Grazie per aver accettato questa nostra intervista. Innanzi tutto, vorremo chiederle: come ha conosciuto la realtà giornalistica dell’Intellettuale Dissidente? Cosa l’ha attratta a tal punto da diventare uno dei nostri sostenitori pubblici di maggior rilievo?

Tutto risale ad un passato relativamente recente, in cui mi sono posto il problema di trovare fonti alternative attendibili sull’informazione politica internazionale. In quel periodo (2014) avevo in corso un seminario di giornalismo presso La Scuola di Giornalismo di Perugia. L’oggetto della nostra ricerca era la Rivoluzione Ucraina. C’era la propaganda della stampa mainstream ufficiale, che leggeva i disordini di piazza come spontanea insurrezione del popolo ucraino a favore dell’Europa e c’erano le intercettazioni telefoniche su internet, in cui la diplomatica statunitense Victoria Nuland si esprimeva sulla possibilità che l’Europa non accettasse la guida nazista dell’insurrezione Ucraina, pronunciando una storica frase: “Che l’Europa si fotta”.

Qualcosa non quadrava. In quel momento ho toccato con mano la propaganda e, nello stesso tempo, la povertà dell’informazione attendibile disponibile. Per giudicare bisogna conoscere, confrontare fonti diverse, ma soprattutto, di prima mano. Ho iniziato allora a cercare sul web notizie più attendibili di quelle che la stampa mainstream mi propinava ogni giorno. Oggi la stampa e la televisione conferiscono spazi sempre più ridotti alla politica internazionale. La pagina degli esteri è oggi quasi del tutto scomparsa dai quotidiani. Quando c’è è l’elenco dei luoghi comuni e della propaganda NATO: l’Occidente buono contro i crudeli dittatori. In realtà l’informazione politica internazionale non funziona più anche a livello di audience, si dice che non passa a livello mediatico. Sulle cause ci sarebbe molto da scrivere. Non è la televisione in sé che rifiuta l’informazione, ma è il condizionamento in atto in questi anni ad aver sostituito l’informazione con l’infotainment, la politica internazionale col pettegolezzo.

Per questo attualmente, anche la politica è vissuta come gossip e gli amori di Salvini contribuiscono alla sua popolarità più di quei temi economici che sono relegati a tecnici come Rinaldi, Borghi, Bagnai. Leggo continuamente che internet è il luogo delle fake news, ma rispetto alla stampa che possiamo solo subire passivamente, internet ci fornisce dei correttivi che sono i documenti che forniscono una diversa versione delle cose. Pensiamo ad un fenomeno come Wikileaks, che ha reso accessibile una massa di materiale segreto altrimenti non consultabile, o appunto alle realtà come L’Intellettuale Dissidente in cui Sebastiano Caputo riferisce di prima mano, con il frutto dei suoi reportage sui luoghi dei conflitti in atto.

Il suo intervento a GEM ha interessato ed entusiasmato molti. Cosa pensa di questa iniziativa? Inoltre, ritiene che simili esperienze possano avere una maggiore rilevanza in futuro o rischiano di essere messe in ombra dalla generale crisi del giornalismo e dell’editoria?

Io credo che ci sia, oggi più che mai, fame di verità, soprattutto da parte dei giovani che devono subire un mondo preconfezionato in cui la verità è trattata in modo orwelliano da parte della propaganda. Sino a poco tempo fa ero scettico sulla possibilità reale di un cambiamento. L’Occidente ha imboccato un vicolo cieco in cui la produzione reale e di conseguenza l’informazione, sono subordinati a regole assurde come l’ordoliberismo e i dogmi della finanza. Ma il mondo, nonostante tutto, sta cambiando.

Le nuove generazioni dopo i “bocconiani”, cominciano a rendersi conto che oltre l’Occidente e le sue asfittiche leggi finanziarie, c’è un mondo che produce e progredisce tecnicamente con cui bisognerà prima o poi misurarsi. Trump voleva stoppare la tecnologia cinese 5G, ma la Cina è già al lavoro sulla tecnologia 6G. L’ordoliberismo vieta i minibot, ma Facebook comincia a stampare moneta mettendo in crisi il monopolio delle banche centrali. Come può un giovane crescere con le favole della propaganda occidentale, se l’Occidente denuncia sempre di più la sua inadeguatezza a competere a livello internazionale? Qualcosa di diverso sta nascendo, pertanto solo lo studio e la ricerca della verità possono restituire ai giovani un ruolo importante a livello internazionale. In breve e paradossalmente, la globalizzazione oggi è uscire dai pregiudizi della cosiddetta globalizzazione stessa. Quindi ben venga qualsiasi iniziativa atta a rimuovere “le fette di prosciutto” del politicamente corretto, che ci hanno tappato gli occhi sino ad oggi e che ci tengono fuori dalla realtà della produzione.

Salutandola e ringraziandola per la disponibilità concessaci, le chiediamo: durante la sua lunga carriera, si è dimostrato uno degli autori più lungimiranti e avveduti che vi siano mai stati in Italia. Ci può raccontare in breve i processi che l’hanno condotta ad alcune delle tappe più cruciali della sua carriera e dell’innovazione della televisione?

Anche qui entra in scena il mio vissuto. Sono conosciuto in Itala per le cose fatte qui. I programmi della prima tv commerciale, la mia Rai 2. In realtà ho svolto la parte più interessante del mio lavoro in Francia prima con La Cinq, poi come coordinamento palinsesti delle reti pubbliche France 2 e 3. Insieme a questo ruolo mi venne conferita anche la mansione di supervisore allo sviluppo delle nuove tecnologie e non si trattava di un compito ornamentale, come avrebbe potuto essere in Italia. La Francia si era accorta da poco, con l’avvento della tv commerciale di matrice italiana, della sua arretratezza nelle comunicazioni. Memore della sua “grandeur” e del suo primato culturale, la Francia puntava su un rilancio della comunicazione sulla base delle nuove tecnologie. E, come avviene in terra d’oltralpe, questo rilancio fu oggetto di un dibattito pubblico che coinvolse gli intellettuali.

Ricordo un grande seminario presso l’Arco di Trionfo a cui partecipò l’élite della comunicazione mondiale con interventi mirati. Ricordo in particolare l’intervento di Nicholas Negroponte che, con il suo “esseri digitali” anticipava appunto la rivoluzione digitale imminente. Anche allora l’Italia, pur essendo in anticipo sugli altri paesi europei, per il fenomeno della televisione commerciale berlusconiana, non seppe consolidare le sue posizioni facendo della comunicazione un oggetto di studio. In Francia invece la comunicazione contaminò ogni forma di cultura, dal cinema alla filosofia. L’interesse, anche filosofico per la comunicazione, è rimasto centrale nella mia esperienza, forse più forte della stessa pratica.