I concetti di Stato e di Nazione non sono prerogative italiane. Dalla Lega bossiana ai secessionisti veneti, dalle organizzazioni mafiose che controllano territori privi di istituzioni alle entità parastatali, l’Italia Nazione è confutata da una serie di pratiche, usi e costumi locali che bypassano la giurisdizione statale per entrare in un dominio sotterraneo rispetto all’ufficialità amministrativa. Lo Stato è per un verso cifra anglossassone, e da Hobbes a Locke riunisce una somma di individui che cedono parte della loro autonomia per vedere garantiti loro sicurezza e diritto di proprietà. Rispetto a questa forma borghese, c’è poi lo Stato prussiano, militaresco e gerarchico, come fondamento dello spirito di Potsdam. Il prussianesimo considera il lavoratore, l’operaio, il contadino in funzione dello Stato Assoluto (Hegel) ed è propenso, per sua natura, ad un’organizzazione socialista (Marx). L’Italia non ha un’idea di Stato, e proviene da un passato sfumato, rurale, sincretistico, provinciale nell’accezione positiva del termine. Di matrice mediterranea la nostra penisola era un’aggregazione di comunità intessute di rapporti familiari e clientelari che garantivano gli interessi dei suoi membri più di quanto non lo facesse lo Stato. Arcaica, immacolata, bucolica (e forse per questo meta dei più grandi intelletti romantici – Byron, Shelley, Keats) l’Italia fu territorio di tensioni, sempre priva di uno Stato forte, di esecutivi duraturi, performanti, di vertici amministrativi competenti e per questo, dantescamente, un “bordello”.

Terra in cui il suolo e il sangue sono i legami dell’associazione, di un comune sentire sempre diverso con le specificità del territorio, del clima e della posizione geografica. Innervata dalle Alpi, dagli Appennini, dalle colline interne in cui si è sviluppata l’agricoltura mezzadrile, l’Italia è una e molteplice dalla pianura padana alla Sicilia vulcanica e collinosa. La stessa cristianità cattolica si è espressa in modi dissonanti a seconda delle località. A differenza della Germania e dell’Inghilterra, o di una Francia più omogenea (un Dio, un Re, uno Stato), centralizzata in Parigi, l’Italia era “pagana”, sincretistica, terra di compromessi storico-religiosi: da un lato il Dio protestantizzato e giansenista al Nord, di sostegno al progetto liberale del Risorgimento, dall’altro il carattere sacro quanto libertino di Roma, poi il meridione evanescente tra influssi latini, musulmani e greco-ortodossi. Legata al culto dei Santi la religione era immanente, vincolata alla prassi e ai lutti quotidiani, ma infine intimamente trasgredibile, perché il peccato si espiava nel confessionale, antenato plurisecolare della moderna psicanalisi. L’Italia è erede di un’organizzazione ugualitaria rispetto all’élitismo nordico, perché la stratificazione sociale non era imposta da una gerarchia proprietaria, monetaria, fondiaria, ma veniva edificata sul canone relativo all’onore, alla reputazione e alla vergogna. Di fronte ad esse gli uomini partivano da zero, e se la mobilità non era economica, era sicuramente sociale, mentre nei Paesi anglosassoni la seconda deriva dalla prima, lo status dalla ricchezza. Nell’Italia profondamente rurale e auto-gestita i “contadini non producevano solo beni agricoli, ma riparavano muretti, riattivavano sentieri, incanalavano le acque piovane, provvedevano a ripulire macchie e boschi, ripiantavano alberi, curavano la salute del suolo” (Bevilacqua), mentre non appena questo lavoro fu delegato allo Stato, venne abbandonato a sé stesso. Perché lo Stato, in Italia, non è nessuno, è sempre l’altro. Penisola di comuni e comunità, parrocchie, confraternite, luoghi pii, interstizi libertini, ha valore etnico e demografico non tanto la regione Toscana, emanazione burocratico-amministrativa delle istituzioni su un territorio arbitrario, frutto del 1947, quanto piuttosto il singolo comune di 10.000 abitanti. Legami ascritti, favori, protezioni, ricompense, clientelismo, rifiuto dell’interesse generale e dei valori civici, ma rispetto dei valori locali e tradizionali, lo Stato in Italia legifera per poi derogare.

Ma lo statalismo italiano è un grande compromesso. Da un lato proiezione normativa del Nord Europa, dall’altro insediamento di categorie mediterranee nelle sue strutture. Lo stesso fascismo ha fallito il tentativo di italianizzare ed identificare la Penisola nello Stato-Nazione: “i modelli fascisti – dice Pasolini – non erano che maschere, da mettere e da levare” in cui il comportamento non implicava un adeguamento della coscienza ad esso. Ambivalenza del nostro Stato italiano è che esso legifera, pur non rappresentando nessuno, contrattualizza ogni rapporto – rateizza, assicura, mutua, affitta, burocraticizza l’esistente – ma non elargisce, in compenso, dei diritti. Centralizza, senza poi redistribuire localmente. Governa, ed essere governato significa, secondo Proudhon: “essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, […] annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto”. La “potenza pubblica” delegò con ciò la sua autonomia alla passività di uno Stato burocratico, ma pure mediterraniezzato, quindi, sostanzialmente inutile, che rincorre standard europei ai quali è ontologicamente inadeguato. In Germania c’è una coerenza, pure inaccettabile, mentre il nostro statalismo è un ibrido insensato. O scegliamo di essere globalizzati, competenti, finalmente nordici, progressisti, oppure coltiviamo la nostra identità mediterranea.

Quando Calamandrei diceva “Lo Stato siamo noi” nel 1945, spazzando via i residui mediterranei, le differenze, le particolarità, in nome di un Uno astratto, la scelta sembrava chiara. Ma da allora abbiamo tenuto sempre il piede in due scarpe. E a cinquant’anni di distanza dall’effettività giuridica della nostra Costituzione, le istituzioni italiane, ancora invise ai suoi abitanti, sono una caricatura mediterranea degli Stati di diritto. Vediamo assessori in giacca e cravatta, muniti di tablet, parlare pugliese con i pescatori del Salento, per dirgli che il loro mestiere è in declino a causa delle norme europee. La classe dirigente e i grandi economisti dal piccolo schermo entrano nelle case delle nostre province e parlano di “spread”, di “peacekeeping”, di “mercati”, di “austerity”, di “diritti civili” e “job act”. Come corrispettivo per avergli delegato il potere esecutivo prima affidato alle organizzazioni locali, lo Stato ci parla della complessità del suo esistere, si compiace nel suo virtuosismo tecnicistico, poi, però, c’è la crisi, c’è Genova, prima ancora l’Aquila, catastrofi umane, più che naturali. Ci sono i morti di Stato, le manifestazioni, ci sono i precari, i disoccupati, gli esodati, gli impuniti, gli immuni. Lo Stato toglie, astrae dalla realtà, forma ma non contiene, disegna contorni, limiti, vincoli, e decontestualizza l’individuo dalla sua esistenza, dal suo universo locale di simboli, di contatti, in cui l’umano prevale nella sua fisicità, nella sua tangibilità, pure grottesca, folkloristica, piccola, meschina ma sincera. Abbiamo delegato e messo sotto contratto ogni rapporto, ogni legge ascritta, ogni legame, per far valere un modello ibrido, innaturale, vuoto che governa ma che non distribuisce, che legifera e che deroga, liberale ma clientelare, democratico ma doppiopesista. Viene da chiedersi, come si è potuta deputare la giustizia ad uno Stato inesistente, quando ogni contadino e cacciatore rispettabile aveva un coltello nella bisaccia?