Il filosofo sensista Étienne Bonnot de Condillac, ipotizzò l’idea fittizia di una statua animata tramite i sensi. Il pensatore francese volle dimostrare la supposizione che non solo la vita, ma propriamente il pensiero e l’intelletto siano una sintesi finale della conoscenza sensibile. Ad una statua cui venissero concessi i sensi, verrebbe anche concessa la facoltà di pensare. Come Condillac anima la sua statua, così anche lo stesso sistema capitalistico anima e vivifica i corpi mediante i una sincronizzazione dei sensi, che creano l’intelletto degli individui, un intelletto che riflette l’ideologia del Capitale. Proprio dai sensi nasce il pensiero dell’ultima e più recente forma di Capitalismo. Quello che tentiamo qui di riportare, grazie al contributo di Michel Clouscard (“Il capitalismo della seduzione. Critica della social-democrazia libertaria”), è il processo di metamorfosi del Capitalismo, rinato dalle sue stesse ceneri, rivoltatosi contro sé stesso a partire dal 1945. Per sopravvivere ed attuare la sua assolutizzazione ha dovuto creare nuovi mercati, nuove dimensioni in cui insediarsi, ha dovuto plasmare ed animare le statue ex-novo, di modo che “la sensibilità, ciò che c’è di più intimo e di più spontaneo, è divenuta la sensibilità imposta dal neo-capitalismo”. 

A dare un primo input vitale in Europa alla giovane generazione nata sul finire della seconda guerra mondiale, la cosiddetta generazione sessantottina, furono i costumi e gli oggetti importati d’Oltreoceano: il flipper, il poster, il juke box, i jeans, la coca-cola. A questi seguiva una gestualità, una simbologia, l’uso che si fa di questi oggetti. Come ci si pettina? come si portano i jeans? Come si usa la chitarra? Il manichino, la statua di Condillac, ora statua del Capitale, si è svegliata; essa ha l’uso dei sensi, ha i suoi simboli, è un modello che crea un gruppo che lo riproduce, che lo impone, pena l’esclusione. Il conformismo è inizialmente un conformismo di segni e di simboli nuovi, innovativi, perciò contestatari, provocatori, che vogliono rompere con il passato, il passato dei padri. Ma tra i padri e figli si instaura un contratto sociale. I padri hanno in mano un sistema – i mezzi di produzione – che i figli riproducono, perché il modello si acquista nel Mercato, tramite il Mercato, nella dimensione del Capitale. Il conflitto non è economico, ma di superficie. La contestazione è ludica e si attua con i gadget prodotti dai padri. 

Se la statua si è svegliata, ora necessita di essere animata, di accedere al ritmo, deve scandire il suo tempo con gli oggetti che il sistema ha da offrire: il vinile poi la cassetta, i sintetizzatori, le chitarre elettriche. Il ritmo è meccanico, è industriale, è binario, è il rock ‘n roll, proseguio e tradimento del jazz e del swing. Il blues e il jazz erano i ritmi che sentivano la contraddizione tra la segregazione dei neri e l’uso, per esprimersi, degli strumenti musicali dei bianchi, e rappresentavano la soggettività che si esprimeva nell’oggettività. Il jazz è il tempo della soggettività primitiva e malinconica, che fa appello all’Altro, all’oggettività, che si esprime con e nell’oggettività, pur rimanendo libera. Il rock interviene a recuperare questa soggettività, ma la isola, la mette in relazione solo con sé stessa. Il tempo del rock è isometrico, le distanze tra le note sono invariate, il tempo si ripete, meccanicamente: il ritmo “ritaglia la durata musicale in porzioni omogenee, ripetitive, similari. Il tempo diventa una durata limitata segmentata in fette sempre identiche. E’ il tempo dell’Uguale, del divenire ridotto alla ripetizione. Ciò che è stato sarà” (Clouscard). Il Capitale si mette in sicurezza secondo un totale conformismo, secondo la riproduzione meccanica di sé stesso in cui niente può fare intrusione. L’Altro è interdetto. Il ritmo è diventato meccanico come del resto è diventato meccanico e binario il ritmo dei futuri derivati del rock, dal pop alla musica elettronica. L’Uguale ritorna incessantemente interdicendo la possibilità dell’Altro. Niente di nuovo deve prodursi, il ritmo si gira intorno. Ognuno danza per sé, non c’è scambio, non c’è condivisione. La contestazione, quindi, diventa iniziazione mondana al sistema che si sta trasformando in società permissiva, in enorme mercato del desiderio. I nuovi corpi fabbricati in serie non devono far altro che cedere a questa spontaneità, ai ritmi di produzione del Capitale. 

Il Capitale ha creato il nuovo mercato, ha ornato di gadget e di simboli le statue, con il ritmo binario le ha animate, ha liberato il corpo dei suoi caratteri religiosi e morali, dai tabù e dall’oppressione: la nuova sovrastruttura è l’ideologia permissiva del desiderio. Tramite il rock il capitalismo si è emancipato dagli antichi vincoli, dalla vecchia morale borghese che l’ha generato, ma questa rivoluzione rimane squisitamente borghese, perché “la borghesia non può esistere senza rivoluzionare costantemente gli strumenti della produzione, ovvero l’insieme dei rapporti sociali” (Christopher Lasch, La Cultura del narcisismo). 

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