E’ dai tempi delle prime imprese coloniali e a partire dalla sottomissione di quei popoli reputati inferiori e selvaggi che l’Occidente – un continente di matrice geografico-spirituale con radici ellenico-cristiano-illuministiche – ha esercitato una notevole influenza sul mondo intero. Seppure imperialista e violenta, la civiltà occidentale, odiata e disprezzata dalle popolazione asservite che ne rimanevano tuttavia incuriosite e affascinate, è oggi per gran parte delle giovani generazioni dei paesi in via di sviluppo o del terzo mondo un modello da imitare.

Fu con le guerre coloniali che l’Occidente prese possesso dell’economia globale, e l’economia domina il mondo. Così attraverso una rapida disseminazione capillare dell’industria sui territori stranieri a cavallo tra Ottocento e Novecento (si pensi alla dottrina Monroe del 1823 in America Latina) a cui è seguita la nascita delle multinazionali e la finanziarizzazione delle materie prime da parte delle grandi banche d’investimento, l’Occidente si mantenne sempre sullo scranno del potere. Se prima questa egemonia era vistosa, oggi è subdola e velata dalla creazione, dopo il secondo conflitto mondiale, degli organismi internazionali (Onu, Nato) che garantiscono apparentemente un’equilibrata gestione delle relazioni diplomatiche.

Dopo il 1945 venne il tempo dell’espansione su scala globale di quel che rimase della nostra cultura, il cui epicentro si spostò a New York (pensiamo anche al passaggio del testimone artistico da Montmartre al Guggenheim) e attraverso radio, televisione, cinema e pubblicità, l’American way of life, divenuta simbolo dell’essenza Occidentale, descrivendone la vita, si intromise nella quotidianità delle culture più disparate sino a rendersi il nucleo di un movimento centripeto che convogliò attorno ad esso le speranze di ogni popolazione straniera.

Eppure l’Occidente – dal latino “occidere”, ovvero “tramontare” – è attualmente indirizzato verso quella che sembra essere la sua fine spirituale. Il terremoto nichilista monitorato da sismografi come Nietzsche e Spengler è giunto a compimento, al collasso generalizzato di ogni possibile metafisica, di ogni valore che non sia riportato all’interesse economico, di ogni identità culturale o nazionale, ed è votato alla morte di qualsivoglia volontà collettiva, umana, pubblica. Tuttavia esso rimane un luogo idealizzato e mitizzato dai quei popoli che ancora non possono permettersi l’accesso indiscriminato al consumo, alle comodità e il lusso di cui noi godiamo. Se il Giappone è già diventato la caricatura del mostro Occidentale e in Corea del Sud compiuti i diciott’anni chi può attinge ai benefici della chirurgia plastica per ottenere la “doppia ciglia”, come da standard europeo, i paesi più poveri sono ancora nel corso di una fase di agognata supplica e di irrefrenabile attesa.

“Soldato bisogna lottare perché dentro ognuno di questi musi gialli c’è un uomo che sogna di diventare americano” diceva profeticamente un generale statunitense in Full Metal Jacket (Kubrick, 1987), e se seguiamo questa logica sembra che l’Occidente post-moderno rappresenti il termine ultimo, l’Assoluto hegeliano, la “fine della storia” come la intendeva Francis Fukuyama. Ma se questo termine è l’annichilimento totale, l’autodistruzione, la nullificazione di ogni istanza spirituale, la desertificazione dell’Io, allora, perché esso risulta così affascinante, così irresistibilmente seducente, perché intere generazioni dicono “no”, uccidono simbolicamente il padre e la cultura ad esso annessa, per entrare nel vizioso circolo della post-modernità che l’Occidente – teso allo stremo il relativismo illuminista e il materialismo dell’industrializzazione – ha generato? Perché la logica dell’eccesso, dell’illimitato e dell’intemperanza, dell’edonismo e del pragmatismo, la logica dell’utile e dell’interesse, del homo homini lupus sembrano destinate a vincere? Perché il godimento, l’erotismo, il lusso, la brama sfrenata per la dismisura sono virtù imprescindibili? E’ dunque questo lo spettro a cui la natura umana tende, sono davvero la bestialità, l’istinto primordiale di sopraffare l’altro, la pulsione aggressiva e violenta a rivelarsi le istanze antropologiche che rappresentano universalmente l’umanità? Non è forse un mondo dominato da queste logiche che rende l’uomo tale?

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