Annunci e trattative son cose diverse, se ne sono accorti i vicepremier Salvini e Di Maio dopo mesi di tensioni con la Commissione Europea. Le promesse elettorali hanno un peso, la crescita economica ha un peso, il deficit ha un peso e anche lo spread, che lo si voglia o no, qualche peso lo ha. È difficile districarsi nella matassa politica di questi giorni. Come siamo arrivati fin qui? Quali forze hanno agito nella trattativa estenuante fra governo italiano e Commissione? La nuova proposta di deficit è una resa o soltanto una strategia? Cerchiamo di fare un po’ di ordine.

Il governo, nonostante le ricorrenti tensioni fra gli alleati, è forte e gode di un ampio sostegno fra la popolazione. La Commissione europea è invece alla fine del suo mandato. Non soltanto soffre di un deficit democratico, ma ha fra i suoi membri vari politici in declino. Moscovici appartiene a un partito, quello socialista francese, ormai quasi irrilevante. Il partito di Dombrovskis, l’algido lettone, ha perso quasi il 15% dei consensi nelle ultime elezioni. Probabilmente la composizione politica del massimo organismo europeo cambierà radicalmente in seguito alle elezioni continentali di maggio 2019.

Potrebbe sembrare che il rapporto di forza fra i due contendenti penda a favore dell’Italia, ma non è così. Questa Commissione europea non ha nulla da perdere. Si può giocare tutte le carte per raggiungere il suo obiettivo: indebolire il più possibile i sovranisti e frenarne l’ascesa. È un’elite in declino: non morirà senza aver dato battaglia. Non poteva certo accettare, come scritto da Domenico Cacopardo su ItaliaOggi

che il primo governo sovranista-populista del continente registrasse un successo a suo scapito (…) dando così ossigeno e linfa a tutti i movimenti sovranisti e populisti.

Inoltre, la Commissione non deve rendere conto a nessuno: non ha promesse elettorali da mantenere e può permettersi anche l’ipocrisia e il doppiopesismo più manifesti. Lo si è visto con le dichiarazioni di Moscovici sulla possibilità per la Francia di sforare ampiamente il 3%, nonostante negli ultimi 10 anni essa abbia violato tale regola per ben 9 volte. La Commissione può sfruttare il suo ampio potere e la sua influenza per mettere sotto pressione l’Italia e lo ha fatto in più occasioni. Basti pensare alle frequenti e dure dichiarazioni dei commissari a mercati aperti, che non hanno avuto altro effetto che agitare le acque intorno al governo italiano.

Invece il triumvirato Conte, Salvini, Di Maio, pur essendo elettoralmente forte, è facilmente ricattabile. L’economia italiana è ancora debole e lo spread è altamente volatile. A meno di non volere uno scontro frontale con la Commissione, bisogna intavolare laboriose trattative. Servono alleati, ma in Europa anche i Paesi con governi politicamente affini come l’Austria hanno espresso una linea dura verso gli italiani. Persino Tsipras ha avvertito:

È meglio che cediate subito alle richieste dell’Unione Europea.

Date queste premesse, il governo ha cercato di impostare la trattativa in modo da dare un colpo al cerchio (le promesse elettorali) e un colpo alla botte (evitare lo scontro diretto con l’Ue). Il deficit al 2,4% era maggiore di quello tendenziale prospettato dal precedente governo e permetteva alla maggioranza un buon margine d’azione. Innanzitutto, non violava la regola del 3% e limitava così le possibili rimostranze della Commissione. Allo stesso tempo permetteva di liberare risorse sufficienti a realizzare almeno in parte i principali obiettivi economici del contratto: reddito di cittadinanza, abbassamento delle tasse (erroneamente chiamato flat tax) e quota 100. Poco spazio però per gli investimenti pubblici, come invece era auspicato dal ministro Savona.

La Commissione europea ha espresso fin da subito un atteggiamento di rigida opposizione alla manovra, fino a prospettare l’avviamento di una procedura di infrazione per debito eccessivo: la manovra italiana non sarebbe in linea con un percorso ragionevole di riduzione del rapporto debito/Pil. Abbiamo assistito a mesi di botta e risposta, di insulti reciproci, uno scontro in realtà prettamente politico, in cui il deficit era solo il casus belliI triumviri avevano assicurato che non si sarebbero fatti passi indietro, che l’Italia avrebbe recuperato l’orgoglio soffocato dai precedenti esecutivi. Inoltre, un inaspettato assist, che si poteva sfruttare meglio nella trattativa, è arrivato nelle scorse settimane dalla Francia: le misure annunciate da Macron per sedare la rivolta dei gilet gialli porteranno il deficit francese oltre il 3%. Moscovici, agendo ormai scopertamente da dodicesimo giocatore della squadra di Macron, ha sostenuto che la Francia si può permettere di violare le regole. Ciò ha messo in luce che l’intenzione della Commissione è solo una: il governo italiano deve cedere.

E, alla fine, il governo ha ceduto. L’ultima proposta italiana è di un deficit/Pil del 2,04%. Ironico quello zero lì in mezzo, no? Chissà chi ha deciso con molto senso dell’umorismo proprio quei decimali e chissà perché. Prendere in giro gli italiani oppure la Commissione, anticipando che anche questa versione della manovra sarà rifiutata? Ma soprattutto, è una resa o solo una mossa di una più ampia strategia?

Già due mesi fa, dalla Commissione indicavano il 2% come possibile compromesso. Tanto valeva accettarlo subito, invece di affrontare spread e declassamenti, per poi scendere fino a quel punto dopo mesi estenuanti. Questa è l’idea di Giorgio La Malfa, in un’editoriale pubblicato su La Nazione. Il governo, insomma, si sarebbe arreso e non avrebbe saputo orchestrare una strategia coerente. Una resa forse motivata dal timore di una procedura di infrazione. Se davvero, come annunciato inizialmente, il deficit al 2,4% serviva a dare una forte spinta alla crescita economica, abbassarlo significa cedere all’idea di non stimolare l’economia con la mano pubblica quanto sarebbe necessario. La prima versione della manovra era lungi dall’essere il New Deal che servirebbe all’Italia, ma l’ultimo abbassamento del deficit implica una riduzione di 7 miliardi di spesa, non briciole. Se con il 2,4% si sarebbe raggiunta, secondo le stime del MEF, una crescita dell’1,5% nel 2019, con quasi mezzo punto in meno di deficit la crescita sarà necessariamente minore: l’1% o forse di meno, stando a La Malfa. E tutto questo mentre sull’Europa aleggia lo spettro di una nuova recessione e anche la Germania rallenta.

E se invece questo passo indietro fosse solo una tattica? Dopo la presentazione dell’ultima versione della legge di bilancio, il commissario Moscovici ha affermato che “non ci siamo ancora”. Ciò potrebbe far pensare che alla Commissione in realtà non basti il 2% e che l’intenzione vera sia proprio quella di forzare la trattativa e aprire una procedura di infrazione contro l’Italia. A quel punto la Commissione mostrerebbe in modo plateale un atteggiamento autoritario. Il governo, invece, potrebbe affermare di essersi comportato in modo responsabile e di aver fatto tutto il possibile per trovare un accordo, ma che le richieste europee sono troppo severe. Agganciandosi al fatto che la Francia sforerà il 3% (e quindi meriterebbe una procedura di infrazione), a quel punto l’Italia potrebbe ribellarsi davvero, tornando ai programmi iniziali.

Qualunque sia la giusta radiografia degli eventi, la delusione di una parte della maggioranza, quella più euroscettica, è sensibile. Come scrive sul suo blog Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato,

voi, che avete meno informazioni di me, siete liberi di leggere questo risultato come una mia sconfitta.

Sui social sono esplose le critiche dei sostenitori del governo, molti dei quali hanno letto la retromarcia come un cedimento disonorevole. Se è chiaramente irrealistico pensare che un governo neoeletto possa rovesciare in 6 mesi paradigmi di austerità consolidati negli anni, è tuttavia lecito aspettarsi una strategia coraggiosa. Ma le informazioni a nostra disposizione sono scarse. Non è il tempo di giudizi definitivi: aspettare e osservare è l’unica cosa che si possa fare adesso.