“L’Italia è fatta, tutto è a posto”, così recitava Cavour all’indomani dell’unità. Ma, come diceva Montanelli, l’Italia, a dispetto degli italiani, non ha futuro. E questo perché la grande borghesia italiana – quella che più dovrebbe avere a cuore l’idea di Stato – non è stata all’altezza di omogeneizzare l’humus peninsulare che banalmente vorrebbe dire “fare gli italiani”. Non ha coltivato il senso delle istituzioni, dello Stato, dell’interesse generale, dell’educazione civica. Mentre ad Harvard e ad Oxford o nelle Grandes Ecoles francesi vengono formate da oltre due secoli, secondo determinati canoni e tradizioni rituali, le nuove leve per il cambio generazionale dei vertici destinati a governare popoli propensi alla forma Stato in continuità con la centralizzazione monarchica, l’Italia, a partire dal 1861, non ha mai avuto un’élite generica, una forma capitalistica compiuta, come la si intende nei Paesi anglosassoni. Soppiantata l’aristocrazia e la nobiltà terriera, la borghesia italiana visse un’era di trasformismo: idealmente e intellettualmente borghese nella forma, era ancora radicata nel suo contesto di origine territoriale, incapace di uscire dal quel limbo culturale particolaristico per far parte di una più grande comunità umana che la trascendesse. Essenzialmente provinciale, era restia alla maturazione di un’identità di classe e ad un’idea di Stato, e rimase chiusa nel localismo e nella frammentazione economica, avversa all’ingresso nell’economia nazionale, cui prediligeva l’associazionismo in luogo di residenza. Il carattere borghese italiano era perciò anti-élitario e non si riproduceva per mezzo dell’ereditarietà, ma piuttosto coadiuvando membri anche all’esterno di sé stesso. Fluida, aperta ed eterogenea, pure impegnata inutilmente ad istituire circoli o clubs, la borghesia non ha mai attuato una vera “separazione sociale”, da annoverare invece all’élite anglosassone che Marx esaltava come motore del Capitalismo. Per questo stesso motivo il conflitto di classe in Italia fu sempre oggetto di tensione politica più che realtà effettiva, perché la borghesia dirigenziale, schmittianamente, non ha mai incarnato l’hostis. Quando Schmitt adduce alla nozione di politico e alle motivazioni del suo agire la scelta di una amico e di un nemico, noi ne siamo estranei.

Finito per altro il tempo delle grandi narrazioni, e monopolizzata la penisola per oltre un trentennio dalla Dc, emanazione dei caratteri compromissori borghesi italiani, la nozione di politica non è né machiavellica né schmittiana e si smarca persino dalla retorica pentastellata che, dipingendo un quadro fuorviante della questione italiana, pretende attaccare un casta unita e malvagia insediatasi nel Palazzo. Mancano, tra i tratti culturali della nostra classe dirigente, che finalmente è una borghesia (individualista, securitaria, proprietaria, utilitarista) senza un’idea di Stato (e perciò di diritto, di redistribuzione, di istituzioni), sia la nozione di “fine” che la nozione di nemico. La politica ha solo mezzi ed espedienti, e nessun parlamentare ha una visione a lungo termine né vuole garantire una continuità o una progettualità al suo fare; la sola finalità è arrivare a fine mandato, o almeno al vitalizio. Per altro verso la politica distingue amici e potenziali amici. L’ostilità non è prerogativa italiana, tanto meno a pranzo, se tra due esponenti di partito, pure ufficialmente “nemici”, si scopre di tifare la stessa squadra e, quand’anche non fosse, si può godere del piacere di criticarne una terza. Il politico italiano stringe mani, pranza, cena, banchetta, riceve, offre, pretende, parla e sparla. Renzi si vede e si accorda con Draghi, Berlusconi e Landini. Il Cav. con Luxuria. Razzi passa da Idv al Pdl ed Emiliani del Pd coglie l’occasione per farcisi un selfie. La Camusso pranza con Monti. Scalfari abitualmente con Napolitano. Cuperlo riesce a prendere applausi anche nel covo anti-euro organizzato da Bagnai. Bertinotti assurge a difesa di Bergoglio e della cristianità, senza essere inviso alla platea, e, pur avendo fatto un ammissione di colpa sull’errore della battaglia di una vita, può ancora fare opinione pubblica. Larghe intese, coalizioni: non ci sono nemici, ma solo un’arte, tutta italiana, dell’essere compromissori. Vigono, all’interno di questa post-borghesia che occupa posizioni dirigenziali e intellettuali rilevanti, la “mollezza e l’indulgenza etica” (Gramsci) e un approccio turistico alla moralità. L’ignoranza, l’incompetenza, la faciloneria, il carattere demagogico della nostra classe dirigente sono proprio i residui di una borghesia che ha scemato verso il basso, senza prendere ciò che di meglio questo basso aveva ma cooptando invece quelle inclinazioni (la teatralità, la maschera, la furbizia) che più si confacevano all’agire economico. In bilico quindi tra le disposizioni anti-stataliste come eredità della cultura italiana, e lo Stato come garanzia del diritto borghese, si è concepito un ibrido, uno Stato anti-statale, centralizzato ma pluralista, proiezione di norme cui non corrispondono delle pratiche quotidiane. Nel Palazzo, la nozione di politica è sussunta dalla prassi mediterranea, dal clientelismo, dal favoritismo e lo Stato, pur esistendo, è sempre qualcosa di altro da sé;  anche per chi ne investe un’alta carica sembra un’entità estranea, misconosciuta, ridotta a proiezione di un mercato rionale. Il paradosso italiano vive nello scontro tra la forma di Stato borghese ed una realtà anti-borghese, che priva di una cultura e di una prassi, più che attuare una strategia egemonica, adegua le istituzioni ai suoi caratteri tipici, provinciali, particolari. La questione italiana è un problema di identità, quando, in bilico tra Occidente e Oriente, nel centro di quel Mediterraneo che fa da confine tra istituzione e autogestione, tecnocrazia e carisma, ufficialità e clandestinità, metropoli e provincia, affascinati dai primi, li inseguiamo, in nome della modernità, con la forma mentis ereditata dai secondi.

 “Questo popolo va in sfacelo per eccesso d’intelligenza. Tu gli dici patria, e lui vede il gendarme borioso, il generale traditore e il Re truffato. Facce dello stesso Pulcinella.” Alianello