Sembra difficile stare dietro alle promesse e alle aspettative di Renzi, ai suoi tweet – come parole in libertà marinettiane – liberi proprio da un qualsiasi confronto con il reale. Dietro un teatrino mediatico che loda la prontezza, la rapidità e la capacità renziana di saper cavalcare l’onda e lo spirito del suo tempo, di saper parlare il linguaggio della postmodernità come nessun altro, dietro una squadra iperattiva di fanatici, giornalisti istituzionali, ministri, deputati, pentiti alla Bertinotti che plaudono risultati inesistenti, sembra nascondersi l’ombra di un carrozzone, dai ritmi democristiani, che si arrischia a pappagallare tenzoni liberiste sul modello anglosassone con scarse conseguenze. Chiamano Renzi il Tony Blair italiano, esponente dell’ultima versione social-liberale; ma, lo sappiamo, di liberale l’Italia, quella vera, ha ben poco.
E di fatto sul piano delle riforme anche la svolta forzata dal governo Renzi sembra piuttosto goffa e confusa, una caricatura del neolaburismo, mentre sulla comunicazione l’équipe renziana segue le orme postmoderne di Barack Obama tanto care alla nostra “società dello spettacolo” Occidentale, ma ancora invise alla penisola mediterranea che antropologicamente è ancora in grado di operare la distinzione tra show e scienza del governo a differenza degli americani (siamo eredi dei greci e dei romani del resto). A rendere grotteschi questi tentativi sembra essere l’inosservanza di un dato fondamentale: l’Italia non è la Germania, non è il Regno Unito, non è gli Stati Uniti. E’ una penisola che vive ancora del suo artigianato, ancora eminentemente, spiritualmente rurale, sin dall’Ottocento schiva all’industrializzazione, e che ha subito, più che accettato, il passaggio dal primario al secondario. Una penisola anarchica, umana, provinciale, restia ad una anarchia pilotata dalla dogmatica liberale, intimorita da privatizzazioni e deregolamentazioni, estranea alla lingua inglese, alla vita metropolitana e cosmopolita. 
E quindi Renzi non si accorge che il “senso comune” che vuole interpretare e parlare, il pragmatismo spicciolo affittato agli statunitensi, la competenza e l’autorevolezza germanica che vuole rivestire, non sono proprie a lui quanto al Paese tutto, e lo rendono una caricatura di sé stesso. Così come i codici comportamentali e lessicali si allontanano da quelli del popolino, ahimè disprezzato dalla nostra classe dirigente, e vengono vagliati invece da quella classe borghese semicolta assuefatta dai sacerdozi del mainstream, dalla tv pay per view (sul modello Sky di Murdoch). Eppure il buon senso patrio riconosce il carattere innaturale di un power point inglesizzato, il cattivo gusto di un ventennio di magistrature che guardano all’estero senza curarsi delle dinamiche interne, sino a creare, con la loro esterofilia, una psicosi degenerativa causa prima della nostra subalternità e della nostra crisi identitaria.