Entrare nel merito de “La grande bellezza” non avrebbe senso, in questo caso, quanto interrogarsi sul ruolo del cinema all’interno della moderna società di mercato. Lodare l’introspezione antropologica che vaglia il decadente panorama fisiognomico della nostra penisola risulterebbe sterile, quando forse a dimostrarsi utile è una riflessione sul processo che ha reso non la forma ma il contenuto di questo esame di coscienza collettivo la nostra più grande vittoria sulla scena internazionale.
Difatti la nostra miseria è la nostra gloria. Il confronto con noi stessi si è espiato nell’arco di tempo della cerimonia di assegnazione degli Oscar. Nessuno dovrà più fare i conti con sé e con l’altro, neanche Sorrentino, che con questo traguardo alza il suo ranking nella classifica della mondanità. Il messaggio conclusivo della pellicola, stando alle dichiarazioni dei nostri dirigenti, è “volemose bene perché noi siamo fatti così”. Che interesse avremo, invero, ad assumerci la responsabilità di guardarci allo specchio, di baccheggiare tra le problematiche esistenziali dell’oggi? Interroghiamoci piuttosto sulla videogenicità di un Sorrentino che si presta magistralmente come protagonista nello spot della Fiat, ed elogia la creatività italiana alla guida di una 500 che di italico ha ben poco. Nel solo minuto di una réclame lo sguardo critico diviene connaturato e funzionale al tutto, diviene un elogio del tutto. Il premio Oscar più che determinare il valore artistico e socio-culturale di un film è il semplice metro di calcolo della percentuale di Sorrentino per la partecipazione ad uno spot pubblicitario. E la critica all’eccesso, all’esuberanza, all’esagerazione? Una fotografia della miseria del reale non basta, ed è soggetta a facili strumentalizzazioni. Ci sono uomini che ci hanno insegnato che il cinema è disobbedienza, dissacrazione, è un frustrante esame di coscienza. Sorrentino ha descritto, l’Oscar ha pacificato gli animi. Lo status quo è inviolato.

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