le multe di Agcom, le compagnie telefoniche hanno continuato a creare contratti poco trasparenti e ad imporre costi nel cambio di operatore, mentre solo di recente hanno creato una regola che fissa la tariffazione a 28 giorni, costringendo i consumatori a pagare ogni anno un mese in più di offerta (il tredicesimo mese fantasma).

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Ma per vederci chiaro andiamo a studiare la normativa dalle sue origini. Era il 31 Gennaio 2007, quando fu approvato il decreto Concorrenza Bis firmato Bersani; stiamo parlando delle famose lenzuolate, che avrebbero modificato per sempre l’aspetto del mercato italiano, con la fine di molti monopoli e altre liberalizzazioni. Nel settore telefonia il testo garantiva importanti diritti per i consumatori, che nella maggior parte dei casi non sono stati rispettati o addirittura aggirati. Nell’art.1 comma 1 viene detto che è altresì vietata la previsione di termini temporali massimi di utilizzo del traffico o del servizio acquistato, ma la realtà vede gli operatori tutt’oggi impegnati ad offrire servizi non cumulabili oltre la soglia mensile e quando invece offrono questa possibilità (obbligatoria per legge) la fanno passare come un’offerta speciale.

Il testo poi continua dicendo l’offerta commerciale dei prezzi dei differenti operatori della telefonia deve evidenziare tutte le voci che compongono l’offerta, al fine di consentire ai singoli consumatori un adeguato confronto anche in questo caso gli operatori spesso nascondono all’interno di asterischi minuscoli, oppure di sottosezioni web di difficile osservazione, i costi totali che comprendono l’offerta. Interessante poi notare come nei contratti telefonici non venga permesso l’accesso alle registrazioni vocali dell’utente per privacy, costringendo quest’ultimo a ricorrere a vie legali per poter accedere alle proprie parole. Il testo del 2007 conclude dicendo che

I contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia […] devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso altro operatore, senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore.

Sul primo punto (i vincoli temporali e i ritardi non giustificati) è palese che gli operatori spingano sempre di più ad offerte vantaggiose ma con vincoli temporali precisi (30 mesi) e che quando un utente decide di scindere il contratto anche dopo il vincolo, spesso si vede recapitare bollette aggiuntive, che vengono giustificate dalla compagnia telefonica come normali procedure burocratiche promettendo un successivo rimborso correlato al costo di passaggio o disattivazione della linea. E proprio su questo ultimo punto si concentrano i maggiori dubbi in questi anni.

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La norma quando parla di spese non giustificate da costi dell’operatore non qualifica e quantifica questi costi, dando piena libertà di movimento alle compagnie telefoniche, che fanno pagare penali dai 30 ai 100€ per il passaggio o per la disattivazione della linea. Il Presidente di AGCOM Angelo Marcello Cardani, durante la discussione del nuovo testo sulla concorrenza (disegno di legge datato 2015 e dopo venti mesi di gestazione entrato in vigore il 29 Agosto di quest’anno) spiegava

che i costi devono risultare correlati ai costi effettivi che l’operatore sostiene, mentre per le procedure riguardanti il trasferimento ad altro operatore non dovrebbero essere neppure applicati,

ma i costi da applicare, dopo l’approvazione del nuovo testo sulla concorrenza, rimangono tutt’altro che chiari, aprendo nuove praterie anarco-liberiste per le compagnie telefoniche. Il testo approvato ad agosto 2017 è un passo indietro rispetto ai vincoli temporali, prevedendo 24 mesi di durata del contratto promozionale e inoltre non chiarisce e in parte giustifica i costi di disattivazione o passaggio di operatore spiegando che

le spese relative al recesso o al trasferimento dell’utenza ad altro operatore sono commisurate al valore del contratto e ai costi reali sopportati dall’azienda, ovvero ai costi sostenuti per dismettere la linea telefonica o trasferire il servizio

e continua dicendo:

[…] e comunque gli eventuali relativi costi devono essere equi e proporzionati al valore del contratto e alla durata residua della promozione offerta.

Western Electric Nº1 - Matthew Ostrowski

Western Electric Nº1 – Matthew Ostrowski

I problemi non sono soltanto ascrivibili al rapporto con le norme e i consumatori, ma vengono ulteriormente ingigantiti dal rapporto di sfruttamento subito da molti lavoratori. Provate a pensare ai promoter che vedete nei negozi di elettronica oppure che sentite attraverso i call center, come vengono pagati? Perché insistono così tanto sulla vendita di offerte che non vogliamo? La risposta è semplice quanto triste: spesso questi lavoratori vengono pagati esclusivamente a provvigione, ovvero possono lavorare anche 10-15 ore al giorno, ma se non portano a casa almeno un contratto o peggio ancora, almeno una serie di contratti, non guadagneranno un centesimo. Questo trattamento non riguarda quindi più soltanto le norme sulla concorrenza, ma anche quelle sul lavoro precario. Da questo breve viaggio risulta naturale capire come sia necessaria una revisione delle norme sulla concorrenza, che garantisca diritti più chiari per i consumatori e una più larga riforma del lavoro, che permetta contratti dignitosi. Norme che sono in netto contrasto con una realtà italiana sempre più prona al verbo neoliberista.