Questa è una di quelle situazioni nelle quali davvero vorresti startene sereno e tranquillo spalmato sul divano, davanti al cinquanta pollici con un bel birrone ghiacciato e un cesto di popcorn, ad assistere a quel che succede. La politica in certe sue fasi è capace di riaccendere gli animi e la morbosità delle persone. Lo si vede anche dai social: per qualche giorno le nostre bacheche smettono di essere invase dai soliti piatti di gnocchi e dalle solite spiagge greche e tutti giù a commentare l’intervento di quel politico e di quell’altro. È bello partecipare. E poi, ci sta tutto, ci sono quelli che denunciano il fatto che ognuno si è riscoperto politologo. Che poi questi son gli stessi che si lamentano a luglio della gente che posta la foto del termometro della macchina che segna 40 gradi o di quelli che postano l’albero di natale l’8 dicembre. Ognuno dopotutto cerca di distinguersi, a modo proprio, inevitabilmente conformandosi egli stesso ad un cliché, ma questa è un’altra storia.

Ora, si diceva, sarebbe bello mettersi sulla curva a tifare, l’allegoria non è affatto casuale, affinché le cose vadano in un senso piuttosto che nell’altro, quasi disinteressatamente, col solo obiettivo di poter dire “io l’avevo detto” e “lasciali rosicare”. Peccato che qui si stia trattando delle sorti del paese e che la posta in gioco sia davvero alta.

Qualche giorno fa abbiamo assistito ad una discussione in Senato dalla quale si possono trarre diversi spunti di riflessione.

In molti hanno evidenziato lo stile del Presidente del Consiglio, forse l’unico ad essersi rivolto al Parlamento e non alle telecamere, il suo senso e la sua cultura delle istituzioni e tanti già si affannano a rimpiangerne l’insostituibile e preziosa figura. Per carità, la compostezza di Giuseppe Conte appare convincente e decisamente elegante, tuttavia, non per sminuire Conte bensì per evidenziarene il contesto, c’è da dire che in mezzo ai cecati quello con un occhio solo è una lince: se davvero il foggiano è l’ultima spiaggia per qualcuno, quel qualcuno non sono gli italiani, ma un disperato Luigi Di Maio. In buona sostanza, non è così complicato librarsi nell’aria in un’aula dove metà degli interventi succedutisi hanno visto nominare il Papeete.

Tocchi di colore non sono mancati: dall’intervento sconclusionato di Matteo Salvini che invoca l’intercessione della Madonna di Ripalta, perdonate la piccola licenza che vi propone una versione foggiana della Vergine Maria; ad un risibile Matteo Renzi, quello che dimenticandosi di quando si faceva chiamare il “rottamatore”, si permette di puntare il dito contro un’esperienza di governo che con tono denigratorio qualifica come populista.

Il quadro che ne emerge è assolutamente definito a destra, dove da tempo immemore sottolineiamo infatti non esserci più alcuno spazio per il M5S e quindi per il suo attuale leader: la Lega, Fratelli D’Italia e Forza Italia spingono convintamente per il voto. La Lega, nonostante l’imbranata gestione di questa crisi di governo, desidera andare al voto quanto prima per capitalizzare il consenso costruito fagocitando un Movimento 5 Stelle malamente guidato dal suo capo politico; i Fratelli d’Italia, pregustando il sorpasso a Berlusconi, sperano di essere sufficienti a Salvini per la prossima futura maggioranza, al fine di non dover condividere qualche ossicino con i forzisti; Forza Italia, il partito del bunga bunga, confidando evidentemente nel fatto che la Meloni non sia abbastanza per Salvini, riscopre accoratamente il suo senso delle istituzioni e del buongusto e invoca a gran voce il ricorso alle elezioni contro l’inciucio parlamentare, dimenticando completamente il Patto del Nazareno e di quando corteggiava i parlamentari di Di Pietro.

La discussione è tutta nell’altro lato e, in effetti, nei due attori principali le dinamiche dialettiche sono assolutamente speculari. Tralasciamo evidentemente la meritatissima insignificanza di Liberi e Uguali.

Nel M5S, come nel PD, c’è chi guarda alle elezioni come all’arrivo della peste bubbonica del 1348 e tutto per gli stessi identici motivi. Il Movimento 5 Stelle è guidato in Parlamento da Luigi Di Maio, un uomo a cui i grillini inspiegabilmente non si sentono di porre alcuna domanda circa il crollo, il collasso, l’implosione di un partito che nutriva la vocazione maggioritaria e che oggi si trova a correre il rischio di raccogliere una percentuale ad una cifra alle prossime politiche. È evidente che il Movimento vedrebbe ridotta la sua delegazione parlamentare in caso di elezioni, ma non è questo il problema per i vari Di Maio e Toninelli: un ricorso alle urne rappresenterebbe inevitabilmente la celebrazione della loro inettitudine e del loro fallimento; un ricorso al voto sarebbe un bollo di ceralacca in calce alla narrazione di un leader che si è fatto infinocchiare in 14 mesi da Salvini in tutti i modi possibili e immaginabili, nonostante il Governo su tante cose stesse facendo bene; l’espressione impietosa degli elettori comporterebbe una valanga che spazzerebbe via una élite incapace e colpevole di aver disintegrato una gigantesca speranza, restando a guardare con quello sguardo ottuso da pesce lesso tante volte oggetto di derisione ed emblema delle incapacità politiche di questi signori.

E lo stesso discorso vale per il Partito Democratico: la cricca di Matteo Renzi tiene le redini della delegazione parlamentare e le elezioni inevitabilmente comporterebbero, seppur nel complesso un probabile aumento dei parlamentari piddini, un deciso ridimensionamento degli alfieri del fiorentino, senza contare, poi, l’ingresso del nuovo Segretario in Parlamento. Questo è il motivo principale per cui Renzi non vuole andare al voto e arriva persino a rendersi disponibile al dialogo col Movimento che da sempre lo inonda, giustamente, di critiche aspre e fin troppo moderate. Le elezioni porterebbero inevitabilmente un rinnovamentino, seppur piccino piccino, tra i gangli incancreniti di quel partito e la cosa non conviene a chi è asserragliato nella stanza dei bottoni. Certo, non che ci sia moltissimo da temere da parte di un Segretario dal carisma di un’alga, il quale, leader del partito del Jobs Act, si permette persino di offendere l’intelligenza di noi tutti criticando il Governo, firmatario del Decreto Dignità, in materia di lavoro. Semplicemente ridicolo.

Ecco, è tra queste due classi dirigenti che si sta disegnando l’accordo per il governo giallo/rosso: tra Luigi Di Maio e Matteo Renzi. Non pago, evidentemente, di essersi fatto masticare e sputare dal primo Matteo, Luigi desidera provare l’ebbrezza di passare sotto le fauci sconnesse del secondo: sarà un disastro per il Movimento 5 Stelle, un vero e proprio suicidio politico. È triste anche come la dialettica sui giornali sia assolutamente fuorviante: definire rosso il PD di Renzi e Zingaretti, l’ordine non è casuale, è un’offesa per chi si rispecchia in certi valori e crede nell’importanza delle politiche sociali e del lavoro. Definire “rosso” chi ha demolito in Italia l’istituto della reintegra, chi ha liberalizzato il demansionamento, chi ha provato a sbrigliare il controllo a distanza sui luoghi di lavoro è uno schiaffo ai tradizionali valori a sostegno dei più deboli. Definire “rossi” gli amici dei banchieri è quantomeno grottesco e meriterebbe davvero una sommossa popolare.

È per questo che non v’è altra via a quella del voto e sarà una fase dolorosa per il Movimento, una fase di ridimensionamento convulso, ma anche di rinnovamento e di riscoperta di una originaria vocazione di servizio popolare. Le elezioni consacreranno la vittoria delle destre, ma allo stesso tempo potrebbero mettere in moto un processo di rinnovamento interno al M5S e qualcosina potrebbero produrre anche all’interno del Partito Democratico.

E poi altri scenari e nuove prospettive: la vocazione maggioritaria del Movimento è ormai un lontano ricordo e quelle speranze sono malamente naufragate dal bordo di una nave dal comandante inadeguato. Le elezioni ci regaleranno un nuovo sistema politico e diversi potranno essere gli scenari: possibile un sistema partitico tripolare, con al centro le destre egemoniche e ai fianchi il Movimento e i “rosé”; possibile un nuovo bipolarismo, laddove l’opposizione potrebbe riscoprire la guida di un rinnovato Movimento che dovrà necessariamente ritrovarsi a sinistra e guardarsi attorno.