Gianfranco de Turris (Roma, 1944) è uno dei maggiori esperti in Italia di narrativa fantastica. La sua lunga carriera in questo dominio è cominciata nel secolo trascorso e al suo attivo vanta centinaia di articoli, saggi, interviste volumi pubblicati e curati tanto che una mera catalogazione diventa assai difficile per chiunque. L’Autore tuttavia è una figura poliedrica in quanto le sue competenze non si limitano all’immaginario prettamente detto, ma spaziano attraverso una molteplicità di ambiti, dato che ha lavorato come vice-caporedattore del Giornale Radio Rai per la cultura e ricopre la carica di consulente editoriale per le Edizioni Mediterranee di Roma, occupandosi di materie come la storia delle religioni, la mitologia, la filosofia e l’esoterismo. Non è difficile arguire che chiunque si accosti alla speculative fiction sia tributario in qualche modo di Gianfranco de Turris il quale ha contribuito in maniera radicale alla diffusione di essa in Italia.

Abbiamo chiesto all’Autore di rispondere ad alcune domande relative allo sword and sorcery in particolare, che in maniera succinta può definirsi come quel peculiare sottogenere del fantasy in cui interagiscono guerrieri che, armi in pugno, sono protagonisti di avventure in un mondo immaginario, o sulla Terra in epoca preistorica, antica, medievale o in un futuro remoto, dove la tecnologia e la scienza sono primitive, o non esistono proprio, e in cui opera la magia. In questo tipo di narrativa, le storie sono relativamente rapide e brevi, è presente l’orrore soprannaturale o l’orrore cosmico, non esiste una netta contrapposizione tra il bene e il male, e i protagonisti delle vicende possono essere considerati eroi dark. Ora, lasciamo lo spazio a Gianfranco de Turris.

Gianfranco de Turris

Nell’arco di appena una decina d’anni Howard scrisse di tutto e di più, ma a noi interessano i suoi personaggi “fantastici” come quelli indicati e altri, grazie ai quali lo scrittore texano rinnovò, anzi rivoluzionò, la narrativa fantastica popolare. Quali sono le loro origini? Da dove trasse ispirazione Howard?

Senza dubbio essa fu personale e originale, ma è altrettanto certo che ha come retroterra i miti celtici: Howard del resto affermava che la sua famiglia aveva origini celte e non è un caso che L.S. de Camp abbia intitolato la biografia che gli ha dedicato The Last Celt, l’ultimo celta. Ad una ambientazione originale si aggiunge uno stile personalissimo, sanguigno, rapido ed efficace, ecco la sua novità, prosa che gli derivava indubbiamente dall’hard boiled novel che furoreggiava in quelli anni con Hammett, Chandler e poi Spillane.

Dopo la scomparsa del Maestro di Cross Plains, quali sono gli autori che hanno maggiormente contribuito a diffondere lo sword and sorcery?

Howard non ha avuto né epigoni né seguaci. Era unicum, come del resto anche Lovecraft e Smith, ma diede il via, aprì una strada per tutti coloro che volevano creare mondi immaginari, fantastici, mitici, con al centro un eroe e magari una eroina significativi e accattivanti su cui incentrare una storia o una serie di storie. Il migliore di questi scrittori che vennero dopo REH è probabilmente Karl E. Wagner, purtroppo scomparso. Anche autori importanti come Carter, de Camp e addirittura Poul Anderson che si cimentarono con la riscrittura di Conan non raggiunsero i livelli dell’originale.

Ritratto di Robert E. Howard

Taluni commentatori ritengono che lo sword and sorcery si differenzi dall’heroic fantasy e che i due sintagmi non possano essere considerati sinonimi l’uno dell’altro, a differenza di quanto hanno sempre affermato i grandi maestri come Karl E. Wagner, Lyon S. de Camp e Lin Carter. Nel 1969, sulla enciclopedia Arcana, Lei, insieme a Sebastiano Fusco, ha utilizzato per la prima volta in Italia l’espressione “fantasia eroica” per individuare il genere suindicato. Ci può fornire una definizione di essa e ci può dire quali sono gli elementi costitutivi lo distinguono tra altre tipologie di storie dell’immaginario?

Intanto, considerando le storie che scrivevano de Camp e Leiber, a parte le due definizioni da loro proposte, non mi pare che ci fossero sostanziali differenze di contenuto fra esse, compreso un certo tono ironico che alcune volte emerge specie in Leiber (si pensi alle avventure di Fafhrd e del Grey Mouser) a differenza di quel che scriveva Howard. In fondo è dalla sua narrativa che è nato tutto e propria da essa i due scrittori americani hanno derivato le loro definizioni. Forse col tempo c’è chi ha voluto dare alla sword and sorcery un tono più magico e occulto, anche se Leiber aveva creato una variazione di cloak and sword, cioè “cappa e spada”, definizione con cui anche qui da noi si ci si riferiva ai romanzi cavalleresti più alla Dumas che alla Scott, come quelli che andavano di moda nella prima metà del Novecento, di Rafael Satini, della baronessa Orczy, del principe Pignatelli. Sicché direi che tra i due termini, così come pensati all’origine, non c’è una sostanziale e profonda differenza,

Quanto alle definizioni, non è che sia molto portato. Forse è meglio identificare gli elementi base che fanno di heroic fantasy e di sword and sorcery quel che esse sono: un mondo ed una geografia immaginari, inesistenti, magari con indiretti riferimenti a culture note, barbare o medievaleggianti come sfondo e caratteri, comunque adattati allo schema fantastico generale; un mondo in cui magia, occulto, sovrannaturale sono al posto della scienza, considerati una cosa normale e non una eccezione; un mondo in cui spesso gli dei o le divinità superne e infere siano immanenti; un personaggio principale o un eroe sia al centro della vicenda e si trovi a dove combattere in prima persona, spesso armi in mano, muscoloso o meno che sia, contro esseri umani e divini, in situazioni con sentimenti estremi ma anche con valori positivi netti ed espliciti, oggi non molto di moda.

Fritz Leiber

In un settore come quello della narrativa fantastica dove l’improvvisazione e il dilettantismo regnano sovrano, sempre insieme a Sebastiano Fusco, Lei ha introdotto un metodo di analisi del testo utilizzato anche nei lavori di ricerca universitaria e che pertanto segue i dettami accademici, consentendo in tal guisa di fornire maggiore legittimità alla speculative fiction e permettendo agli appassionati sia di comprendere appieno il testo sia di avere delle fonti a cui attingere per approfondire il medesimo. Si tratta del Neosimbolismo. Può spiegarci nel dettaglio di cosa si tratta?

Quando l’editore Renato Fanucci ci chiese di dar vita ad una collana di fantascienza all’inizio degli anni Settanta decidemmo di fare quel che ci aspettavamo dalle pubblicazioni di altri editori e che non vi trovavamo. Una di queste era l’approfondimento della speculative fiction. Tutti gli specialisti e gli appassionati si lamentavano che essa fosse considerata una letteratura di serie Z da parte della critica ufficiale, dai giornali ecc., una cosa banale, elementare, per ragazzini frustrati Noi cercammo di provare che aveva nobili origini e che non era semplicemente una narrativa “popolare”, “di genere” e da riviste dozzinali. Alle spalle aveva ben altro, anche se dimenticato o ignorato.

Appunto il mito delle origini che nei millenni si era trasmutato, o meglio camuffato con tutte le sue tematiche, in narrativa fantastica. Era la tesi di storici delle religioni famosi, Mircea Eliade e Joseph Campbell, ma anche di pensatori tradizionalisti come René Guénon e Julius Evola, ma anche in fondo di un Tolkien e di uno Jung. A tutti questi e ad altri ricorremmo per elaborare man mano la nostra proposta interpretativa, anche citandoli esplicitamente. Che c’era di male? Nulla, ma una cultura allora manichea rifiutò a priori questa ipotesi e questa interpretazione accusandoci di voler fare “politica”.

La considero ancora adesso una cosa da matti, demenziale, nata dalla idea di allora che “tutto è politica” e che tutto deve essere interpretato come “politica” e che quindi bisogna rigettare quel che non rientra in certi schemi precostituiti. La nostra interpretazione ha camminato nonostante tutto sulle sue gambe, ha fatto strada e le altre interpretazioni sono rimaste al palo… Ma ancora oggi spunta di nuovo gente che la rifiuta a priori, senza discuterla, sempre per motivi “ideologici”. E sono trascorsi quasi 50 anni!  È vero che la storia si ripete, ma la seconda volta appare come una grottesca tragedia.

Ritratto di Julius Evola

Per quale motivo, dopo un iniziale successo, tra cui le antologie Le spade di Ausonia, I guerrieri di Ausonia (Akropolis, 1982) e Nel nome di Conan, (Yorick Fantasy Magazine, 1994), curate da Lei, non si è più continuato con raccolte e progetti affini a questo e si sono avuti solo saltuari volumi dedicati all’heroic fantasy?

Credo che il motivo sia soltanto editoriale. Nel senso che non ci furono più curatori interessati all’argomento che proponessero antologie a tema, e non ci furono più luoghi dove pubblicare né heroic fanasysword and sorcery. Essi decaddero come decadde il fantastico in generale nella editoria italiana da un certo momento in poi. Insomma una causa estrinseca, non intrinseca. Finché fu possibile, negli anni Ottanta, pubblicai varie antologie, cinque o sei, di vario tipo con Akropolis e Solfanelli, spesso attingendo agli autori del Premio Tolkien (1980-1992) che fu uno straordinario serbatoio di autori.

Negli ultimi venti anni, a parte casi rarissimi, notiamo con disappunto che le pubblicazioni di sword and sorcery sono prive di prefazioni, postfazioni e comunque saggi che possano aiutare a comprendere meglio questi volumi. Per quale motivo le case editrici hanno espunto questi preziosi apparati critici?

In genere gli editori sono del tutto indifferenti, se non addirittura ostili, a qualsiasi tipo di apparato critico per qualsiasi opera, e non solo quelle citate in modo specifico. Pensano che i lettori non siano interessati e quindi siano cose superflue, e pensano che sia meglio risparmiare sulla carta e nel portafoglio (quando pagano i testi critici aggiunti). Io stesso, noi stessi, abbiamo quasi sempre dovuto insistere per aggiungere le nostre prefazioni o postfazioni cui gli editori non penavano affatto, a meno che ovviamente non si trattasse di collane così importate dall’origine, come quelle che si facevano con Fanucci padre.

Tra gli autori italiani del passato, quale ritiene incarni meglio lo spirito dello sword and sorcery?

L’unico scrittore che ha perseguito con continuità questo genere letterario in passato credo sia stato Gianluigi Zuddas che ha scritto molti romanzi e racconti collegati fra loro nel ciclo delle Amazzoni. Era una sword and sorcery molto particolare, ironica e autoironica, paradossale ed eccentrica, ma di una inventiva straordinaria e ricca di inesauribili spunti, sotto certi aspetti molto personale e molto “italiana”, non certo violenta e truculenta. Non ci sono stati altri che abbiano scritto con tanta continuità creando un “ciclo” organico, e quindi con cui fare un confronto con lui. Peraltro anche gli altri scrittori che pubblicai hanno prodotto storie originali, e quindi dovrei citarli tutti. Il problema, come ho detto in precedenza, che non è esistita una continuità e regolarità tali che abbia consentito di pubblicare a sufficienza per poter fare questi confronti.

Analizzando il mercato editoriale possiamo affermare a buon diritto che l’urban fantasy, il paranormal romance e lo young adult fantasy la fanno da padroni e riscontrano maggiore successo rispetto agli altri generi del fantasy come qui lo intendiamo. Per converso, lo sword and sorcery, a dispetto di trenta anni fa, è bistrattato e negletto. Perché c’è stata questa variazione di gusti?

È semplicemente una scelta del mercato editoriale americano, spesso influenzato dal cinema e dalla televisione, che si ripercuote sulla nostra editoria alla periferia dell’impero che lo traduce e quindi i lettori che lo leggono, e leggono solo quei romanzi. Peraltro, ritengo che siano soltanto “mode” che col tempo vanno a esaurimento: si veda ad esempio quello dei giovani vampiri “buonisti” della trilogia della Meyer. Non mi pare che se ne parli più. Ha avuto le sue versioni a film, i suoi imitatori, e poi? Che tracce ha lasciato? Anche qui un fenomeno non certo di contenuto…

Per coloro che non si accontentano di leggere i romanzi dei generi dinanzi suindicati, emerge il grimdark fantasy che, affermatosi con Le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, ha visto negli ultimi anni una costante ascesa sul mercato editoriale e ha conosciuto grande popolarità anche tra il pubblico generalista, grazie soprattutto all’adattamento della saga in una serie televisiva prodotta dalla HBO. Il libro che ha fatto da apripista al grimdark è stato Il trono di spade sempre di Martin, ispirato alla Guerra delle due rose e a Ivanhoe, pubblicato in America nel 1996 con il titolo A Game of Thrones e uscito in Italia nel 1999. Tuttavia, è stato Joe Abercrombie a dare la vera propulsione al grimdark, pubblicando Il richiamo delle spade (The Blade Itself, 2006), primo romanzo della serie de La Prima Legge (The First Law), uscito in Italia nel 2013.

 

Nelle opere di questo genere si adotta un setting storico europeo, preferibilmente del Basso Medioevo, si modificano i nomi dei personaggi realmente esistiti e dei luoghi geografici, si inserisce una dose massiccia di violenza, torture e sesso esplicito, si eliminano le descrizioni, si aggiungono una pletora di personaggi che possano rendere il libro pleonastico e il gioco è fatto. Sul versante della magia, la tesi propugnata da questi autori è che essa sia da sopprimere dall’intreccio, o comunque da ridurre ai minimi termini. Se proprio deve essere presente, bisogna farla apparire come mera superstizione del popolino o come leggenda. Quale idea si è fatto del grimdark?

Che ovviamente NON sia né heroic fantasy, né sword and sorcery, se ad essi pensiamo come li intendevano de Camp e Leiber e come erano espressi nelle opere di altri autori classici di riferimento che abbiamo citato. Questa “fantasia oscura” non ha nulla di fantastico e non è una evoluzione, ma una involuzione delle sue supposte origini. Qui non ci sono terre d’invenzione, non c’è occulto, magia e sovrannaturale realmente operanti, non ci sono popoli fantastici o esseri fantastici. Questo genere è semplicemente realistico, una serie di vicende pseudostoriche con aggiunte quelle caratteristiche che apprezza un certo tipo di pubblico generalista, violenza e sesso, soprattutto, come in qualsiasi altra opera di narrativa popolare, sia scritta che visiva, e che quindi non li distingue dagli altri se non per la collocazione temporale. Inoltre, si tratta di romanzi ipertrofici, di centinaia e centinaia di pagine, proprio come piace adesso. Probabilmente se non ci fosse stata la serie televisiva il loro successo editoriale sarebbe stato minore. Stiamo parlando di serie nate oltre venti e dieci anni fa… Gli autori si ripetono, ma seguono i gusti del tempo…. E pensare che Martin, ai suoi esordi, era ritenuto uno delle firme più originali e stilisticamente brillanti della fantascienza!

George R. R. Martin

In ordine al grimdark, mi ha colpito The Mud, the Blood and the Years, un saggio apparso recentemente sul sito di Grimdark Magazine, ma in realtà pubblicato nel 2015 sulla rivista Grimdark Magazine Issue #4. In tale circostanza, John R. Fultz, autore e saggista americano assai popolare, ha sostenuto con fervore evangelico che il grimdark sia l’erede diretto dello sword and sorcery. A suo dire il merito di questo genere è quello di aver sostituito i valori presenti nelle opere classiche come l’idealismo, il mito pastorale e gli eroi infallibili con lo sterco, la sozzura e l’ultraviolenza, consentendo pertanto ai nuovi romanzi di essere più realistici. In tal modo il grimdark si presenta come una forma progredita, ovvero più matura, dello sword and sorcery, il che gli permette di attrarre i gusti del pubblico moderno. Lei è d’accordo con questo critico?

Evidentemente no, come ho detto prima. Ma qui si spiega precisamente perché queste opere NON siano una evoluzione dello sword and sorcery, ma una involuzione, addirittura una deviazione, e, appunto perché si basano su presupposti diversi, anzi opposti, siano un genere totalmente diverso che potremmo incasellare nella “fantastoria”, anzi in una cupa fantastoria… È tipico della cultura moderna e contemporanea degradarsi e “attualizzarsi” per accalappiare i gusti deteriori (appunto) del pubblico odierno. Il quale non è che vada alla ricerca specifica di queste bassezze, ma di certo se le trova spiattellate le legge e magari ci si trova coinvolto, cosa che faceva prima con valori e scenari opposti. Se si esalta il “realismo” di Martin e Abercrombie non si vede come si possa metterli accanto, in quanto loro prosecuzione, al “fantastico” di Howard e Moorcock, per citare scrittori fra loro diversi, come “ideali”, ma che di certo rientrano completamente nei generi originari. In essi, si badi, il “realismo” c’era – anche senza giungere al fango e alla merda – ma c’era anche la componente magica, occulta, sovrannaturale che qui manca del tutto. C’era anche l’erotismo, pur senza il sesso esplicito: ma i tempi sono quelli che sono, gli anni Venti e gli anni duemila, e i gusti si sono degradati. Non è questa la differenza sostanziale quindi, ma l’ambientazione in una terra non totalmente inventata e la mancanza dell’elemento magico.

L’Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery da anni si occupa di divulgare espressamente la fantasia eroica nel nostro Paese pubblicando romanzi, racconti, saggi, interviste e collaborando con scrittori, giornalisti, illustratori, fumettisti e comunque tutti coloro che amano questo genere letterario. Cosa ne pensa di questa nuova realtà?

Ovviamente dal mio punto di vista il giudizio è positivo, perché è una battaglia in favore di una corretta interpretazione di questo genere letterario, ma anche una battaglia in favore del buon gusto. Il problema, credo, sia proprio questo: è il gusto del lettore che si è deteriorato e in tutti i modi bisognerebbe far capire dove sta lo sbaglio. Lo si può fare soltanto con buoni esempi, ma ci si deve confrontare con una potenza di fuoco editoriale maggiore, purtroppo… Come al solito la quantità prevale sulla qualità.

Alcuni intellettuali, tra cui Francesco Coppola, Cristina Donati e Andrea D’Angelo, in passato avevano avanzato l’ipotesi dell’esistenza di un fantasy mediterraneo (o meglio, di un med fantasy) mediante alcuni interessanti saggi e articoli sul web, anche se purtroppo l’iniziativa si era conclusa con un nulla di fatto. La critica infatti aveva disconosciuto l’esistenza del predetto genere poiché assai misero di pubblicazioni e per l’inutilità di apportare ulteriori distinzioni nel fantasy. Recentemente abbiamo scritto diversi saggi e abbiamo pubblicato anche diversi volumi tra cui Pirro il distruttore di Angelo Berti, Le Cronache del Sole Mortale di Alberto Henriet, Byzantium di Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini e Mediterranea, un’antologia di racconti e saggi ambientati nei territori adiacenti al Mare Nostrum in cui compaiono tra i migliori autori del nostro Paese. Lei pensa che sia possibile una via italiana e mediterranea al fantasy, scevra di influenze norrene e celtiche?

Non vedo il motivo per cui “avanzare una ipotesi” sia condannabile soltanto perché ci sono scarsi riferimenti concreti. Non mi pare che chi avanza tali riserve possa essere un critico autorevole, ma uno che si basa su riserve mentali. Se si pensa che ci sia materia mitico-leggendario, oltre che basi storiche, per scriverne, lo si scriva e si dimostri il contrario, come mi pare che l’elenco delle opere che ha citato dimostrano. Poi si saggia l’originalità, la verosimiglianza storica, lo sfondo mitico e la qualità dello stile. Un fantastico mediterraneo può essere un ampliamento d’orizzonti rispetto ad un fantastico italico: sempre alle nostre origini storico-mitiche fa riferimento, senza ricorrere a celti e norreni. In fondo esistono l’Iliade e l’Odissea, no? Opere che costituiscono il fondamento della nostra cultura con i temi dell’assedio e del ritorno. Come esiste poi il ciclo arturiano. E quindi che ostacolo a priori c’è? Cercare nuovi territori fantastici è sempre utile e stimolante. È il risultato che conta, non i pregiudizi, di qualunque tipo essi siano…