Non fu il De vulgari eloquentia di Dante, che ebbe scarsa diffusione e poca influenza tra i suoi contemporanei, né l’opera di Bembo o la narrativa di Manzoni, non furono Garibaldi, i Savoia o Cavour a dare una lingua alla nostra penisola. Nel 1861 solo il 2,5% della popolazione parlava l’idioma nazionale. Non italiani quindi, ma sardi, emiliani, siciliani, abruzzesi e via discorrendo popolavano lo stivale. Forse il fantasma centralizzatore del fascismo rispose in buona parte al problema, quando la riforma gentiliana del 23′ sanciva il passaggio obbligatorio per gli studenti “dal dialetto alla lingua”. Ma è la televisione, ça va sans dire, vera campionessa dell’unificazione! Ha sprovincializzato la penisola, ha alfabetizzato la popolazione, ha squalificato i dialetti a residui di un’era medievale, ha diminuito la distanza culturale che separava un siculo da un padano. Prova vergogna, adesso, lo studente di provincia che vuole subentrare nell’inglesissimo mondo del lavoro. E’ costretto a riporre le sue maschere nell’armadio: Arlecchino, Brighella, Farinella, Meo Patacca e Pantalone sacrificati per un colletto bianco o blu!

Con il dialetto non si perde solo un mezzo di espressione particolare, ma un universo di situazioni inesprimibili, si perde una realtà tramandata, la saggezza popolare, il senso della storicità, si abbandonano – quali segni sorpassati di un’epoca più triviale e allegra – la mimica e la gestualità, inconciliabili con l’austerità dell’Italiano; ora tutto è teoria, speculazione, trascendenza: ora una frase è vera se è stata pronunciata dal personaggio di un film, dal presentatore di un talkshow, se è letta su un libro didattico, sulle colonne di un giornale, se la stabilisce una rettifica dell’Accademia della Crusca. Tutto è gestito dall’alto. Il passaggio dal “dialetto alla lingua” è il passaggio dalla stipulazione di una convenzione tra parlanti, a una convenzione tra popolo e Stato.  Si decide a monte! E se il ceto colto vince il problema grazie alla ricchezza lessicale che lo contraddistingue, è la classe media la più plagiata, costretta a dimenticare le espressioni colorite dialettali, la spontaneità, l’immediatezza, per un linguaggio esiguo e povero di contenuti, che si riduce a 6000 parole standard, un idioma dell’assenza: tecnico o burocratico a lavoro, iperbolico in amicizia, informale e sciatto in famiglia, bassamente volgare – e per nulla di spirito – in strada. La perdita del dialetto, suggerisce Pasolini, è “uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà”.

Il dialetto, ricco di espressioni, modi di dire, sfumature, nasce dal basso, per il basso, ed è ricavato da una comunità di parlanti che lo asporta direttamente dalle necessità concrete, dalla vita quotidiana, è la lingua della presenza. Si incastra negli usi, nei costumi e nelle tradizioni, è un bagaglio antropologico immediato, spesso impossibile da tradurre. Lo straniero che volesse approcciarsi alla poesia vernacolare di Belli o di Trilussa, oltre ad apprendere il romanesco, dovrebbe prima assaporare la vita trasteverina, le sue angosce e le sue passioni. Monopolio esclusivo del popolino, il dialetto è sempre vivo, anti-ideologico, incollato all’immanenza dei fenomeni, al clima, alle situazioni, non concepisce -ismi -isti, è avverso al linguaggio burocratico-amministrativo, refrattario al gergo tecnico. Chi ne modifica i significati è incompreso. La parlata locale forma una sacca di resistenza cognitiva alla strumentalizzazione dei concetti, all’omologazione del pensiero, perché è un linguaggio certo laddove vengono invece a crollare le certezze. Perché è un linguaggio dell’immediato, che riconosce l’uomo e la donna con solerzia, la pace e la guerra con buon senso. Ma finirà questo spettacolo pittoresco, scompariranno le maschere italiane, non sapremo più “distinguere – come scriveva Parise – la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivo”.