L’ordine costituito – quello che Freud chiamava principio di realtà (o di prestazione) – si vivifica incessantemente nelle strutture dell’esistente, nelle istituzioni, nei rapporti di forza e nelle costellazioni di valori che descrivono un determinato momento storico. Quest’ordine che si vuole chiuso e immutabile viene così a plasmare gli individui in quanto riproduzioni simboliche delle dinamiche che lo intercorrono. Se vogliamo entrare, per quanto ci è possibile, in ambito esemplificativo, risulta ovvio che i soggetti nati in un contesto capitalistico, abbiano una propensione, apparentemente innata a «far si che ogni evento – sostiene Werner Sombart – venga ridotto a danaro, anche nei rapporti extra-economici, il che significa assumere il valore monetario come metro di misurazione per uomini e cose». In breve, il mondo crea un mondo conforme alle esigenze di cui abbisogna per alimentarsi.

A creare quell’universo di simboli che noi riproduciamo con la nostra esistenza, e che una volta integrati, conformano il nostro essere alla società che ci è data, intervengono tre agenti fondamentali. Vi è innanzitutto il nucleo famigliare, che tramite un ben definito processo introduce la progenie alla realtà. Risulta poi evidente l’importanza del fattore scolastico, fattore esterno ed istituzionale, luogo di valutazione e di giudizio relativi al grado di conformità dell’individuo al mondo, nonché sede in cui questa conformità viene sistematicamente attuata. La terza componente, quanto mai inedita (almeno formalmente) alle generazioni che ci hanno preceduto, è la società virtuale, rappresentazione simulata della comunità (denominata appunto community), a cui si deve rendere conto del proprio comportamento muovendosi tra i banchi del socialmente corretto, in cui si viene vagliati, pur illusi da un’apparente libertà, dall’approvazione mediata dal social network, per cui l’equivalente del voto in ambito scolastico diviene la quantità di “like”. Questi ultimi due agenti, per quanto detestabili, hanno un ruolo fondamentale per la coesione della comunità, e dalla loro impostazione, secondo la costellazione di valori che veicolano, dipende la salute psicologica e morale degli individui. Entrambi questi agenti, come sostenuto inizialmente, riverberano, in quanto luoghi in cui il capitalismo si compie, le logiche del Capitale. La scuola, ad esempio, al pari del mercato del lavoro, è la sede della competizione e della concorrenza, condizioni favorevoli, secondo l’ideologia del nostro tempo, allo sviluppo e alla crescita.

Di fatto il sistema scolastico, basandosi sulla votazione specifica del risultato del singolo, deresponsabilizza l’individuo nei confronti del tutto di cui non deve fare necessariamente parte e a cui non deve rendere conto del suo comportamento; questo fenomeno è la proiezione dell’ideologia borghese realizzata, per cui la comunità si fonda sul diritto e non sul dovere. E’ da questo scontro tra soggetti portatori di soli diritti che si crea il bellum omnium contra omnes all’interno stesso di quel micro-universo denominato classe, nel quale gli individui sono considerati particelle produttive di un meccanismo frammentato e liquefatto che necessita obbligatoriamente di una parte di vincenti e di una dose di sconfitti. Come il capitalismo, di cui la scuola è lo specchio, quest’ultima esige una selezione naturale.  L’educazione istituzionale alimenta di fatto quell’individualismo necessario al buon funzionamento della lotta per la sopravvivenza, il perfetto riflesso della società di mercato generalizzato. Pensiamo anche alla terminologia economicista che descrive in termini di debito e credito l’odierno paradigma scolastico. Ma oltre ad incentivare l’individualismo, il voto soggettivo è causa di uno sradicamento dalla realtà sia dei meno capaci, esclusi (raramente per cause di deficienza), e dei migliori, che perdono di vista il fine ultimo, la conoscenza, per rincorrere il voto, che diventa un fine per sé stesso. Queste dinamiche possono trasferirsi altresì in ambito extrascolastico, quando vediamo che i progressi fatti dalla tecnica e incentivati dal Mercato come innovazioni in vista di migliorare il vivere comune, sono fini per sé stessi, che non arricchiscono la nostra qualità di vita. La scuola deve quindi impossibilitare l’insegnamento di un vivere pacifico e comunitario, perché è agli antipodi stessi dell’impostazione capitalistica della realtà. 

Quindi se il problema educativo sembra essere cruciale, uno suo ripensamento strutturale risulta necessario al fine di reintrodurre un punto che oggi, nella società frammentata e globalizzata, appare sempre più urgente: la comunità. Ovviamente l’attuale modello di valutazione scolastica non rappresenta, come credono alcuni, il migliore possibile, ma quello che più si confà alle dinamiche della società capitalistica. 

E se invece di applicare un sistema di votazione individuale, si applicasse un voto collettivo alla classe? Facendo una media dei risultati ottenuti e mantenendo segreto il voto del singolo, o cercando di stabilire un programma di valutazione comune, l’intera classe risponderebbe di un unico risultato, sicché tutti i componenti verrebbero immediatamente responsabilizzati di fronte alla micro-comunità cui si deve rendere conto per il suo buon funzionamento. A primo impatto potrebbero sorgere dei dubbi sull’efficacia di un tale sistema, se pensiamo che i migliori saranno livellati nella mediocrità per quanto ne è dei risultati, ma così facendo il voto non sarà più un fine ultimo, poiché questo voto non dipenderebbe più dalla prestazione del singolo, che non potrà dire di esserne l’attore esclusivo, ma piuttosto di aver collaborato alla creazione di un patrimonio collettivo di conoscenze scaturito da un’unione sinergica delle forze. L’individuo verrebbe reso partecipe di una comunità, non più particella vagante, ma elemento umano fondamentale per l’armonia del tutto. Gli esclusi ed i migliori saranno obbligati a lavorare insieme in vista di un fine comune; e questo fine è sempre il voto, che tuttavia non rappresenterebbe più l’ottima o la pessima riuscita nel sopraffare l’altro, nel competere con l’altro, perché questa valutazione si applica rispetto all’altro, ma rappresenterebbe invero la capacità o meno di agire collettivamente in vista di un più alto bene comune.
Basando questo sistema sul principio di mutuo appoggio, si possono trarre benefici maggiori, poiché la specie che abbandona il suo istinto associativo, parafrasando Kropotkin, è condannata a regredire.

Cercare di rifondare la comunità in ambito scolastico ed educativo, è il solo modo per ricrearla realmente all’intero della società civile tutta, reificando i rapporti sociali dal loro astratto contesto virtuale, per far si che i concetti di associazione, collaborazione, coesione si intessano nuovamente nel nostro tessuto sociale e produttivo riconciliando le parti che si combattono quotidianamente in uno sterile conflitto, funzionale, ancora una volta, all’ideologia del Capitale.

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