Ha ancora senso parlare di democrazia? Oggi, in Italia? Dopo le ultime regionali, sintomo e spia di una più vasta, profonda, remota problematica e questione, crisi che affonda le sue radici nel passato e che nel presente erutta, esplode, con tutta la violenza di un rigetto soppresso, di un grido represso, di un movimento compresso, di un terremoto non ascoltato, di una catastrofe deliberatamente ignorata? La stampa, l’opinione pubblica, la politica l’affronta, finalmente? No, la ignora anzi, non essendo in grado di prenderne atto: il (non) vincitore non dichiara, sinceramente, “abbiamo fatto il sorpasso in retromarcia” come disse Renzi del voto siciliano del 2012, no, oggi lo stesso personaggio, con perfetta incoerenza, coerente solo se si pensa al percorso da lui intrapreso e condotto da quel momento (2012) fin qui, storia di un voltagabbana che porta con sé l’idiosincrasia tra le parole e i fatti, afferma con disinvoltura, con naturalissima faccia di tolla: “La non grande affluenza (notare la lunga perifrasi eufemistica di orwelliana memoria, per non dire “l’astensione”) è un elemento che deve preoccupare, ma è secondario […] il mio partito ha vinto 5 a 0”.

Ridicolo anche Beppe Grillo quando sul suo blog si sostiene che “l’astensionismo non ha colpito il M5S” perché “nel 2010 (cioè quando a livello nazionale non esisteva) raccolse il 6% pari a 126.619 voti eleggendo due consiglieri, ieri ha aumentato i consensi in termini assoluti con 159.456 voti (13,2%) pari a cinque consiglieri”. I fatti sono quindi consapevolmente misconosciuti, allontanati come ripugnanti e inguardabili, come inesistenti; sono negati. I giornali hanno, dopo i primi giorni, relegato la notizia a sparuta citazione di articoli da terza pagina. Il massimo della risonanza a cui può aspirare, è nella sua alterazione neutralizzante, ovvero nel dibattito chiuso, dispersivo, vano del talk show quotidiano, in cui subisce la normalizzazione, la trasposizione nel regno del già visto, del normale appunto, l’esorcizzazione a una presenza che altrimenti spaventerebbe a morte. Si può fare diversamente? Il dibattito è sicuramente l’unico mezzo possibile per cercare di dare una risposta che non implichi violenza. Ma in questo caso, assume le sembianze dell’ipocrisia, è svuotato di significato perché appunto è spesso un inutile e pretenzioso almanaccare, mai positivo, mai realmente arricchente o produttivo, è invece il cozzare di visioni opposte e inconciliabili, che si scontrano stridendo, urlando, gracchiando, confondendo vieppiù la già caotica e precaria situazione. Infine, l’ennesima occasione per deprimere l’italiano medio, sempre che abbia ancora il coraggio di avvicinarvisi, a quel tipo di programmi, spesso costrettovi dalla povertà dell’offerta televisiva.

È un dibattito sterile, non è un dibattito. E allora pensi all’affluenza alle urne, il 37 % in Emilia Romagna, e un sorriso, naturale e spontaneo, sbotta con dolorosa rassegnazione, con nervosa ilarità sul volto, e la domanda segue, quasi come escrescenza, come emanazione plotiniana, come logica conseguenza: che è, democrazia questa? No, evidentemente, se neanche la metà della popolazione è rappresentata. No, sopratutto, se a fronte di una realtà ormai conclamata e improcrastinabile, si oppone il nulla, fatto di riforme inutili, se non dannose, considerate necessarie, epocali, ma nei fatti insufficienti e controproducenti. Si potrebbe quindi pensare a altra soluzione (oltre questa forma di democrazia), a radicalmente nuova alternativa, a capitolo palingenetico, al punto che apra al successivo capoverso. Si vuole essere, però, più concreti e pensare cioè a una proposta che si applichi, per quanto possibile, al sistema esistente, alla forma precostituita, alla struttura attuale: si potrebbe, per esempio, azzerare il sistema partitico, senza però prescindere dall’impianto costituzionale, anzi fondandosi su di esso per superarlo, per completarlo con ciò che la democrazia italiana dal dopoguerra a oggi ha potuto insegnarci? Il vulnus, infatti, la falla del nostro sistema, è stata l’incapacità di difendersi dal malaffare, dalla corruzione, dagli interessi prepotentemente economici, a cui spesso lo strumento politico, rappresentante della sovranità popolare, si è piegato, schiacciato dal controllo di poteri-altri, di egemonie centripete, globali, tanto violentemente totalizzanti quanto più mascherate, incomprese, fraintese. Può essere quindi una risposta restringere, serrare le maglie del controllo di quella stessa costituzione, rafforzarla, irrigidirla tanto da non poterla aggirare se non spezzandola o rompendola, mostrando così il vero stato delle cose. Ciò, più verosimilmente, resterà un’utopia: il gattopardo, a urne vuote, si eleggerà da solo e seguiterà a suggere il nutrimento dalla moribonda carne incancrenita del paese, finché ci sarà polpa. Poi più nulla.