«Un’estate fa la storia di noi due. Era un po’ come una favola». Con queste parole nel 1972 il cantautore francese Michel Fugain raccontò l’alba e il malinconico tramonto dei brevi e appassionati amori estivi. Erano gli anni in cui le ferie si chiamavano vacanze e duravano un mese. Agosto, il mese più caldo dell’estate e colmo di avventure sentimentali. Le mamme al mare con i bambini, il bagnino della riviera romagnola con l’occhio lungo e i pettorali in bella mostra; il padre in città a lavorare e in cerca di scappatelle contro il logorio della vita moderna accompagnato dalle note di Azzurro di Paolo Conte. L’Italia politica degli anni Sessanta e Settanta affrontava invece le crisi di governo attraverso gli esecutivi balneari targati Giovanni Leone e Mariano Rumor.

Sapore di Mare (1983) diretto da Carlo Vanzina. Luca e Marina, una storia d’amore che non sopravvive all’estate

«Con quell’aria delicata, con un fiore tra le dita, bevi un altro Margarita poi mi dici che è finita». Nel 2019 Elodie e il rapper Marracash cantano la precarietà dei flirt e dei tradimenti agostani tra social, smartphone e dj-set. La pausa estiva rappresenta un momento di bilancio al quale non tutte le coppie sopravvivono: si ha più tempo a disposizione per rendersi conto di tutto quello che non funziona. Anche i rapporti più solidi e le convivenze più promettenti rischiano di naufragare dinanzi alle tentazioni e alle trasgressioni delle notti in spiaggia. Questa volta, però, a tenere banco nei pettegolezzi di rotocalchi e riviste di gossip, tra gli ombrelloni dei lidi italici, non è la rottura amorosa di Diletta Leotta, la dolorosa separazione di Eros Ramazzotti, il ricongiungimento coniugale di Melissa Satta o i tradimenti televisivi defilippiani di Temptation Island. Gli italiani si interrogano sulla fine di una storia tormentata.

«Il 2019 sarà un anno bellissimo». Queste le premesse e gli auspici del governo giallo-verde rappresentato da Giuseppe Conte. La storia politica tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini sembrava cominciare e funzionare come quelle amorose: sei finito proprio tra le braccia di chi più di tutti ti sei sforzato d’ignorare, perché troppo diverso da te per storia, politica e provenienza geografica. Non un colpo di fulmine, quindi. Di segnali che sarebbe stata tutt’altro che una passeggiata ce n’erano anche prima delle elezioni del 4 marzo: «Noi non facciamo alleanze con Salvini», affermava Di Maio. «Escludo l’appoggio della Lega a un governo Di Maio. Dico no a un governo Spelacchio», rispondeva per le rime Salvini.

La sera elettorale del 4 marzo, invece, Luigi e Matteo cominciano a fiutarsi e corteggiarsi lentamente. Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle ansioso di salire a Palazzo Chigi, dinanzi al due di picche del PD decide di gettarsi tra le braccia del segretario della Lega. Ci sono in realtà due ostacoli da superare per concretizzare la loro unione. Il primo: Matteo è già impegnato in un altro accordo e con un altro uomo: Silvio Berlusconi. Il leader leghista dovrà scaricare Berlusconi (figura ingombrante e indigesta per i grillini) e tradire il patto siglato con il centrodestra unitario. Il secondo: Luigi dovrà convincere Alessandro Di Battista ad accettare il nuovo alleato e ad abbassare i toni anti-leghisti durante la sua permanenza in Sud America. I due innamorati formalizzano la loro relazione sigillandola con un contratto. Eccoli, quindi, seduti allo stesso tavolo per scrivere il programma del governo del cambiamento guidato dall’avvocato del popolo. Che la storia d’amore abbia inizio.

Un bel giorno a Roma spunta un murale, firmato TvBoy, che immortala un bacio appassionato fra Di Maio e Salvini e che fa intendere chiaramente chi conduce il gioco all’interno della coppia. Salvini, con solo il 17% dei consensi rispetto al 33% del Movimento 5 Stelle guidato Di Maio (convinto di poter avere sempre il coltello dalla parte del manico), fa la parte del leone nella scelta di premier, ministri e contenuti del programma. Ben presto il Movimento 5 Stelle, pur avendo il doppio dei voti della controparte, si ritroverà ad appoggiare un governo a trazione leghista e Di Maio dovrà continuamente rincorrere.

Le prime frizioni cominciano sui censimenti dei rom proposti da Salvini, poi si continua con le nomine Rai. Di Maio riesce ad arginare la slavina leghista ponendo il veto alla rubrica di Maria Giovanna Maglie sul Tg1. Il crollo del ponte Morandi a Genova genera un nuovo litigio. «Via la concessione ad Autostrade e ai Benetton», urla Di Maio. I leghisti puntano invece il dito contro Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture. La holding Atlantia alla fine sarà addirittura chiamata a salvare Alitalia. I due sembrano ritrovare la passione di un tempo alla vigilia della manovra finanziaria. «Io e Di Maio siamo ormai una coppia di fatto», scherza Salvini. Eppure il grillino e il leghista cominciano a desiderare cose diverse: Matteo vuole istituire la flat tax e demolire la legge Fornero, mentre Di Maio vuole a tutti i costi il reddito di cittadinanza.

Il capo politico grillino dimostra la propria fedeltà imponendo il salvataggio del ministro dell’Interno dal processo per il caso della nave Diciotti. Salvini annusa l’aria in vista delle elezioni europee e comprende di poter finalmente ribaltare i ruoli: sedurre e abbandonare Luigi Di Maio. Scoppia il caso Sea Watch e il vice-premier leghista accusa i ministri grillini di aver fatto aprire i porti. «Rilegga le leggi dello Stato che lui rappresenta. Sui migranti la Lega è nel pallone, non ha più argomenti», ribatte stizzito Di Maio.

In seguito arriva la querelle Armando Siri. Il sottosegretario leghista alle Infrastrutture viene coinvolto in un’inchiesta giudiziaria. Di Maio pretende che si dimetta. Salvini inizialmente difende Siri, per poi cedere (salvo convocare lo stesso Siri al Viminale per una riunione con i sindacati riguardante la manovra economica – facendo così infuriare l’alleato grillino). La goccia che fa traboccare il vaso arriva con il chiacchierato caso del Metropol di Mosca. Di Maio decide di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e chiede a Salvini di riferire in Parlamento sulla questione Russia. Lo scontro sulla Tav, invece, rappresenta il pretesto per scrivere la parola fine al governo giallo-verde.

Addio alla «coppia di fatto». Matteo Salvini dichiara la propria voglia di autonomia e indipendenza, sostenendo di poter raggiungere i propri obiettivi in completa solitudine. Forse in realtà coltiva in gran segreto la speranza di ricompattare un centrodestra vincente. Perché il primo amore, in fondo, non si scorda mai. Nel frattempo si diverte, trascorrendo il caldo mese di agosto tra corpi sinuosi e bikini al Papeete Beach e coltivando il proprio delirio di onnipotenza.

Luigi Di Maio, sedotto e abbandonato, resta in un angolo a leccarsi le ferite in seguito alla dolorosa separazione. Sogna il grande ritorno dell’amato e intanto ricorre al più classico dei rimedi dinanzi alle delusioni d’amore: chiodo scaccia chiodo. Così comincia a riflettere se flirtare o meno con il PD. Il tormentone estivo insegna:

Chi ci crede più alla monogamia? In un fine settimana guarda come sei cambiato.