Sulla tragedia di Genova s’è scritto e tuttora si continua a scrivere di tutto. Naturalmente, ogni orchestrina suona la musica che il direttore sceglie: sottraendoci volentieri alla difesa a mezzo stampa di Benetton e soci, vorremmo soltanto ricordare in questa sede alcuni concetti fondamentali che la strage di martedì ha fatto riemergere dall’oblio interessato di giornaloni ed emittenti. In primis, il crollo del viadotto ha scoperchiato il vaso di pandora delle concessioni autostradali permettendo finalmente di evidenziare la vergogna infinita delle privatizzazioni di fine anni Novanta, capolavoro strategico imposto dall’adozione dell’euro e dalla volontà ferrea di distruggere il sistema industriale nazionale. Regalate per un piatto di lenticchie, comprate con capitali prestati da banche compiacenti (dunque senza sborsare una lira di tasca propria), le Autostrade hanno seguito il destino della SME (comprata al valore della sola liquidità di cassa e rivenduta con un profitto colossale), della SIP (cui valore immobiliare, da solo, era già superiore al prezzo di vendita), delle aziende strategiche di stato (dal gruppo Italstat a quello Iritecna, da Finmeccanica all’Efim), per finire alla cessione dell’intero comparto del credito e delle assicurazioni.

Il fil rouge di quelle macchinazioni è sempre stato lo stesso: (s)vendere a gruppi e congreghe del capitalismo straccione, capace di meravigliosi trucchi contabili irrorati da compiacenze pubbliche e relazioni ruffiane. Se nel frattempo l’Italia quale nazione avanzata affondava, amputata della grande industria pubblica e orfana di una seria alternativa privata, poco male: le famiglie rampanti apparivano su Vanity Fair come modello per tutti, facevano un po’ di pelosa beneficenza, compravano giornali e gruppi editoriali, nascondevano i loro bagordi apparendo sempre lucidi e in forma smagliante.

La famiglia reale Benetton

La famiglia reale Benetton

Appare difficile, in Europa, trovare una classe dominante così squallida e abietta quale quella italiana, capace soltanto a mangiare – direttamente o indirettamente – al desco dello Stato contando con invidia le briciole che cascano verso il volgo brutto e vile. Se poi si dovesse considerare la caratura dei padroni da chi, in maniera più o meno interessata, corre a difenderli contro l’odio e l’invidia… il ritratto venuto fuori farebbe impallidire le grottesche streghe dei sabba di Goya. Tra le conseguenze di Genova, infatti, dobbiamo pur ricordare la vigliacca difesa d’ufficio dei monopolisti privati svolta dal clero moderato – con i nipotini di Berlinguer in prima linea – pronti a contrapporre alla morte e alla devastazione la difesa dei dividendi e dei titoli azionari Benetton. Tra omissioni di nomi e lezioni di giornalismo padronale à la Volonté, il canile degli scrivani borghesi ha raggiunto un’altra gloriosa giornata di vergogna al suo già vasto medagliere di servilismo: animati da élan eroico quando si tratta di assaltare a suon di insulti le masse ignoranti, i nostri conigli sono stati e sono abilissimi a vergare elaborate articolesse in difesa degli im-prenditori odiati e invidiati, quasi che la colpa dei mancati investimenti e dei miliardi accumulati a scrocco fosse della casalinga di Voghera che vota di Maio o Salvini.

Più seriamente, il fattaccio di martedì scorso ha mostrato per l’ennesima volta un’Italia divisa, stracciata, in cui si muore perché pochissimi devono lucrare moltissimo sulle spalle di tutti. Qui non si tratta di criticare il capitalismo (che condanneremo fino alla fine dei suoi giorni, beninteso) o di evocare l’apparizione di una nuova stagione dirigistica (che vogliamo e che otterremo): da qualunque punto di vista la si guardi, la situazione dei monopoli naturali e dei rapporti di produzione in Italia risulta essere gravemente corrosa da una congrega parassitaria di miserabili che drena risorse e vite per il proprio guadagno sterminato.

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E’ una guerra di classe quella che dal 1992 attraversa la Penisola e squassa gli italiani, passati dalle garanzie imperfette e però civili dello stato padrone alla distopia di uno stato dei padroni in cui si socializzano le perdite e si privatizzano giganteschi profitti. A tale violenza, imposta a mezzo euro-austerità e vangelo liberista, le masse e i lavoratori italiani hanno fino ad ora sempre risposto con la commovente pazienza del martire, accettando di vivere in un inferno di precarietà e miseria crescente mentre un manipolo di affaristi e sicofanti largheggiava e mangiava a piacimento. A ciò va poi aggiunto il ricatto mafioso della finanza, i cui bracci armati infestano le istituzioni, sul cui altare s’è sacrificato più d’una volta l’intero avvenire d’Italia senz’altro ottenere che disoccupazione e disperazione. Se oggi, finalmente, s’inizia a intravedere una reazione popolare e un sempre più intenso odio di classe ricambia le ingiustizie padronali e le menzogne dei loro servi, non si può certo inorridire come educande, tremando all’apparire – annunciato dai brillanti video di Vice – del fascismo: è soltanto il lento e costante risveglio dei subalterni. Il gigante delle stampe ottocentesche, quello su cui poggiava tutta la piramide di oppressioni e ingiustizie borghesi, ha troppo subito per seguitare a dormire. E più la si vorrà schiacciare, irretendola e perseguitandola come birri da tre soldi, più la rabbia e la volontà della stragrande maggioranza degli italiani risulterà tenace, pronta a eradicare dalla radice tutte le catene e i carcerieri che da quarant’anni soffocano e uccidono un popolo.

In conclusione, occorre intendere che voler vivere un’esistenza libera e dignitosa, in accordo con la carta fondamentale della repubblica, costituisce un’antitesi profonda con lo strapotere feudale del grande capitale privato, discarica da bonificare per rimuovere finalmente gli ostacoli d’ordine materiale e sociale che impediscono la piena realizzazione dell’uomo. Costituzione contro eversione, socialismo democratico contro liberalismo reazionario: da un lato l’uomo e il lavoro, dall’altro il capitale e la rendita. Da che parte starà il popolo italiano?