I media hanno presentato le primarie del PD come un successo clamoroso e assoluto di Matteo Renzi, in virtù del 70% di consensi che ha riscosso tra i votanti. Ma se si osservano i fatti con più accuratezza si scopre che l’esito di queste elezioni conferma, più che un trionfo – tra l’altro interno e quindi poco o per nulla indicativo della reale forza del vincitore – una crisi grave e finora inarrestabile del Partito Democratico. Una crisi di cui, però, i suoi dirigenti sembrano rifiutarsi di prendere atto, continuando a guardare il dito (la percentuale) invece che la luna (il numero di voti). I votanti alle primarie del PD sono stati appena 1 milione e 800 mila. Un dato assolutamente negativo. Basti pensare che in quelle precedenti votarono un milione di persone in più. Nel 2009 furono più di 3 milioni, e nel 2007 3 milioni e mezzo. Un crollo verticale e senza arresti.

Anche i voti dei vincenti sono stati sempre di meno. Veltroni, il primo a essere eletto con le primarie nel PD, ottenne quasi 2 milioni e 700 mila voti, Bersani 1 milione e 600 mila, Renzi nel 2013 quasi 1 milione e 900 mila, mentre a quelle appena trascorse 1 milione e 200 mila. Questi dati segnalano un’emorragia continua di consensi, e per di più proprio tra coloro che sono maggiormente soddisfati (o meno insoddisfatti) del PD, al punto di partecipare all’elezione del suo segretario. Lo stesso andamento si rileva nel numero degli iscritti. Dagli 830 mila del 2008 si è passati ai 540 mila del 2013 per sprofondare a 400 mila nel 2016. Un partito sempre più “volatile” con uno “zoccolo duro” che si assottiglia sempre di più e una “base” che potrebbe scomparire del tutto nei prossimi anni. Una condizione chiara, fortemente negativa, di cui però i dirigenti, impegnati nel gioco autoreferenziale delle primarie, sembrano non accorgersi. Un altro partito ha seguito un analogo percorso, il partito socialista francese, che, da primo partito di Francia, si ritrova a un misero 6% nelle ultime presidenziali. Questo fatto dovrebbe allarmare gli esponenti dell’omologo italiano, che però sembra sordo a tutti i campanelli d’allarme e si crogiola in risultati di valore solo relativo.

Le primarie sono un indice per nulla affidabile della forza di un candidato. Veltroni nel 2007 le vinse con un margine di distacco anche maggiore di quello attuale di Renzi, per poi perdere nettamente qualche mese dopo alle elezioni vere, quelle che contano, contro Berlusconi. In realtà le primarie hanno fallito proprio in quello che doveva essere il loro scopo dichiarato: allargare la base democratica del segretario e del candidato, sovrapponendo una pratica tipica di un regime presidenzialista a un sistema parlamentarista come quello italiano, dove il Capo del Governo non viene eletto direttamente dal popolo. La differenza tra i voti totali dei votanti alle primarie e i voti degli iscritti si è sempre più ridotta, invece di aumentare. Le primarie sono una pratica estranea alla tradizione politica italiana, su di essa sono formulabili diverse perplessità (prima fra tutte: perché gli esterni al partito e quindi anche gli avversari devono incidere nell’elezione del suo segretario?) in più ora cadono in un periodo di forte crisi dei partiti politici, in particolare di quelli governativi.

I risultati delle primarie

I risultati delle primarie

Il 70% di Renzi è debitore nei confronti della scissione che ha permesso all’ex Presidente del Consiglio di sbarazzarsi dei rivali più agguerriti. Ma ciò non toglie che i voti assoluti siano diminuiti. Questa variazione, rispetto alla primarie precedenti, è l’unica che ha un qualche significato nell’indicare il “peso” reale del partito e del suo segretario. Quello che sfugge è che il PD sta attraversando una crisi strutturale e non una semplice crisi congiunturale in un andamento fatto di alti e bassi. Ciò si deve non a un problema di comunicazione e a un qualche errore nelle tecniche pubblicitarie, come i suoi esponenti cercano di convincersi in modo autoconsolatorio. Si tratta invece di una crisi che affonda le sue radici nella più generale crisi di legittimazione del progetto neo-oligarchico internazionale. Questo progetto prevede la riforma in senso liberista della società attraverso un rinnovato rapporto comunicativo con le masse. Tale rapporto doveva avvenire rimuovendo del tutto gli apparati ideologici e simbolici dei partiti di sinistra, e, in misura minore, di quelli di destra (che in parte erano già preparati) per rimpiazzarli con il nuovo programma neoliberale e neo-oligarchico.

I partiti così rinnovati – o addirittura rifondati – avevano il compito di condurre le masse ad accettare gradualmente questo programma, dietro una facciata di progressismo posticcio. Un simile progetto ha funzionato per circa due decenni, creando le condizioni ideali per le oligarchie: abolizione di tutte le protezioni per i lavoratori e gli strati più deboli della società, flessibilità del lavoro e indebolimento del potere negoziale del salario, dismissione e privatizzazione delle aziende statali, liberalizzazione dei movimenti di merci e capitali. Sostituendo il paradigma sostanziale socialismo/capitalismo con quello formale innovazione/conservazione, i partiti oligarchici sono riusciti per un periodo, con un discreto successo, ad attrarre le masse. Ora però la loro strategia ha perduto efficacia ed essi non riescono più a coinvolgerle. Le riforme liberiste proseguono (per il momento) ma non possono più essere legittimate con il voto popolare; le tecniche manipolative e la pubblicità politica non bastano più a produrre consenso, perché le popolazioni, sperimentando gli effetti di vent’anni di liberismo, sono ormai del tutto disilluse. È da questo, e solo da questo, che ha origine il crollo del PD, come di tutti i partiti della sinistra liberale: dalla crisi della strategia di legittimazione del progetto oligarchico. Non è perciò cambiando persona o cambiando il modo di comunicare che la crisi potrà essere risolta. Le primarie, quindi, non sono altro che un rito autocelebrativo del progetto antipopolare, un rito che però non è in grado di uscire da questa crisi e dalle condizioni che l’hanno provocata.