Un diritto non è solo un diritto, non è la sola tutela legale di una determinata inclinazione dell’individuo, non è la sola garanzia del rispetto delle minoranze e delle libertà fondamentali. Il diritto ha un impatto sull’intera società, è spesso una violenza, che apparentemente circoscritta nel suo ambito finisce per defluire in campi che non appartengono alla sua sfera, rimettendoli in discussione, premendo terribilmente verso l’appiattimento generalizzato delle propensioni e disposizioni umane.

Promulgare, per esempio, il diritto alla laicità – incontestabile – attuato come è stato attuato, non ha voluto dire semplicemente premere per la libertà delle confessioni, quanto piuttosto relativizzare il valore del “sacro”. Divenuto laicismo – ovvero negazione totale della metafisica e conseguente relativismo – questo diritto interessava una percentuale bassissima della popolazione ai tempi della creazione dello Stato moderno. Promuovere il diritto all’integrazione – piuttosto che risolvere il profittevole problema dell’immigrazione – in nome della tolleranza, vuol dire anche minare dall’interno l’autonomia e le diversità specifiche delle culture, a favore di un meticciamento generalizzato e della sparizione forzata sia dello straniero che dell’autoctono, nell’amalgama di un modello ibrido. Proclamare il diritto alla parità dei sessi, sottolineiamo sacrosanto, nella sua accezione odierna risulta un’uniformazione delle differenze, fino ad affermare l’interscambiabilità dei ruoli, degli status, delle componenti psichiche. Ancora varare il diritto al matrimonio e alle adozioni per le coppie dello stesso sesso in nome dell’amore, vuol dire svuotare di senso sia il matrimonio tradizionale che il concetto di amore –  che viene prima e che va oltre il matrimonio, e che non può essere circoscritto negli angusti spazi di una procedura istituzionale (anche se Ignazio Marino riesce a parlare di “diritto all’amore”).

Questo per dire che il diritto ceduto ad una minoranza forza un intero sistema di valori, e questa cessione – che appare come una conquista, quando in verità non è altro che un’offerta – viene spesso mediatizzata e dopata in modo del tutto funzionale per generalizzare alla totalità i suoi presupposti. La forza del diritto risiede nel rendere vero universalmente ciò che è effettivo per una minoranza. A questo punto il grande inganno è il pluralismo, quell’angolazione orizzontale con la quale guardiamo gli scontri tra gruppi di persone quali associazioni, sindacati, partiti, minoranze organizzate. Il rapporto verticale ci mostra invero una prospettiva diversa, ossia un’oligarchia che cede diritti – come avamposti ideologici – a minoranze strumentali o strumentalizzate, per indirizzare la società verso determinate inclinazioni socio-culturali propense alla riproduzione economica e simbolica del capitalismo. In epoca feudale esisteva un pluralismo di oligarchie belligeranti e una società compatta, oggi esiste un’oligarchia compatta per una società frammentata e conflittuale, che si serve della divisione per cedere diritti e costruire quel ponte di transizione verso la società monocromatica, uniforme, piatta, indifferenziata.