Con drammi e patemi d’animo degni della miglior commedia all’italiana, la manovra del popolo è divenuta finalmente realtà mettendo in scacco la linea-Tria con un roboante deficit di bilancio programmato del 2.4%. All’interno della fredda percentuale galleggiano i fantasmi del reddito di cittadinanza, la riforma delle pensioni (fatidica quota 100), l’avvio della riforma tributaria e la cosiddetta pace fiscale tra Stato e debitori. More solito, i provvedimenti del governo gialloverde hanno scatenato le reazioni bavose dell’establishment liberal-europeista, a ruota seguiti dai fedeli cani da cortile del giornalismo perbene e moderato. Non staremo qui ad annoiare il lettore: tra evocazioni spettrali del terribile spread, giugulatorie piangenti per il crack prossimo venturo dell’INPS e conati pieni di livore dei nostri Hayek alla matriciana il materiale è tanto e tale da riempire le infinite pagine del bestiario nazionale. Dedichiamo il nostro tempo ad altro. Dal punto di vista politico, il provvedimento finanziario dell’esecutivo Conte rappresenta una novità? Quali possibili conseguenze possono derivare dal 2,4% di deficit? Siamo di fronte a una svolta rivoluzionaria o all’ennesima edizione del gattopardo?

A nostro modesto avviso, la manovra del popolo non è altro che un atto di interlocuzione, una pausa delle operazioni belliche in vista di una battaglia probabilmente decisiva ancora al di là dal venire. Spieghiamoci meglio. Il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle perfomance del dottor morte Monti (all’epoca non si ricordano vesti stracciate e pianti da parte dei nostri media, ma si sa, la coerenza dei fatti fa sempre a pugni con il vento dell’opportunismo). Siamo ancora entro i parametri di Maastricht, smentendo dunque i malumori della commissione Juncker. In sostanza, non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria Padoan e la prima Tria. E lo spread? E la volatilità dei mercati?

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Qui casca l’asino, nel senso che Imercati – rigorosamente attaccati e in maiuscola come si suole con le divinità – possono avere tanti difetti, ma scemi non sono e certo non vanno dietro ai timori da educande della nostra stampa. Il differenziale tra btp e bund tedeschi, infatti, sconta il rischio di uscita dell’Italia dall’euro, compensando ex ante la possibile ridenominazione in nuove lire dei titoli di stato con conseguente svalutazione per il creditore estero del capitale. Come sempre, è un fatto politico, a maggior ragione esasperato dalla prossima fine del quantitative easing e dal fine-mandato di Mario Draghi. Il Regno Unito ha prodotto per anni corposi deficit di bilancio, come del resto realtà con debiti pubblici monstre come USA e Giappone, ma nessun finanziere ha mai speculato sui titoli di quei paesi per il semplice fatto che la sovranità monetaria copriva totalmente ogni rischio di insolvibilità. Non disponendo di una banca centrale prestatrice di ultima istanza – come il piano Savona prevede e nessuno in Ue realmente vuole… – risulta invece un gioco da ragazzi speculare su nazioni ridotte al rango di debitori insolventi.

Il problema fondamentale resta quindi l’euro, costruzione folle e criminale frutto di trent’anni di subordinazione della Repubblica ai diktat dell’asse franco-tedesco. Non si spiega altrimenti come e perché misure non certo leniniste come la riforma pensionistica e il reddito di cittadinanza (cioè una riforma del contributo di disoccupazione) debbano mettere in ambasce le piazze finanziarie e ricattare le scelte politiche di uno stato come l’Italia, in grado nonostante tutto di avere una bilancia dei pagamenti in attivo e mantenere un grado di ricchezza delle famiglie tra i primi al mondo nonostante due recessioni di gravità inaudite. In questo scenario, la manovra risulta interlocutoria proprio perché tenta, all’interno dei vincoli imposti dall’unione monetaria, da un lato di rianimare per quanto possibile il mercato interno e dall’altro evidenzia non andando oltre la condizione di colonia a cui s’è ridotta la patria. Inoltre, se un provvedimento sì moderato trovasse comunque i falchi di Bruxelles contrari e pronti alla procedura d’infrazione, il governo e le forze politiche che lo compongono avrebbero ottenuto un duplice successo: evidenziare la dittatura U€ (e con le europee a maggio non è certo poco) e portare, nel caso estremo ma non del tutto improbabile, a uno scontro totale tra Roma e Berlino con esiti pressappoco esplosivi per la moneta unica.

Il tanto rumore per nulla dei nostri media seri e boriosi ci permette di concludere con un’ultima riflessione. Più il malessere degli italiani si trasforma in fiducia nelle forze populiste, interpreti nonostante tutto di un genuino odio di classe nei confronti degli affamatori degli ultimi trent’anni, più emerge il livore e la miseria umana e morale di tutta una classe, quella del grande capitale italiano, che non riesce a pensare il proprio ruolo dominante al di fuori delle logiche di sfruttamento, svilimento e alienazione. Gli straccioni con mille zeri in banca sono oggi in grado di tifare spread – cioè la completa colonizzazione dell’Italia alla finanza internazionale sul modello della povera Grecia – pur di non dividere financo le briciole con le classi del Lavoro che sono la vera e unica forza produttiva del paese. A simil marmaglia, e ai loro inutili megafoni propagandistici, presto o tardi occorrerà tagliare gli artigli, pena la stasi e la fine di qualunque programma di liberazione nazionale.