Come e quando nasce l’idea di Inside Over?

Nasce nei primi mesi del 2014. Da una parte dall’idea di fare giornalismo come si faceva una volta, dall’altra dall’avversione di lavorare in un contesto in cui le notizie vengono filtrate dalle agenzie. Il progetto di Inside Over nasce dal desiderio di andare a vedere cosa accade, sul posto. Di esserci per essere testimoni. Non ci piace accontentarci. L’idea inizia a prendere forma, in particolare, nel periodo in cui era in atto la crisi siriana e il frame delle notizie era monotono e ripetitivo dunque, sulla scia di questa duplice molla, abbiamo provato a coinvolgere i nostri lettori, a vedere se ci sarebbe stato da parte loro un supporto. E devo dire che siamo rimasti molto sorpresi e contenti della loro risposta. In questi anni abbiamo realizzato 250 reportage, siamo l’editore che ne ha fatti di più in Europa. La sfida in quegli anni era che si potesse ricominciare a fare giornalismo come si faceva una volta partendo da Internet, che oggi viene associato a tutti altri concetti. Questa è una forma di rivincita.

  • Cosa cambia rispetto agli Occhi della Guerra, oltre la disponibilità dei lavori anche in lingua inglese, e perché questa necessità di trasformazione?

 

L’idea di Inside Over prende avvio da un’osservazione: l’offerta di un certo tipo di informazione, non mi riferisco solo al reportage, ma anche all’analisi geopolitica e ad una lealtà verso il lettore, era povera a livello europeo. Ci sarebbe stato quindi spazio in Europa per gli Occhi della Guerra. Ma c’è da considerare anche un altro dato. E’ molto difficile sostenere economicamente questo sforzo, soprattutto perché è nostra priorità farlo bene; parlo delle assicurazioni, delle coperture. Fare questo lavoro in modo professionale costa moltissimo e l’Italia è un piccolo Paese e il vincolo della lingua è enorme. Quindi la combinazione di questi due fattori mi ha portato a ragionare sulla possibilità di raccogliere un pubblico più ampio. Tradurre semplicemente dall’italiano all’inglese non sarebbe stato realisticamente destinato al successo. C’è da aggiungere che il nome stesso, Occhi della Guerra, era molto difficilmente comprensibile e traducibile, per questo ci siamo inventati Inside Over. L’idea è di coinvolgere lettori e giornalisti da tutto il mondo, attenendosi all’imperativo di raccontare il lavoro, ciò che si vede, con lealtà.  Abbiamo reclutato un centinaio di giornalisti e reporter, da Stati Uniti, Cina, Russia, Africa, e ne abbiamo selezionati 120 da tutto il mondo, che hanno iniziato subito a collaborare con noi. Per un’editoria online questa può dirsi una novità, ci siamo lanciati e ci abbiamo provato, abbiamo tentato qualcosa che non ha mai fatto nessuna prima.

  • Qual è la specificità editoriale di Inside Over e come si inscrive nei nuovi media del nostro secolo?

 

 

La specificità è quella di fare un giornalismo di qualità. Rivolgersi a giornalisti e reporter che vanno in prima linea, che conoscono il problema che si accingono a narrare. Ma anche ad analisti e giornalisti che lavorano e vivono nei paesi che vogliono raccontare. Tutto questo senza mai perdere di vista la centralità del coinvolgimento e del rispetto del lettore, che attraverso il crowdfunding ci manifesta la propria intenzione di essere informato e che, al tempo stesso, è parte viva della redazione. Questo meccanismo si innesca in un’idea di redazione che io chiamo di ‘‘open new rooms’’. Un altro progetto che stiamo mettendo in essere si chiama Small photojournalism academy. Abbiamo molti fotografi di fama mondiale che lavorano con noi. Insieme abbiamo deciso di creare una piccola accademia di fotogiornalismo, con tre vincitori del world press photo e ognuno di loro racconterà, in diverse giornate, come si fa questo mestiere. Al termine del corso lo studente migliore avrà la possibilità di progettare un reportage insieme ad un fotoreporter e di andarlo a realizzare sul posto. Si lavorerà all’interno della redazione perché il dramma, in un momento così difficile per l’editoria, è quando le redazioni chiudono. Invece la forza di una redazione è essere aperta al mondo, a cominciare dai lettori e da chi la vive. Aperta ai freelance, che accogliamo a collaborare con noi.

  • Avete dei modelli culturali stranieri a cui vi siete ispirati?

 

 

Tantissimi. Tutto il grande giornalismo internazionale. La crisi ha sempre grande fermento quindi nel mondo siamo tutti alla ricerca di cosa funzioni altrove.  Noi siamo stati i primi e fino ad ora gli unici ad aver usato il crowdfunding in maniera sistematica per finanziare il nostro lavoro.  Ora anche il The Guardian in Inghilterra ha coinvolto i lettori di tutto il mondo nel sostenere il loro lavoro attraverso donazioni. Avere l’idea di fare un grande giornalismo, onesto, leale, è anche avere un modello di business, un modello che renda questo possibile, le due idee vanno insieme. Per lanciare il nuovo brand abbiamo progettato un numero stampato di un magazine, con l’ idea ambiziosa che per capire cosa accade nel mondo bisogna partire da qui, da Inside Over, e abbiamo coinvolto 13 firme del giornalismo internazionale, così come professori, analisti, collaboratori, giornalisti della CNN, della BCC, del The Guardian. Ognuno di loro ha raccontato una porzione di mondo, che cosa pensa possa accadere da qui in avanti. Questo è il giornalismo che ci piace, dare spazio e voce, permettere ai lettori e a chi scrive di avere un confronto in un momento così delicato, in un mondo i cui assetti stanno radicalmente cambiando, uno spazio aperto dove ci si può confrontare, per cercare di capire insieme in che direzione si sta andando.

  • C’é un futuro per il giornalismo di guerra in una fase storica in cui Internet ha completamente rivoluzionato il mondo dell’informazione? Come interagite con i social network? Come vorrete sfruttare la possibilità della crossmedialità della rete?

 

 

Noi guardiamo ad Internet come mezzo per attrarre nuovi lettori da tutto il mondo. L’obiettivo che ci prefiggiamo è raggiungere più persone possibili, perché crediamo in ciò che facciamo e in come lo realizziamo. Internet è uno strumento molto difficile da utilizzare, specialmente per quanto concerne i rischi connessi alla possibilità di controllare l’informazione. In particolar modo Facebook per noi è un veicolo di acquisizione di lettori importantissimo. Internet può essere un mezzo pericoloso per l’informazione e per la democrazia, ma al tempo stesso, per quanto si tenti di assoggettarlo a regole esterne, è estremamente difficile da controllare. Vive di questa dualità. Certamente io credo che ci sia un futuro per questo mestiere. Per fare il nostro lavoro in tempi così complicati ci vuole fame e anche un po’ di fantasia. La spinta è il desiderio di fare un giornalismo di qualità, ma per fare questo bisogna trovare anche il modo di sostenerlo ed è su questo secondo aspetto soprattutto che si concentra la fantasia. La nostra risorsa sono i lettori. Nel nostro piccolo la fantasia ci ha permesso di fare qualcosa che fino a pochi anni fa era impensabile. Poter coinvolgere i lettori su Internet è molto più facile che nel mondo reale e questa è un’opportunità della rete. E’ vero, delle volte abbiamo la percezione di trovarci in un romanzo di Orwell, ma stare dentro la rete ci permette cose che prima erano inimmaginabili. Sono due facce della stessa medaglia.

  • Ci aiutate a conoscere il vostro business model?

 

 

 

Il nostro sito vive di pubblicità, grazie al crowdfunding e ad iniziative sempre più numerose, dai workshop, alle scuole, ad eventi, che ci permettono, allo stesso tempo, di conquistare nuovi lettori e sostenitori e di far conoscere il nostro lavoro.