La seconda metà del Novecento è caratterizzata dal nascere delle rivendicazioni sessantottine e da un indubbio scontro tra la forma arretrata di Capitalismo borghese e le giovani generazioni che si riuniscono in subculture (Punk, Dark, Ghotic, Hip Hop, Hippie, Metal, New Age) per mettere in discussione l’ordine precostituito. Rifiuto dell’autorità e del controllo, delle cultura dominante e delle istituzioni. Si aprì un periodo di attrito contro le forme di esistenza capitalistiche piccolo-borghesi. Le subculture respinsero il Mercato e presero possesso degli ambienti underground, in Italia si insediarono nelle università pubbliche ed in determinati quartieri delle grandi città.

Oggi, di queste sottoculture non è rimasta che la forma, mentre i contenuti sovversivi sono stati traviati, divenendo pretesto per adescare consensi e valorizzare il Capitale. In meno di un ventennio il Capitalismo attuò la sua grande redenzione, e perdonò a questo ampio ventaglio di subculture le loro critiche, le espiò, integrandole al Mercato, fagocitandone proprio l’elemento più mercificabile: “la protesta”. Niente è più commerciale della dissonanza, del disordine, della pretesa di essere contro. L’ambiente underground fu messo alla luce dei riflettori, il faro del mainstream illuminò laddove covava la protesta. La contestazione divenne panegirico, l’insubordinazione preghiera.

Attraverso l’investimento da parte del grande Capitale (Virgin, Sony Music, Universal Music, Skyrock) si vennero a pubblicizzare, quindi a mondanizzare, le forme (elementi ed attributi) delle subculture, di fatto riformando completamente il Mercato, ora accessibile indistintamente a qualsiasi strato sociale (ecco il diritto all’uguaglianza). Da che il Punk evadeva dalla sfera del Mercato, ora diventa Punk nel Supermercato. La cresta, sinonimo di anticonformismo, si è purgata con la sua integrazione nella quotidianità della televisione, della musica, ed è riprodotta in serie su tronisti e giocatori di Serie A. Il rock lo propone la Mtv. Le subculture sono diventate paradossalmente alla moda, mentre nacquero in opposizione al mondano. Si sono svendute al grande capitale, sperando, magari, di avere maggiore impatto.

Oggi il caso in assoluto più lampante è il rap. La subcultura dell’hip hop si è mercificata sino a divenire, più che centro di contestazione, propaganda ufficiale di abbandono alle logiche del Mercato, e glorificando la cultura “coca e mignotte” del ghetto underground questa si è normalizzata nella sfera pubblica, celebrando l’uso di armi e della violenza, il consumo di stupefacenti, un codice di abbigliamento firmato nike,  esaltando la divisione e la darwiniana legge del più forte: specchio della cultura ultraliberale. Si è attuato un salto dall’evasione alla sottomissione funzionale al gioco del sistema a cui segue l’impoverimento del linguaggio e del pensiero, una decoscientizzazione e una omologazione venduta, ancora una volta, per ribellione.

Immettersi sotto il torchio delle subculture non deve perciò essere visto come atto di rivolta, né come la ricerca di un’identità, ma piuttosto come ingenua sottomissione al Capitale. L’underground ha trovato un compromesso col mondano e i due si sono incontrati a metà strada. Il primo ha abbandonato la sua vena anticonformista, il secondo si è definitivamente sborghesizzato, ultimando il processo di destrutturazione della sfera valoriale e di sussunzione del Tempio nel Mercato.

E’ così necessario fondare le basi di una Controcultura riflessiva e ragionata che trovi punti di riferimento altri rispetto all’ideologia dominante e che ne mini le fondamenta, come sostituto e non come corollario, come opposto e non come elemento integrante. L’errore delle subculture fu quello di cercare un codice che lo stesso Mercato poteva riprodurre e vendere, privilegiando la forma piuttosto che i contenuti: abbigliamento, indumenti, marche, look, stile, musica. Elementi facilmente mondanizzabili e mercificabili. Il ruolo di una reale Controcultura deve essere quello di smarcarsi dalla riconoscibilità secondo oggetti e tendenze, per creare una corrente di pensiero in aperta opposizione, in grado di negare riflessivamente l’ordine precostituito senza scendere a compromessi con il mondo. Essa deve rendersi inattuale, un’eterna avanguardia che non diventi mai una forma chiusa e cristallizzata.