Nato dalla paideia ebraica (osservanza del rituale mosaico, delle prescrizioni alimentari, della circoncisione, dell’economia di salvezza) il Cristo, maledetto secondo l’ebraismo (“maledetto chi pende dal legno” Galati 3,13; “l’appeso è una maledizione di Dio” Deuteronomio 21,23), rovesciò le antiche scritture per ribaltare il rapporto tra osservanza della Legge e salvezza, per portare il dono, l’universalità, l’eccedenza della grazia, l’apertura all’altro da sé. Cristo ha svuotato l’ebraismo, rendendo maledetto l’eletto e eletto il reietto, il diseredato, il povero, lo storpio, il malato, l’impuro, donando la grazia e il perdono unanimemente, anche all’altro, al nemico: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”Luca, 23,34; “a chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra” Luca, 29. L’universalismo si contrappose così all’elezione ebraica, minandone l’identità, la chiusura (“Non farai a tuo fratello prestiti a interesse, né di denari, né di viveri, né di qualunque cosa si presta ad interesse. Allo straniero potrai prestare ad interesse, ma non al tuo fratello” Deuteronomio 23, 20-21). Gesù si situò ai margini del potere disprezzandone il centro (i farisei, il tempio, la Legge, ma anche Roma). Quale annuncio fu più anarchico, più pericoloso? Il messaggio del Messia (contestualizzato nella Bibbia, testo della ritrattazione per eccellenza, sempre parziale, indiretto e soggetto all’errore umano), soprattutto così come lo interpretava Paolo di Tarso, svuota le scritture ebraiche e la Legge rituale, proclama l’avvento escatologico-apocalittico, cambia la concezione del tempo, rovescia la morale aristocratica, grazia l’umanità tutta, destabilizza ogni autorità.

Quali conseguenze? La parabola del cristianesimo storico-politico iniziò con l’apostolo Pietro che da giudeo-cristiano ne vide un proseguio dell’ebraismo e promosse la circoncisione e il rispetto della Legge mosaica per i neo-convertiti. Al fallimentare tentativo petrino conclusosi con la persecuzione dei cristiani a Gerusalemme nel 64, seguì trionfalmente “l’intossicazione” (Nietzsche) con Paolo – interprete di un cristianesimo sganciato dai sedimenti ebraici – delle strutture greco-romane Occidentali che non riuscendo a sradicare la potenza del messaggio cristiano, in parte in accordo con la filosofia greca, ne accettarono l’istituzionalizzazione nella Chiesa (secondo il motto un Dio, un Imperatore, una Chiesa) disinnescandone la portata. Ma la paradossalità e l’eversività del dispositivo cristiano stratificato sulle fondamenta Occidentali, nonché l’anarchia del suo messaggio carismatico più che dogmatico – contrariamente a quanto sostenne Kelsen – avviarono una continua trasformazione e ritrattazione delle strutture Occidentali, già a partire da Paolo, poi con Marcione e le derive dello gnosticismo, con lo scisma ortodosso, con Lutero, Calvino e la stessa Chiesa che arrivò a rivisitare sé stessa nel Concilio Vaticano II del 1962. Da questa dialettica tra istituzionalizzazione ed eversione, contenimento e fuoriuscite, il cristianesimo pure secolarizzato si manifesta laicamente nel socialismo marxista come difesa degli ultimi e dei reietti (di cui Nietzsche notò le origini cristiane nel ressentiment e nella morale debole) ma anche nella democrazia liberale e capitalistica – che Max Weber associò alla riforma protestante – cristianamente aperta all’alterità che assorbe e contamina (interventi umanitari, globalizzazione), nonché relativista per smania di ritrattazione di sé ed erede del soggettivismo cristiano (nell’interiorità del soggetto si compie l’evento extramondano della fede). Entrambe queste forme laiche e parziali di cristianesimo sono accomunate dall’attesa del regno dei cieli: il comunismo marxiano da un lato, la democrazia sempre perfettibile e sempre a venire (i renziani #1000 giorni) dall’altro. Nel cristianesimo risiedono in potenza tutte le dinamiche dell’Occidente: l’umanesimo, l’illuminismo, la tecnica, il capitalismo, la stessa “morte di Dio” è irreligiosamente cristiana, è una riproposizione laica e  anti-metafisica della prima morte di Dio in Gesù Cristo, cui segue una nuova era. Mai perfettamente attuabile nella sua completezza, perché paradossale, anarchica e auto-decostruzionista, la matrice cristiana depositata come un patata bollente dal giudaismo è l’ossessione e l’isterismo dell’Occidente devirilizzato ed incapace di riscoprire una sua identità, perché sempre votato alla ritrattazione, in bilico nella tensione tra alterazione e identità, incapace di esaurirsi.

Mentre l’ebraismo trova ancora in sé una sua forte identità, e la sua secolarizzazione è il sionismo come politicizzazione del teologico, l’Occidente è spaesato. Vale la pensa chiedersi: il rapporto tra Occidente e nichilismo è quello tra Occidente e cristianesimo? La prospettiva nietzscheana (“tutto si giudaizza, si cristianizza o si plebeizza a vista d’occhio”) è difficilmente eludibile e liquidabile, pur non trovando una soluzione sostenibile. L’unica indicazione è quella di guardare indietro, allo spirito greco, che pure un tipo di cristianesimo è riuscito ad interpretare – e Nietzsche ne era consapevole – salvo poi fuoriuscire nuovamente. Ma la grecità – come armonia con la natura [1] a cui si adegua piuttosto che modificarla; che liquida peccato, colpa e sofferenza nell’unità cosmica [2]; che rifugge l’attesa salvifica nell’accettazione della tragicità, il regno dei celi nel presente che ritorna incessantemente – sembra ancora fertile e capace di germogliare tra le rovine, oppure no?

[1] natura che, afferma Eraclito, «nessun uomo e nessun dio fece, ma fu sempre, ed è, e sarà fuoco sempre vivente, che divampa secondo misure e si spegne secondo misure»

[2]  «Anche quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto con il cosmo e un orientamento a esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il Tutto e per la felice condizione dell’universa armonia. Non per te, infatti, questa vita si svolge, ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica» Platone