Esfahan conta 1.600.000 abitanti. Si situa nel cuore della Persia ed è una tra le città più amene dell’Iran. Nella piazza dedicata all’Imam Komheini, la Piazza Naqsh-e jahàn, fatta costruire da Abbas I il Grande, sotto le file di arcate che la bordano si ritagliano piccole botteghe di artigiani che dedicano le loro attività sopratutto ai pochi turisti di passaggio. Di fronte alla Moschea dello Scià si avvicina un ragazzo vestito di marchi Occidentali, dalle sembianze americane piuttosto che iraniane. Ci invita nel suo spaccio a bere un tè nero, più per venderci tappeti che non per scambiare sinceramente due parole. Ma dopo aver conosciuto una dozzina di persone completamente disinteressate ci arrendiamo ingenuamente anche a lui. Parla inglese, ha una gestualità e una mimica familiare, le scarpe Nike calpestano i tappeti persiani mentre ci versa il tè e la giacca di plastica lucida scintilla sporcando col colore viola sintetico la perfetta spontaneità dei disegni floreali ricamati sugli arazzi. Parla di donne, di calcio e di sesso come fosse un Occidentale, o come se volesse esserlo, e in mezzo a quel contesto, a due passi dalla moschea, seduto su un tappeto persiano arrotolato, stona tanto che la stanzetta in cui ci ha accomodato mette a disagio. Non che parlare di sesso sia sconveniente (del resto il Kamasutra contiene miniature provenienti dalla Persia) come non è immorale lodare il libertinismo, ma nel mezzo di quell’aurea sacrale che secoli di storia hanno tramandato e che una comune decenza riesce ancora a preservare almeno nello spazio pubblico – mentre quello privato è lasciato alle proprie inclinazioni – si insedia nelle coscienze dei più giovani un sogno che si scontra di petto con la realtà, con la storia, con il passato. Quel ragazzo è una nota che stona rispetto alla fierezza dei più grandi arruolatisi volontariamente nei Pasdaran durante la guerra del Golfo (1980-1988), rispetto al serenissimo disinteresse degli anziani appoggiati ai bordi delle strade che vendono chincaglierie, noncuranti degli acquirenti – che non degnano di uno sguardo, alla faccia dello spirito mercantile! – o ancora rispetto all’umile cortesia, alla riservata generosità e all’allegria genuina di taluni adulti che, guardandoci, sono profondamente orgogliosi di incarnare un Iran plurisecolare ai nostri occhi. Chiedono fibrillanti se ci piace il Paese perché vogliono sapere qualcosa in più su di loro.

Ma questo mondo, che è il diverso, questo sconosciuto che è poi il movente di ogni curiosità, e che resiste ancora nelle più piccole città, laddove le classi sono indivise, laddove basta un velo o una giacca per dare dignità a una persona, è sempre più propenso a collassare nella metropoli, a Teheran sopratutto, dove tra il nord e il sud della città oltre ai prezzi delle automobili cambia anche l’assiduità con cui si vedono i servizi di nettezza urbana. Al Nord ci sono grandi appartamenti, villini e ristoranti di lusso, il sud si avvicina più ad una bidonville. La civiltà persiana sembra essersi scontrata con una modernità che non ha saputo gestire. Cemento, smog, mala urbanistica: la metropoli, un modello urbano uguale in ogni latitudine, crea inevitabilmente una disparità, una divisione di classe, un confitto. Dal conflitto si passa all’invidia camuffata da sogno, e si smania di volere essere qualcosa di altro da sé, qualcosa che non ha più niente a che vedere con il proprio passato. Modernizzarsi è la parola d’ordine, che vorrebbe dire sommessamente proseguire una strada già tracciata ad Occidente. E, di fatto, il fast food, pur non essendo McDonald, lì, è sempre un fast food, e vende Coca-cola. La Tv satellitare, presente nelle case delle famiglie agiate, passa programmi che non hanno niente da invidiare ad Mtv. I più giovani hanno abbandonato le materie umanistiche per studiare ingegneria o informatica. A Teheran la chirurgia plastica è diventata norma, tanto che i cerotti vengono ostentati.

Più la metropoli si espande più inevitabilmente si perdono i caratteri personali, le storie collettive, le tradizioni e i riti, e gli Otto milioni di abitanti di Teheran, per le loro pratiche quotidiane, in cosa si differenziano dai sette milioni di residenti a Bangkok? L’Iran profondo si perde nel movimento centripeto e omologante della metropoli, che divide in ricchi e in poveri e che unifica tutti nel sogno di felicità sempre più Occidentale. Ma fuoriusciti dalle grandi città, dove l’aria è respirabile, la stonatura si risana; nelle città più piccole si trovano interstizi di naturalezza: gli uomini vestono i colori della terra, lo sguardo di una donna in un attimo ribalta i rapporti di forza, non ci sono insegne ingombranti, nulla è più familiare, la voce del muezzin traccia perfettamente i contorni delle cime dei monti circostanti e sei finalmente uno straniero.