In Europa le cose non vanno tanto bene.
L’economia italiana è impantanata nel fango e quella continentale arranca per uscire dalla palude; la disoccupazione galoppa a briglie sciolte, specialmente a scapito delle nuove generazioni (vedi Spagna, Grecia e Italia); la devastazione ambientale perpetrata dalle industrie petrolifere prosegue indisturbata; dalle elezioni sono uscite “nuove” istituzioni che non hanno speso una parola per programmi volti ad arginare il riscaldamento globale, l’inquinamento e l’esaurimento dei combustibili fossili. In compenso una brillante idea cromatica si sta facendo largo da qualche anno nei proclami delle classi dirigenti europee: comprate verde!
Ovvero, per essere più espliciti: non smettete assolutamente di comprare oggetti inutili o in quantità superiori alle vostre capacità di spesa, anzi incrementate i vostri acquisti; un’unica accortezza, orientatevi verso prodotti “amici dell’ambiente”.
Facciamo un passo indietro.

Gli albori del diritto internazionale sull’ambiente sono stati caratterizzati dalla insanabile dicotomia tra ambiente e sviluppo economico: da una parte le esigenze di crescita e irrobustimento del prodotto interno lordo, dall’altra il costante intaccamento del capitale naturale e le emissioni inquinanti.
A tal proposito venne istituita la Commissione Ambiente e Sviluppo, il cui risultato finale è costituito dal famoso rapporto “Our Common Future” presentato dalla coordinatrice Brundtland nel 1987. Lo sviluppo sostenibile viene definito come lo sviluppo che soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza inficiare la possibilità delle generazioni future di fare altrettanto. Un forte ancoraggio al concetto di equità intergenerazionale.
Andando più a fondo, si possono individuare quattro criteri ecologici per inscrivere una economia nei limiti della biosfera, criteri elaborati in modo egregio dall’Istituto Wuppertal:
1) L’utilizzo di una risorsa rinnovabile non può essere più rapido del suo ritmo di rinnovamento;
2) L’emissione di materiali non può essere maggiore delle capacità di assorbimento dell’ambiente;
3) L’utilizzo di risorse non rinnovabili deve essere ridotto al minimo. Esse devono essere utilizzate nella misura in cui viene creato un sostituto fisico di equivalente livello funzionale sotto forma di risorse rinnovabili;
4) Il tempo degli interventi umani deve essere in rapporto equilibrato col tempo dei processi naturali, sia dei processi di decomposizione dei rifiuti che dei ritmi di rigenerazione delle materie prime rinnovabili o degli ecosistemi.
Ora che tutti gli elementi sono sul tavolo la domanda da porsi è, quanto di questo è stato fatto?
La risposta è talmente ovvia che non necessita di essere esplicitata.
In compenso abbondano le chiacchiere e i proclami incontrollati su aziende “verdi”, prodotti “biologici”, “sostenibili” o “buoni con la natura”, nella logica del greenwashing (cioè l’etichettamento di beni comuni con nomi più appetibili dal punto di vista ecologico).
Si è giunti al paradosso della sosteniblablablà, termine coniato da Robert Engelman per definire “una profusione cacofonica di usi del termine sostenibile per definire qualcosa di migliore dal punto di vista ambientale o semplicemente alla moda”. Il punto è che, ricorrendo ancora alle parole di Engelman, “l’abuso dei termini sostenibile e sostenibilità ne compromette il significato e l’impatto. Ancor peggio, un uso improprio e frequente ci fa credere al sogno che tutti noi – tutto quel che facciamo, compriamo e usiamo – si possa continuare all’infinito, in un mondo senza fine, amen. Ma la realtà è ben diversa”.
Ci si culla in una pia illusione: non c’è bisogno di scendere dalla giostra del consumo, è sufficiente cambiare il cavallo su cui ci si dondola, passando da quello nero o bianco su cui siamo attualmente seduti a quello verde.

Gli oggetti però non sono amici di nessuno, né dell’uomo né dell’ambiente. Sono semplicemente oggetti. Vengono costruiti per rispondere ad un criterio, quello della produttività, dell’accumulo di profitto da parte di chi vende.
Per realizzare un bene materiale c’è bisogno di energia, energia che viene estratta dal sottosuolo e rilasciata sotto forma di scarto nell’ecosistema, e di materia, materia che ad ogni passaggio del ciclo produttivo subisce inevitabili processi di degradazione. Vale anche per i prodotti “verdi”.
Il consumismo cerca di risorgere dalle proprie ceneri indossando l’abito, cucito su misura, della tutela della natura. Ed è sconfortante notare come persino partiti di matrice ecologica abbiano issato il vessillo della “green economy”.
Comprare non è la risposta alla crisi ambientale così come non è la risposta alla crisi economica. Comprare ad oltranza è solo la scellerata abitudine che abbiamo acquisito per adeguarci all’abbuffata compulsiva indotta dal circuito industriale. Non è il colore a determinare il raggiungimento del benessere bensì una differente concettualizzazione, la scelta di un sistema socio-economico che riconosca i limiti del pianeta e quelli della natura umana.