Con il termine Occidente si è soliti definire quello spazio fisico e concettuale di cui siamo abitatori, esteso attualmente dagli Stati Uniti al Giappone passando per l’Europa. Una definizione di ciò che oggi è e rappresenta l’Occidente, in ambito economico, geopolitico, sociale e culturale, è la ricerca costante che questo quotidiano tenta di attuare con sguardo critico. Ed una simile analisi risulta necessaria per chiarificare la genealogia di quell’Occidente di cui noi siamo materialmente e simbolicamente l’esito: quel processo spengleriano che da una determinata Kultur ha portato all’attuale Zivilisation; la storia di un tradimento che, se guardiamo appunto a Spengler o allo storicismo, non poteva non accadere.

Un simile articolo non potrà certo esaurire le aspettative, ma vuole almeno tentare di delineare genericamente i principi di un ipotetico Occidente delle origini – che storicamente non ha mai rappresentato un momento preciso, ma che risulta della sinergia di diversi paradigmi epocali – e che può senza dubbio darci la possibilità di capire il processo di perversione, anzi di capovolgimento totale di sé stesso, che ha portato il nostro continente spirituale a divenire il suo contrario. Sicuramente questo cambiamento è cominciato con l’insediamento dei mercanti ai vertici dei moderni apparati decisionali, segnando il decisivo passaggio della gestione dell’oikos (la comunità famigliare) ma più in generale della polis tutta, da una amministrazione basata sui limiti e le necessità di un’economia domestica e comunitaria, a una gerenza di tipo crematistico, che incoraggia l’accumulazione illimitata delle ricchezze. L’Occidente fu segnato a vita dall’ingresso e dal predominio nella sua humus di forze irrazionali appartenenti all’istanza più bassa dell’anima, quella che Platone denominò appetitiva e pulsionale.  

Tuttavia non è lecito pensare che il mondo greco fosse immune a questo tipo di pericoli. Del resto fu proprio il porto del Pireo – fatto implementare da Temistocle nel IV secolo a.C. – luogo barbarico, sede di traffici e commerci, a far prosperare la città di Atene. Ma questo sviluppo era regolato da una sovrastruttura ideologica, che possiamo pensare come fondamento dell’Occidente, profondamente avversa ad un mercato sregolato, perché promotrice dell’unità, della moderazione e della temperanza. La cultura greca aveva prescritto una legislazione apposita per il commercio e a livello sociale i “maledetti mercanti” non erano certo coperti di onori, poiché il traffico di merci “alimenta nella mente umana abitudini di avidità economica e di slealtà” (Platone, Le Leggi). I frutti di questa sapienza plurisecolare greca erano racchiusi nelle maggiori scuole filosofiche quali l’Accademia, il peripato, il Giardino di Epicuro o la Stoà di Zenone, che per quanto divergessero su tematiche esistenziali, tutte pensavano la polis e la comunità come un Uno, in cui le forze apparentemente contrastanti dovevano armonizzarsi secondo il principio della misura (μέτρον) e condannare la tracotanza (ὕβϱις), causa di una società ingiusta, smoderata, barbarica, in preda delle sue pulsioni.

Con la conquista di Atene da parte di Roma nel II secolo a.C., la polis greca rimase per lungo tempo un vivo centro di fervore intellettuale e influenzò notevolmente lo sviluppo della filosofia romana che predilesse maggiormente il pensiero epicureo e quello stoico (pensiamo i contatti avuti con queste due dottrine da Cicerone e Marco Aurelio). Di qui Roma divenne il nuovo garante dello spirito dell’Occidente, e pur con modalità diverse che differenziavano il pragmatismo romano dal dubbio socratico, la paideia italica prolungò il filo tessuto dagli elleni con il diritto romano, in cui il principio di armonia della comunità fu legittimato e sistematizzato giuridicamente. Invero il diritto romano ratificò l’obbligo di denunciare l’adulterio e i traditori, nonché l’obbligo per i governati di supervisionare costantemente i governanti, giudicando la corretta attuazione delle loro promesse, secondo il principio di una comunità basata sulla responsabilità giuridica che controlla sé stessa per garantire la pace interna. 

A continuare ancora questa genealogia e a riempire l’Occidente di contenuti nuovi che rimarranno impressi per secoli nella nostra storia è senza dubbio il Cristianesimo, che possiamo pensare, a differenza di quanto ipotizzarono Nietzsche ed Evola, il proseguio della cultura greco-romana. I due autori sopracitati non convogliano con l’idea di un Cristianesimo in aperta continuità con lo spirito dionisiaco della mitologia greca né, tanto meno, con la morale dei bellatores e dell’aristocrazia romana. Eppure la prima comunità proto-cristiana non differiva tanto da una scuola filosofica, né per organizzazione né per contenuti. Lo stesso Parmenide, “maestro temibile e venerando” di Platone, come il Cristo, è certo di essere portatore di una verità “rivelata”. La trasmutazione delle anime praticata dai pitagorici viene proiettata nel cristianesimo come resurrezione dei corpi. Il Fedone di Platone può accostarsi teologicamente alla dottrina cristiana per ciò che riguarda il disprezzo della corporalità tanto che lo stesso Dante collocò, nella sua Divina Commedia, il filosofo di Atene e altri “spiriti magni”, tra cui molti romani, pur essendo pagani, nel Limbo che precede l’Inferno. Catone l’Uticense invece fu posto persino a guardia del Purgatorio. Il Cristianesimo fu quindi una sorta di movimento che diede ancora più forza e intensità, grazie all’aspirazione universale data dall’introduzione dell’Amore divino, ad una costellazione di valori preesistente che con il suo operato contribuiva a regolare la forma mentis dell’Occidente greco-romano. Questo senza rimettere in discussione, di fatto, sia l’idea di destino che diverrà, con la stessa accezione, una divina provvidenza, o i valori aristocratici e bellici che saranno poi trasfigurati grazie alla cifra autorevole del Cattolicesimo nell’universo cavalleresco durante tutto il Medioevo. In quest’epoca la differenza rimane forse nell’eventualità che il sacrificio fosse attuato, piuttosto che per la comunità, per la fede in Dio, ora divenuto la proiezione della comunità unificata nell’Uno metafisico. 

A questo punto sembra evidente supporre che l’Occidente (dal latino “occidere”, ovvero “tramontare”) si è tramutato nel suo contrario (pensiamo solo al passaggio dall’interesse filosofico, giuridico, umano per la comunità a quello economico per l’individuo), il che rappresenta essenzialmente un crepuscolo, una caduta, una degenerazione che possiamo pensare come l’atto compiuto della potenza iniziale, o la casualità di una serie di eventi inattesi.