Guido Pescosolido, classe ’47, originario di Casalvieri, ha insegnato in svariati atenei (Messina, Napoli, Roma) e si occupa da decenni di questioni relative allo sviluppo dell’Italia, dall’Unità ad oggi. Lo abbiamo incontrato all’Università La Sapienza di Roma, dopo aver assistito ad un ciclo di lezioni tenuto durante il corso di storia contemporanea del professore Umberto Gentiloni, per parlare del suo ultimo libro: La questione meridionale in breve. Centocinquant’anni di storia, edito da Donzelli Editore nel 2017.

Buongiorno professore, può illustrarci la definizione di questione meridionale e le convinzioni di fondo che sono alla base del lavoro?

Per questione meridionale – lo specifico subito nel libro – si intende oggi l’esistenza all’interno dello Stato nazionale italiano di un’area, corrispondente grosso modo all’ex Regno delle Due Sicilie, che accusa uno sviluppo economico, un’evoluzione sociale e civile inferiore all’altra parte del paese. Questo problema nasce già nel momento dell’Unità dello Stato italiano, sebbene il divario per certi aspetti, in particolare nel Pil pro capite, fosse allora meno accentuato rispetto a quello odierno.

Va precisato tuttavia che si tratta di un divario frutto non di una immobilità e ancor meno di una decrescita economico-sociale del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord della penisola, bensì di una sua minore crescita. Nello Stato italiano le regioni di quello che era il Regno delle Due Sicilie hanno infatti realizzato nel lungo periodo un grande progresso economico. Tra il 1861 e il 2010, il PIL pro capite del Sud si è moltiplicato per nove volte (oggi forse qualcosina in meno), ma, nello stesso periodo, quello del Centro-Nord è aumentato di quindici volte. È evidente dunque come la questione sia di dislivello e di dualismo in un contesto globalmente dinamico. È una questione di differenze, non di valore assoluto di sviluppo, proprio perché il Mezzogiorno di oggi non è certamente più quello del 1861.

Si possono riconoscere le due macro-aree preunitarie come sostanzialmente diverse e per certi versi opposte?

Vi erano sicuramente molte differenze. Misurate a livello di sviluppo economico e di PIL pro capite non risultavano molto accentuate all’epoca. Il differenziale di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud si poneva intorno al 10%, perché si trattava in entrambi i casi di economie agricolo-commerciali, che accusavano un forte ritardo nel processo di industrializzazione di tipo inglese. Al contrario, la differenza era molto accentuata in materia di sviluppo civile, soprattutto tra le tre regioni più avanzate (Piemonte, Lombardia e Liguria) e quelle meridionali.

Nel Mezzogiorno l’87% della popolazione era analfabeta, l’89% in Sicilia, mentre in quelle tre regioni del Settentrione il fenomeno era circoscritto intorno al 50-54%. C’era una differenza sostanziale anche nel sistema dei trasporti: la rete stradale meridionale era inferiore quantitativamente e qualitativamente a quella settentrionale, ma soprattutto era importante il ritardo del Sud nella dotazione di ferrovie che erano un fattore decisivo ai fini dell’industrializzazione. Si tenga conto che la rete ferroviaria meridionale era pari al 7% di quella nazionale e non c’era un singolo chilometro di ferrovia aperto in nessuna regione del Sud ad eccezione della Campania. Di fatto, solamente in Campania vi erano circa centoventi chilometri di ferrovia, contro gli ottocentocinquanta del Piemonte. Non c’era invece una grande differenza a livello di dotazione di marina mercantile tra Regno di Sardegna e Regno delle Due Sicilie, anche se nella dotazione di piroscafi in ferro e propulsione a vapore l’inferiorità meridionale era netta.

La rete ferroviaria italiana al 20 settembre 1870

Il terzo capitolo del suo lavoro si intitola Nello Stato unitario: il Sud soffre ma il divario non cresce. Ci spiega meglio questa situazione?

Nel ventennio successivo all’Unità il Sud riesce a realizzare, nonostante la sofferenza e la chiusura di alcuni stabilimenti industriali, uno sviluppo agricolo molto intenso nei settori dell’agricoltura specializzata, viticoltura, olivicoltura e agrumicoltura, che gli consente di tenere gli stessi ritmi dello sviluppo economico nazionale. Il divario comincia a crescere solo negli anni Ottanta, quando esplode la crisi agraria e le tre regioni più avanzate del Nord-Ovest più il Veneto cominciano a industrializzarsi in maniera abbastanza accentuata. Dopo il 1887 la guerra commerciale con la Francia infligge un colpo molto duro alle colture specializzate meridionali che esportavano molto in quel paese e l’economia meridionale segna una pesante battuta d’arresto.

Si giunge dunque al 1887, l’anno della svolta protezionistica.

Sì, negli anni appena precedenti c’era stato l’arrivo dei grani americani che aveva messo in ginocchio la cerealicoltura italiana. Inoltre, vi era una necessità di sviluppare l’industria anche per motivi politici e di difesa nazionale. In questo periodo, tutti gli altri paesi, ad eccezione dell’Inghilterra, abbandonano il liberismo commerciale e si dotano di solide barriere protezioniste. Anche l’Italia nel 1887 decide di adottare una nuova tariffa generale protezionista che protegge l’industria siderurgica, meccanica e tessile, provocando la ritorsione della Francia contro le esportazioni italiane.

È in questi anni che il meridionalismo sposa delle tesi filo-liberiste, decisamente rifiutate nel 1861.

C’è da dire che non si tratta degli stessi uomini, perché sono passati più di vent’anni. Il discorso si tramuta in una difesa liberista, in quanto il liberismo avrebbe consentito alle colture meridionali di continuare ad avere esportazioni in Francia. Poi c’è anche una questione dottrinale, ovvero l’idea liberista secondo cui un’industria che abbia bisogno di un sostegno dello Stato per crescere sia un fattore patologico dello sviluppo e una fonte di dispersione di risorse.

Fatto sta che il divario tra Nord e Sud continua a crescere in maniera esponenziale in età giolittiana e durante il fascismo.

Già negli anni Ottanta il divario aveva iniziato ad allargarsi con la nascita del triangolo industriale Milano-Torino-Genova. In età giolittiana assume dimensioni qualitative e quantitative senza precedenti: nel Nord nasce un moderno e competitivo apparato industriale, mentre il Sud resta una macroarea eminentemente agricola. Lo Stato vara le prime “leggi speciali” a favore del Meridione, dove comunque, a parte la costruzione del grande stabilimento di Bagnoli nel 1904, tutto l’intervento si concentra nel potenziamento dei sistemi infrastrutturali e nel miglioramento agricolo. Il fascismo insiste nella politica agricola, nonché nella creazione di un polo industriale attorno a Napoli, riprendendo il discorso dei primi del secolo XX di Francesco Saverio Nitti. Questo polo diventa il secondo italiano dopo quello torinese, ma i bombardamenti alleati durante la II guerra mondiale lo quasi distruggono quasi del tutto.

L’inaugurazione dello stabilimento Ilva di Bagnoli

La situazione migliora nel secondo dopoguerra?

A guerra finita il differenziale del PIL pro capite tra Nord e Sud raggiungeva il suo massimo storico del 47% (il Pil pro-capite del Mezzogiorno era pari al 53% di quello del Centro-Nord). Intendiamoci, come sottolineo ripetutamente nel libro, rispetto al 1861 si verifica un tale aumento del divario, ma nell’ambito di una crescita di entrambe le macroaree. Sono cioè cresciuti sia il Nord che il Sud, solo che il Nord è cresciuto molto di più del Sud.

La neonata Repubblica decide allora di realizzare una grande riforma agraria e di dar vita a un intervento straordinario a favore del Mezzogiorno attraverso l’Istituzione nel 1950 di un apposito Ente autonomo: la Cassa per il Mezzogiorno, che promuove un grandioso sforzo di miglioramento fondiario, agricolo e infrastrutturale, che imprime allo sviluppo civile una spinta poderosa, che però nella prima parte degli anni Cinquanta non si traduce in una riduzione del divario. A questo punto, inizia concretamente a farsi strada l’idea secondo cui il Meridione può recuperare il ritardo dal Nord solo attraverso una sua industrializzazione massiccia, simile a quella del Nord del paese, mentre fino a quel momento l’economia meridionale era rimasta prevalentemente agricola, anche se la riforma agraria aveva liquidato il latifondo.

Il 1957 è l’anno della svolta con l’inizio della fase industrialista dell’intervento straordinario. Cosa cambia esattamente?

Accade che al Sud, nonostante la scomparsa del latifondo e lo sviluppo sulle coste di una fiorente economia delle colture specializzate, si registra ugualmente una imponente ondata migratoria verso le aree industriali del Nord e verso l’estero e comunque il Pil pro capite meridionale non recupera rispetto a quello del Centro-Nord. Si decide allora di puntare di più sull’industrializzazione anche del Mezzogiorno, attraverso la creazione di poli industriali in diverse aree meridionali. Tutto ciò porta per la prima volta alla diminuzione del divario del PIL procapite tra le due macroaree, che scende al 35% circa, pur restando tuttavia una dimensione ancora patologica.

Ebbene, anche in questa fase di crescita effettiva del Sud e di riduzione del divario rispetto al Nord ci sono dei profondi critici della politica di intervento straordinario realizzata dallo Stato. Si paragonano le nuove costruzioni industriali a delle “cattedrali nel deserto”.

È il discorso sulla grande industria. Si imputa a queste grandi strutture di creare poca occupazione rispetto alle medio-piccole imprese, solo attraverso le quali, dicono questi critici, avrebbe potuto e dovuto svilupparsi il meridione. È un discorso che io ritengo errato, perché l’interesse industriale meridionale è anche quello nazionale.

Mi spiego meglio: con la creazione anche di grandi industria si voleva creare un sistema industriale unico ed integrato su scala nazionale. Se è vero che la grande industria creava meno occupazione della media e piccola rispetto all’investimento effettuato, è vero pure che solo essa, integrata su scala nazionale e internazionale, poteva rappresentare l’ossatura stabile sulla quale basare un’economia industriale meridionale poco soggetta alle crisi congiunturali locali e anche alle malversazioni della malavita. Difatti poi abbiamo constatato che le industrie più durature sono state quelle grandi e nate in quel periodo, tipo l’Ilva di Taranto, creata nel 1961 sulla base di un fabbisogno di acciaio nazionale. Il grande errore sta dunque nell’aver fatto la lotta alla grande industria, perché un conto è limitare i danni ecologici che da essa derivano, un conto è rinunciare in toto ai suoi benefici in termini di reddito e di occupazione, diretta e indiretta.

L’Ilva di Taranto nel 1964, foto di Paolo Monti

Ciò che di buono si è fatto fino alla metà degli anni Settanta, negli anni Ottanta si interrompe. Come mai?

Già negli anni Settanta era entrata in crisi l’economia nazionale, anche settentrionale, a causa dello shock petrolifero. Inoltre, c’erano state una serie di lotte sociali che avevano innalzato enormemente il costo del lavoro, così come i costi della pubblica amministrazione. Questi fenomeni, assieme all’entrata in funzione delle regioni, modificano necessariamente la strategia dell’intervento straordinario. Fino a che non sono nate le regioni il meridionalismo è stato affidato esclusivamente all’intervento dello Stato centrale attraverso la Cassa per il Mezzogiorno. La gestione degli interventi era stata quindi centralistica. Col passare degli anni si è visto come le risorse destinate all’intervento siano state sempre meno aggiuntive a quelle ordinarie, come invece era stato concepito in fase di impostazione dell’intervento medesimo, bensì sempre più sostitutive di quelle ordinarie. Questo fatto accresce ancora di più il valore di risultati ottenuti, che furono di grandissima portata anche se in rallentamento dagli anni Settanta in poi e comunque non tali da risolvere definitivamente la questione meridionale annullando il divario.

Laminatoio Italsider a Taranto nel 1964, foto di Paolo Monti

Cosa è mancato dunque?

Il Mezzogiorno per completare il suo percorso di recupero rispetto al Centro-Nord avrebbe avuto bisogno ancora di un sostanziale sostegno agli investimenti produttivi. Per fare questo sarebbe stata necessaria una politica dei redditi e una programmazione economica che si ponesse questo obiettivo come prioritario. Tale politica non c’è stata. Gli unici a reclamarla energicamente negli anni Settanta furono i liberal-democratici guidati da Ugo La Malfa, Francesco Compagna, Rosario Romeo, Giuseppe Galasso.

Il Sud ha così continuato a perdere terreno, ma anche al Nord le cose non sono andate troppo meglio, e il paese non è più riuscito a ripartire ai ritmi degli anni Sessanta. Nel 1986 viene messa in liquidazione la Cassa del Mezzogiorno e nel ’92 si chiude anche l’AgenSud, che aveva ereditato i progetti in essere della Cassa. Da allora si apre l’epoca dell’intervento ordinario, vale a dire affidato ordinariamente alle regioni e ai programmi di coesione europei che intervengono del partono alla fine decennio del secolo XX.

E di questi fondi cosa ne è stato fatto?

Generalmente sono stati spesi male e a volte i progetti prefissati non sono proprio partiti. In ogni caso, i risultati di tutte le politiche successive all’intervento straordinario, sia nazionali, sia quelle europee, non hanno evitato che il divario Nord-Sud tornasse ai livelli dei primi anni Cinquanta. Nonostante i pessimi risultati, di soldi ne sono stati comunque spesi. Di fatto, con le stesse risorse (anzi forse qualcosa in meno), quello dell’intervento straordinario realizzato dalla Cassa per il Mezzogiorno, rimane l’unico periodo della storia d’Italia in cui si è avuto un accorciamento delle distanze tra Nord e Sud, mentre le politiche successive, tese prevalentemente a sostenere la domanda di consumi, sono state prevalentemente di tipo assistenziale e non hanno ottenuto affatto l’accorciamento del divario, bensì un suo rinnovato allargamento.

Ugo La Malfa

Le distanze continuano ad aumentare raggiungendo il picco tra il 2008 e il 2013, in piena crisi internazionale.

Sì, quando il Sud perde tredici punti di PIL. Dal 2001 al 2007 c’era stata una fase di tiepida crescita, benché sempre inferiore a quella dell’Italia settentrionale. Il ritardo del Mezzogiorno cioè è sempre aumentato negli ultimi decenni, sia in riferimento al Settentrione, ma anche e soprattutto rispetto al resto d’Europa, sia nei periodi di espansione che in quelli di recessione internazionale.

Possono essere riconosciute delle responsabilità delle politiche strutturali europee per il protrarsi di questa situazione o la colpa rimane solamente interna alla nazione?

Le politiche europee non hanno nessuna responsabilità nella crisi economica italiana e ancor meno nell’allargarsi del dualismo italiano Nord-Sud negli ultimi decenni. Al contrario l’Europa ha varato energiche politiche di coesione territoriale a favore delle aree depresse dell’intero continente, cioè non solo a favore del Sud dell’Italia, ma anche verso la Spagna, la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e tutti i paesi dell’Est. Tutti questi hanno ottenuto risultati straordinariamente positivi, come mai soltanto noi abbiamo perso terreno? Dipende dall’Europa? L’Europa fa politiche omogenee per tutti i paesi che si trovano in una certa situazione. Il fatto è che gli altri si sono stati capaci di avvantaggiarsi del sostegno europeo, mentre noi siamo rimasti indietro. Fa comodo dare la colpa agli altri, ma la situazione oggettiva è questa e parla chiaro.

Il libro è stato scritto nel 2016. Cosa è cambiato in due anni?

Ad oggi la situazione del dualismo risulta molto peggiorata rispetto a quella del 1973. Nelle pagine finali del libro si prende atto di una crescita economica nazionale nel 2015-’16, ripresina nel cui ambito anche il PIL pro-capite del Sud cresceva e soprattutto, dopo oltre un quarantennio tornava a crescere più di quello del Nord. Sebbene si fosse rientrati in una situazione di ripresa europea superiore a quella italiana, si tornava a guardare al futuro con una qualche speranza. Tale crescita si è confermata per tutto il 2017, con un saldo positivo rispetto al disastro del 2014 abbastanza confortante. È però notizia di questi giorni che, secondo i dati Istat, il PIL invece di continuare a crescere è tornato a decrescere. Si tenga sempre presente che l’Italia, nonostante la ripresa del 2015-17 è a tutt’oggi l’unico paese europeo tranne la Grecia a non avere recuperato i livelli del 2008. E adesso stiamo entrando di nuovo in recessione. Insomma, sembra che il breve periodo dell’accorciamento del divario per il Mezzogiorno potrebbe essere finito.

Ma il PIL è dunque l’unico o perlomeno il più importante fattore da considerare?

Per l’Ottocento, vista l’incertezza dei dati di calcolo, credo ci si debba basare su dati più sicuri, come quelli grezzi di produzione. Oggi è diverso e il PIL, anche alla luce di un calcolo sicuro e condiviso, è il maggiore indicatore dell’andamento dell’economia di un paese. Poi ci sono tanti altri indicatori di sviluppo e di divario, intendiamoci. Ma il fatto è che anche se si va a vedere questi altri elementi, il Mezzogiorno ne esce sempre come area arretrata rispetto al Nord. Le infrastrutture sono nettamente inferiori, così come tutti i misuratori dei consumi, dei servizi sociali, dei trasporti, insomma dello sviluppo civile nel suo insieme.

In conclusione di questa ricostruzione storica, ringraziandola per la disponibilità, verso dove si deve andare per uscire da questo divario?

L’unica cosa che possiamo fare è quella di tornare ad investire per rafforzare la nostra capacità di produrre beni e servizi competitivi su scala interna e internazionale, dalla quale soltanto può avere origine una stabile ripresa di produzione, reddito e occupazione. Se noi fossimo in un sistema chiuso, protetto come quello del 1887 (cosa che adesso non è in alcun modo possibile), allora un sostegno dato esclusivamente alla domanda potrebbe avere un moltiplicatore sul PIL e sicuramente anche sull’occupazione. Ma, oggi, sostenere la domanda, ammesso che chi ottenga dallo Stato quei soldi li spenda e non li tesaurizzi, non significa sicuramente alimentare i produttori italiani e quindi l’occupazione in Italia. Potrebbero invece avvantaggiarsene produttori stranieri. È molto più sicuro sostenere invece l’offerta, la capacità di offrire beni e servizi competitivi italiani dai quali deriverebbe sicuramente un aumento dell’occupazione. Non confondiamo le politiche di pura assistenza, e che si devono fare per non lasciare la gente morire di fame, con le politiche di sviluppo che sono le uniche che possono evitare in modo duraturo che esistano masse di disoccupati e di indigenti da soccorrere a cui bisogna puntare.

Si deve stringere ancora la cinghia, nel senso che bisogna creare le condizioni affinché la nostra offerta di prodotti e servizi nel libero mercato torni ad essere competitiva, nel Nord come nel Sud. Non è con l’elemosina che si elimina la povertà, bensì con l’attività produttiva e l’industria. L’Inghilterra dell’Ottocento dovrebbe insegnarci qualcosa al riguardo, e anche l’Italia di fine anni Sessanta, nella quale era stata raggiunta la piena occupazione e l’emigrazione di italiani all’estero cessava dopo quasi un novantennio di esodo di massa in Europa e soprattutto oltreoceano.