Scrivendo tempo fa sulla tragedia di Genova, covavamo intimamente il sospetto che tutto il tran-tran mediatico sarebbe presto scomparso in favore di un nuovo spin: troppe le responsabilità emerse dalle macerie fumanti, molteplici i nomi eccellenti e le infime vergogne. Il ponte Morandi, per paradosso, poteva costituire uno spartiacque tra il prima e il dopo, evidenziando le connivenze che per venticinque anni hanno permesso a una banda di maiali di prosperare politicamente svendendo tutto lo svendibile a quattro straccioni bravi solo a leccare i deretani e foraggiare a miliardi di pubblicità la fulgida stampa borghese.

Pensavamo, per pessimistico abito mentale, che contro lo sterco puzzolente del profitto nemmeno quaranta e più morti innocenti potevano nulla. Purtroppo abbiamo avuto ragione. Bastava infatti l’ennesimo fatto di immigrazione per far calare una cappa di silenzio sulle rovine- superare l’omertà della trimurti corsera-repubblica-stampa era già difficile, ma i nostri campioni della penna son sempre pronti a superarsi- e gettare sulla pubblica opinione il delirante affaire Diciotti.
Beninteso, a noi del fatto in sé non importa nulla. La stanchezza supera di molte spanne lo sdegno di vedere le solite anime belle mobilitarsi per un selfie accogliente e solidale, le trite e ritrite polemiche su chi-resta-umano, sul nazismo risorgente e sul fariseismo in servizio permanente effettivo. Insomma, dell’ennesima manifestazione pelosa e meschina di umanismo da salotto volentieri soprassediamo.

Preme invece sottolineare, ricollegandoci a Genova e al neofeudalesimo dei monopoli privati, il triste spettacolo della magistratura, dimostrazione palese di come i rapporti di forza si tramutino sempre in manifestazioni di arbitrio, lontane anni luce dall’alto e purtroppo etereo concetto di giustizia. Ecco allora che un procuratore della Repubblica indagare a furor di stampa un ministro degli Interni per sequestro di persona e arresto illegale, imputandogli capi d’accusa gravi sulla base di valutazioni esclusivamente politiche e non penali. Espressione, quel magistrato, di un sistema giudiziario che dopo 12 giorni dalla strage ligure ancora non ha indagato nessuno, nonostante dati incontrovertibili dimostrino come Benetton e allegra compagnia abbiano puntualmente dimenticato di investire in manutenzione, impegnati com’erano- li si perdoni- a organizzare eleganti grigliate a Cortina e contare a miliardi i profitti di rendita.

Un governo di maggioranza, che trova finalmente origine dal consenso degli italiani, non va bene ai padroni del vapore.

Un governo di maggioranza, che trova finalmente origine dal consenso degli italiani, non va bene ai padroni del vapore.

Assistiamo ancora una volta al classico paradosso della “giustizia” borghese, braccio esecutivo del grande capitale privato, per cui è punibile soltanto ciò che va contro un dato sistema di dominio di classe e di sfruttamento dello stato ad usum privatum. Allorché sull’altare dell’euro furono sacrificati milioni di lavoratori dalla piangente Fornero nessuno fiatò, così come non ricordiamo fascicoli aperti per gli evidenti legami di una certa parte politica con nazioni straniere- di converso sui belfagorici troll del Cremlino abbiamo avuto indagini degne di Montalbano-, e via discorrendo potendo citare migliaia di casi in cui l’apparato giudiziario “non vide e non volle vedere”. Niente di sorprendente, per chi ritiene ancora le istituzioni politico-sociali una espressione dei rapporti di forza economici. Né, si badi, vogliamo fare di tutta l’erba un fascio: coraggiosi esempi di dignità civile ci sono stati e ci sono, basti pensare al procuratore Zuccaro aggredito quasi fosse un millantatore o alla procura di Trani in grado di denunciare la speculazione finanziaria propedeutica al golpe del 2011.

Due esempi controcorrente, non a caso impallinati da certa stampa, che ricordano ancora la funzione di garanzia democratica della magistratura. E il fattore-informazione e il fattore-giustizia, infatti, sono sempre parte di quel problema titanico che è la tenuta delle istituzioni democratiche di fronte all’assalto del capitalismo finanziario. Se, occorre ricordarlo, la democrazia o è sociale secondo Costituzione o non è, la difesa della stessa dovrebbe ribadire colpo su colpo alle offese provocate dai monopoli padronali, dall’invadenza oppressiva di istituzioni sovrannazionali, da tentativi infami di utilizzare poveri disperati come piede di porco per deprimere ancora il tenore di vita e i diritti sociali degli italiani. La giustizia, insomma, dovrebbe essere al servizio del popolo italiano agendo in nomine suo contro chiunque attenti alla sua libertà e ai suoi sacrosanti diritti civili e sociali.

Senza un tale vincolo di fiducia, quando anzi il rapporto si ribalta in favore di potentati privati, gauleiter europei e parti politiche totalmente sfiduciate dagli elettori, tutto diventa possibile, financo l’arbitrio più sfacciato di fronte al quale anche la pazienza del santo, presto o tardi, si consuma per divenire rabbia sacrosanta, risposta proletaria a chi piega tutto, perfino la lettera della legge, all’insaziabilità dell’oro.