Kojève, prima di Sloterdjik, chiamò il nostro tempo “ère de la post-histoire”, ossia la fine delle grandi narrazioni e, con esse, anche degli incubi prometeici. Più che il termine ultimo del nostro destino, come vorrebbe Fukuyama, la post-storia cristallizzatasi nel momento capitalistico-liberale, è la fine del significato. Nell'”eterno presente” fiume dell’identico (Franco Milanesi, Ribelli e Borghesi), si tenta di ammutolire il passato e abolire il futuro, sicché persino ciò che è venduto come innovazione conferma, incessantemente, lo status quo, e “la produzione del nuovo sarebbe diventata un mezzo per la conservazione di ciò che esiste” (Nacci, La fine della storia: spenglerismo e postmoderno). Questa fine della Storia è segnata dalla fine della politica, intesa schmittianamente come scontro, conflitto sempre vivo, ma anche come dialettica, come superamento dell’ordine costituito. Sussunta dalla forma economica, la nozione di politica è ridotta a quella di spettacolo, e il suo lessico non è più conflittuale ma pacificatorio, è messianico ( i renziani #1000 giorni) solo per rendere sopportabile l’oggi. La possibilità di una scelta politica o rivoluzionaria sembra perciò una realtà infinitamente lontana dal nostro modo di essere nel mondo, un mondo in cui “lo sviluppo favoloso dei mezzi tecnici sembra obbedire ancora e unicamente all’imperativo del comfort: tutto sembra nato allo scopo di illuminare, riscaldare, mettere in movimento, divertire e attirare fiumi di denaro” (Junger, Sul dolore). La stessa tecnica, cifra della nostra epoca, sembra non potersi mai redimere da quel profondo dialogo che intrattiene con il nichilismo.

Tuttavia in questa fine della Storia non si estinguono le contraddizioni, tra capitale e lavoro, tecnica e natura, tra liberalismo e libertà, tra democrazia e oppressione, progresso ed emancipazione, benessere e felicità, sovrapproduzione e povertà. Insomma questa fine della Storia è solo apparente, è il velo di maya che stagna sulle nostre coscienze e che spesso non ci avvisa di evidenti antinomie. Ciò non significa che pur essendosi chiuso il tempo dei moti di massa e delle sollevazioni collettive, dei grandi partiti e delle insurrezioni violente, sia finita anche la lotta. Il conflitto va vivificato su un terreno diverso, con una strategia rinnovata, che raggiunga un altro livello, più profondo di quello che ha mosso i nostri predecessori e per questo anche più sfuggevole: l’interiorità. La politica è divenuta perciò stesso affare del singolo individuo, che deve abbandonare la massa informe degli ultimi uomini per riproporre un’antropologia sostanzialmente nuova. Una politica che voglia ancora passare per le masse, per il tramite mediatico o per le urne, è destinata a fallire, per il semplice fatto che la massa è divenuta la maggiore forza a-politica; ha abolito “la scelta” di un amico e di un nemico, in cui si definisce la sua identità, per squagliarsi nell’amalgama spettacolare dell’applauso o dello shock, del gradimento o della deplorazione, ambedue facce di un consenso plebiscitario nei confronti dell’ultima ideologia rimasta.

La politica del terzo millennio dovrà liberarsi definitivamente di questi sedimenti, per diventare “la pluralità di ribellioni particolari, la formazione di forme di vita alternative ai margini e negli interstizi del sistema” (Niethammer, Posthistoire), entrando così in una logica di ribellione o di dissenso, organizzata ma non massificata. La politica dovrà sottrarsi al tempo dalle urne come dalle piazze e presentarsi laddove invece la sua esistenza non dia consenso, non alimenti e non foraggi gli enormi spazi del sistema, in un luogo essenzialmente altro, interiore o fisico, ma autentico, violentemente politico, in cui il secco “no” è la risposta più ovvia a qualsiasi avance ideologica. Junger chiamava “terra selvaggia” quest’oasi vergine – fatta di amicizia, morte, eros, arte – in cui viene custodita l’interiorità sempre prossima al risucchio del nichilismo. Ma l’autore tedesco spoliticizza – probabilmente dopo le devastazioni che seguirono alla seconda guerra mondiale e gli insuccessi della Mobilmachung – questo spazio considerandolo non uno strumento di lotta bensì un baluardo di resistenza passiva. Il nostro compito è invece quello di politicizzare l’interiorità, di renderla una minaccia sempre conflittuale e tesa allo scontro, un sito dove converga tutto il non vendibile (l’amore, l’amicizia, la morte, il sacro, il dono, la cultura) e che farà del suo terreno un bosco in grado di ricoprire come i rampicanti i palazzi e poi le metropoli della civiltà in declino.