«Io discendo dagli imperatori Focas, gli imperatori di Bisanzio, greci in origine, poi passati a Costantinopoli. Per via reale… discendono fino a me».

Il 15 febbraio del 1898 nel rione Stella di Napoli, in via Santa Maria Anteseacula 107, la diciassettenne Anna Clemente diede alla luce il suo primo ed unico figlio: Antonio. Il bambino era il frutto della scabrosa relazione tra la giovane e il marchese venticinquenne Giuseppe de Curtis. Giuseppe, ultimo discendente del decaduto casato dei marchesi de Curtis, era nato a Napoli nell’agosto del 1873. Da tutti conosciuto come o’ vuttaziello (la botticella) per via della corporatura tarchiata e della bassa statura, svolgeva la professione di agente teatrale. 

Anna, detta Nannina, era nata a Palermo nel 1881 da Vincenzo Clemente e Teresa Ambrosino. Rimasta orfana di padre, fin da ragazza svolgeva lavoretti saltuari tra cui quello di cambiavalute, che le fece guadagnare il soprannome di Nannina ‘a cagnacavalli, e quello di sarta che svolgeva a domicilio. In una di queste occasioni conobbe il giovane marchese de Curtis e la coppia iniziò segretamente a frequentarsi. Anna rimase incinta poco dopo e l’ingombrante gravidanza fu il motivo del loro allontanamento. Difatti, Luigi de Curtis, padre di Giuseppe, non poteva accettare l’unione tra il nobile figlio e la giovane popolana. Per questo motivo Giuseppe de Curtis non riconobbe il figlio che fu quindi registrato all’anagrafe come Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente e N.N.

Nato Antonio Clemente, ma conosciuto nel suo quartiere con il nomignolo di “Totò”, che gli fu attribuito dalla madre. Qui fotografato all’età di otto anni

La relazione tra i genitori proseguiva in un turbinio di tira e molla mentre Antonio cresceva accudito dalla nonna Teresa, “una vecchia che non sapeva l’italiano”. Fu dinanzi alla nonna che Antonio recitò la sua prima parte. L’anziana donna, molto più pragmatica della figlia, aveva prospettato per il nipote un futuro in saio e, per questo motivo, aveva costruito un altarino in casa sul quale Antonio poteva provare e riprovare i gesti rubati con gli occhi al parroco la domenica precedente.

Quant’è bello, pare un monsignore! Tiene ‘a vocazione e il domani assicurato.

Nella mente della nonna il sacerdozio avrebbe garantito al piccolo Antonio un’entrata fissa, strappandolo alla miseria in cui viveva. In quella di Antonio fu invece un modo per avvicinarsi alla recitazione, ripetendo più e più volte il copione della Santa Messa. Antonio era affascinato dalla rappresentazione teatrale che rivedeva nei movimenti rituali dei preti e dei fedeli, arrivando a celebrare funerali i cui defunti erano piccoli animali o insetti. Prima ancora, il suo estro si manifestò in quella che gli psicologi chiamano immedesimazione, secondo cui il bambino indossava gli abiti materni per poi specchiarsi e sopperire così alle lunghe e tristi assenze della madre.

Antonio non aveva giocattoli né vestiti nuovi ma qualche stoffa sgualcita prontamente rappezzata dalla nonna con gli abiti femminili che aveva in casa. Egli crebbe come un ragazzo di strada, svolgendo lavoretti saltuari e marinando la scuola. Il rapporto con la madre fu difficoltoso, amorevole in alcuni casi e burrascoso – fino a sfociare in violento – in altri. Fu in un litigio con la madre, sorto per una foglia d’insalata che Antonio, all’età di nove anni, aveva rubato da tavola senza il permesso materno, nel quale si prese una forchetta nell’occhio sinistro: lo stesso che perse molti anni dopo.

Murales Totò in via Santa Maria Anteseacula

“Totò”, come lo chiamava nei momenti di affetto la madre Anna, ottenne con fatica la licenza elementare. Era un bambino molto curioso, un osservatore attento fin da subito. Gli amici lo soprannominarono “lo spione” per via dei tanti pomeriggi passati a pedinare qualunque persona che, per un gesto particolare o uno strano portamento, attirava la sua attenzione. La paura che il piccolo Antonio prendesse una brutta strada convinse entrambi i genitori ad iscriverlo al Collegio Cimino, in via San Giovanni a Carbonara, nella speranza che una rigida istruzione ridimensionasse il suo spirito da saltimbanco e lo facesse crescere educato e rispettoso. Il primo anno di ginnasio fu traumatico. Antonio collezionò insuccessi e fu costretto a ripetere l’anno. Negli stessi mesi palesò la propria volontà di divenire attore ma la famiglia, da ambo i lati, respinse senza possibilità d’appello la richiesta.

Nell’anno scolastico 1911 – 1912, in cui fu iscritto come ripetente, Totò si avvicinò alla parrocchia con l’idea di fare il prete. Il parroco lo scelse come chierichetto e lui, durante la funzione, si ingarbugliò finendo per rispondere alle “battute” del prelato con frasi confuse metà in latino e metà in napoletano. Al termine della messa ricevette più di qualche scappellotto dalla madre che l’apostrofò con veemenza: “Manco ‘o prèvete sape fa’”. Il mancato chierichetto rispose prontamente alla madre

“De prèvete ce ne stanno tanti e ‘a Chiesa nun fallisce pe’ colpa mia. Io te l’aggio sempre detto ca me piace ‘o teatro.”

Per fare teatro una maschera è necessaria e quello scugnizzo di talento ancora non ne aveva una. La svolta arrivò qualche giorno dopo l’infausta messa, quando in collegio sfidò il proprio precettore in un incontro di boxe. Infatti, il maestro richiedeva ai suoi alunni, oltre alla preparazione didattica, anche predisposizione all’attività fisica, scegliendo la boxe per il suo esercizio. Fu proprio in uno di questi incontri che nacque Totò. 

Io credo che Totò sia nato là, nel cortile di quel collegio, figlio clandestino di un incidente con il precettore”.

Durante l’incontro di pugilato il precettore colpì il naso di Totò deviandogli il setto nasale. Fu senz’altro un incidente e Totò, per non nuocere a quel precettore che tanto ammirava, decise di non denunciarlo né in collegio né a casa. In famiglia nessuno si curò dell’infortunio del ragazzo che, da quel momento, poté sfoggiare con orgoglio quella malformazione così caratteristica. Infatti, fu proprio quel colpo che, oltre a deviargli il setto nasale, gli incavò anche parte del volto finendo per consegnare al mondo una delle più celebri maschere teatrali e cinematografiche. Alla fine dell’anno Antonio fu nuovamente bocciato e i genitori decisero di fargli imparare il mestiere come apprendista garzone prima, e imbianchino poi. Questi lavori mortificarono il figlio non riconosciuto di un marchese che riuscì a resistere un solo anno: il 1912.

Anna Clemente, la madre, che tentò di introdurlo come sacerdote. «Meglio ‘nu figlio prevete ca ‘nu figlio artista», affermava

Dismesse le salopette bianche in cui si infilava armato di rulli e pennelli, Antonio vagava per i vicoli del Rione Sanità accompagnato da altri ragazzi con cui si dilettava in spettacoli improvvisati. Il passaggio di Totò all’età adulta fu segnato dal suo primo rapporto sessuale, consumato con un’anziana prostituta che, come lui ebbe a dire, poteva essere sua nonna:

A quattordici anni i compagni mi avevano condotto da Carmela la puttana. Ero emozionato sudavo freddo. E mi ero rimediato lo scolo. Naturalmente, finché fu possibile, non dissi nulla a casa. Un po’ per ignoranza, un po’ per vergogna. Poi, alla fine, confidai la cosa a zi’ Federico, il padre di Edoardo, che provvide a condurmi da un medico. Ma quando mammà, che era come un generale dei carabinieri e non le sfuggiva niente, si accorse dei nostri via vai da cospiratori e ne scoprì il motivo, perse il lume degli occhi e voleva prenderci tutti e due a mazzate. Comunque, se tornassi a quella età lo rifarei… magari con una un poco meglio di Carmela che avrebbe potuto essermi nonna ma sempre simile a lei per mestiere e tatto. Carmela era un’istituzione tra noi ragazzi. Ti faceva passare lo scuorno, diceva fa così e così, piano, no, non è niente, succede a tutti la prima volta… Era paziente, una specie di mucca mansueta, e aveva psicologia. (…) Sì, le prime esperienze di un ragazzo dovrebbero sempre essere con una puttana. Solo loro hanno quel tipo di umanità. Le signore, la ragazzetta con cui amoreggi, non servono in quei casi, o vogliono prendere più che dare o sono goffe quanto e più di te e l’incontro finisce in uno scontro. Quelle vanno bene dopo, quando già sai il fatto tuo… ma è lei, la puttana, che ti rende uomo, che sa farti uomo ed eventualmente uomo migliore per colei che un giorno sarà la donna tua e non solo sessualmente parlando… se avessi un figlio maschio vorrei che la sua prima volta fosse con una di queste femmine, magari andrei io a sceglierla pulita e profumata, per scomplessarlo precoce e senza traumi.

Sebbene quel primo incontro con il gentil sesso gli provocò non pochi grattacapi di salute e qualche ceffone dalla madre, Totò ne fu rapito e quello fu solo il primo di una lunghissima serie. Tornando all’altra grande passione del giovane napoletano, egli cominciò a studiare e replicare gli spettacoli di Gustavo De Marco, prima in famiglia, poi tra i ragazzi in strada. De Marco era un macchiettista napoletano che aveva quindici anni in più di Totò ed era nel pieno della sua attività artistica quando Antonio ne spiava trucchi e movimenti. Il suo esordio come comico avvenne in alcune baracche sorte tra il rione Vasto e Porta Capuana. In una di queste, nel 1914, egli si esibì con lo pseudonimo di Clerment – chiara francesizzazione del cognome – nelle imitazioni del suo idolo Gustavo De Marco per il compenso di una lira e ottanta centesimi. Totò, molti anni dopo, racconterà i suoi inizi in quelle bettole chiamate teatri, ricordando i tempi andati insieme a qualche altro scugnizzo come i fratelli De Filippo o Armando Franga e Cesarino Bixio: 

“Io mi ricordo quando giovinotto non conoscevo ancora ‘a mille lire. Quando io ho cominciato a lavorare la nobiltà era finita da un pezzo e in famiglia erano finiti pure i soldi, non c’erano vestiti. I miei volevano che andassi in Marina, io invece cominciai a frequentare il teatro. Eravamo una chiorma di amici, cioè un gruppo compatto, tutti principianti pieni di speranze, tutti uomini che poi si sono piazzati, io, Eduardo e Peppino De Filippo, Armando Fragna e Cesarino Bixio, l’autore di Come piange Pierrot, che allora faceva i testi delle canzoni cantate dalla Mignonette. Facevamo le “recite staccate” nei teatrini di Aversa, Torre del Greco, Castellammare. La “recita staccata” era una specie di weekend teatrale, due rappresentazioni, sabato e domenica: chi faceva la prosa, chi il varietà, chi suonava in orchestra. Eravamo una chiorma…” 

I primi spettacoli furono fallimentari e Totò, assieme alla sua spalla Giambinelli, fu più volte bersaglio di scherni ed insulti. Da uno di questi fallimenti sorse la spinta patriottica dell’attore napoletano che, all’indomani della dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915, decise di arruolarsi volontario. 

Il diciassettenne Antonio Clemente fu assegnato al 22esimo reggimento di stanza a Pisa. La città, molto diversa dalla sua Napoli, fu per lui un grande palcoscenico. Una delle recite che metteva più spesso in scena era quella del cappellano militare. Infatti Totò, stanco del rancio servito con indelicate mestolate, si improvvisò reverendo cenando per pochi centesimi e, a volte, gratuitamente in osteria. La messinscena andò avanti per più di un mese fino a quando, in osteria, si presentò un vero cappellano militare e Antonio fu costretto a darsela a gambe: 

“Ero poco più che ragazzo quando mi presentai, volontario, al distretto. Fui assegnato al 22esimo fanteria, di stanza a Pisa, e quindi distaccato a Pescia. Il rancio era una schifezza: brodo che sembrava acqua e pasta che sembrava colla. Allora un giorno sapete cosa faccio? Gioco sull’equivoco, sissignora, gioco. A Pescia, dico, chi mi conosce= vado dal barbiere, mi faccio la tonsura come un sacerdote e corro in trattoria. Là ci stava un amico mio al quale avevo già raccontato tutto. <<Buonasera, reverendo>> mi dice, <<si accomodi. Vedrà che qui si trova bene. Ho già pensato io a raccomandarla al padrone.>> Mangiai, infatti, benissimo, e mi fecero uno sconto per riguardo al pastore d’anime. Andai avanti così per un pezzo, poi un giorno arrivò un cappellano militare (vero) e successe un quarantotto.”  

Dopo poche settimane, venne destinato al 182esimo battaglione inviato in Francia, pronto a condividere il fronte con un reparto di truppe marocchine in qualità di soldato semplice del corpo di fanteria. Le maldicenze circa i gusti sessuali dei marocchini misero in allerta il giovanissimo Totò che, pur di non arrivare a destinazione, simulò un attacco epilettico mentre il treno sostava alla stazione di Alessandria:

“Schiumavo dalla bocca, mi dibattevo, roteavo gli occhi. Simulai talmente bene che venni ricoverato d’urgenza all’ospedale militare dove rimasi a lungo in osservazione. E che ero scemo io? Transeat per morto, ma mica volevo finire marocchinato.” 

Totò durante il servizio militare, nel 1918

Riuscì a scampare dal fronte e dalle truppe marocchine ma non ottenne il congedo. Il Ministero della Guerra, dopo aver atteso che Antonio si rimettesse da un’inesistente malattia, lo trasferì a Livorno dove rimpolpò le forze dell’88esimo reggimento. A Livorno Antonio toccò con mano le ingiustizie che possono sorgere in un sistema fortemente gerarchico come quello militare. Divenne il bersaglio di un caporale che provava piacere nell’umiliarlo a più riprese. Totò lo descrisse successivamente come “gonfio come una vescica di strutto, imbrillantinato e pettoruto”. Ed è alle continue vessazioni di un militare che si deve una delle battute più celebri e riconoscibili di Totò. Infatti, durante uno degli spettacoli serali che erano organizzati tra commilitoni, Antonio sfogò mesi di frustrazione repressi in una sola domanda: Siamo uomini o caporali? La battuta liberò non solo il giovane napoletano ma tutti gli altri soldati, che esplosero in risate fragorose e applausi scroscianti. Se la maschera di Totò era sorta all’indomani del colpo ricevuto dal precettore nel 1916, sul tavolaccio in legno di una camerata livornese, nacque il comico Totò. 

Di ritorno dalla guerra, ancora in uniforme, Totò rientrò a Napoli e ritrovò una città più povera di quella che aveva abbandonato. La madre, per sopravvivere, era stata costretta a vendere un vestito che Antonio, prima della guerra, era riuscito a comperarsi a forza di spettacoli serali recitati in baracche ammuffite. La reazione di Antonio fu rabbiosa, non tanto verso la madre quanto verso il padre che non l’aveva mai presa in sposa e non lo aveva mai riconosciuto come proprio figlio:

Ascoltatemi. Io ve voglio bene pecché so figlio vuosto, ma se vu inno vi sposate e se non fate in modo che mi chiami de Curtis, da oggi in poi non mi vedrete più.” 

Nonostante le rassicurazioni paterne Antonio Clemente dovette aspettare ancora molti anni prima di potersi fregiare delle sue nobili discendenze. Nel mentre egli riprese a frequentare i teatri napoletani in cui cominciò ad esibirsi con maggiore frequenza. Poco più che ventenne il suo talento era straripante, tanto da causargli un licenziamento per aver messo in secondo piano il primo attore di una compagnia in cui recitava: 

“Mi ricordo la prima risata che feci fare in teatro. Recitavo in una compagnia di commedia dell’arte, quelle farse con Pulcinella e le maschere classiche del teatro napoletano. Il primo attore era un certo Marco ‘Nfru, il nome era tutto un programma. Ero stato scritturato in una parte minore, stavo di fianco sul palcoscenico, senza parlare e facendo qualche mossa soltanto. La gente rideva e Marco ‘Nfru non riusciva a dire la battuta. Siccome recitava a soggetto, a un certo punto sbottò: “O esce questo o me ne vado via io”. E giù un uragano di risate tra gli spettatori. Ma io me ne dovetti andare.”

Nella Napoli del primo dopoguerra Totò si muoveva da un teatro all’altro, in cerca di maggiori compensi e di ragazze con cui divertirsi. Un altro breve aneddoto che lega la figura del comico napoletano al suo amore per le donne lo vide protagonista nel 1919 quando egli, soltanto ventunenne, si ritrovò a passare la notte con una ragazza che frequentava anche uno dei guappi di un boss locale, Luigi Campoluongo, detto Nase ‘e cane. Totò la notte successiva a quella del suo dolce incontro fu vittima di un agguato in cui però ebbe la meglio mettendo in fuga i suoi assalitori. Per questo motivo Nase ‘e cane volle vederlo e, dopo essersi congratulato con lui, gli giurò protezione eterna. In quei mesi venne alla luce tutta la vis comica di Totò, in grado di recitare, replicare o sperimentare ogni numero che gli veniva sottoposto. Con la messa in opera de La Vipera, Totò conobbe Nino Taranto, un altro giovanissimo attore con cui rimase amico tutta la vita e che, alla morte del principe de Curtis, scrisse commoventi parole di commiato. 

Totò negli anni ’20

Nella Napoli del primo dopoguerra si sviluppò la “sceneggiata” portata in trionfo dalla compagnia Cafiero Fumo mentre la commedia dell’arte rimaneva la più diffusa e celebrata. Totò risentì sicuramente di queste influenze che non tradusse subito nella sua arte. I suoi spettacoli erano ancora troppo ancorati alle imitazioni di Gustavo De Marco che, seppur perfette, stavano stancando il pubblico partenopeo. In seguito ad una sonora bocciatura al termine di uno spettacolo Totò decise di smettere di esibirsi a Napoli e con la famiglia si trasferì a Roma. Infatti, nel 1920 era morto il vecchio marchese Luigi de Curtis, il nonno di Totò, che con tanta veemenza più di vent’anni prima si oppose alle nozze tra i genitori. L’unione tra l’ormai trentasettenne Anna e il quarantaseienne Giuseppe ebbe luogo il 24 febbraio 1921 in una chiesa nel quartiere San Carlo di Napoli, prima che la famiglia prendesse il via per la capitale. Il padre mantenne solo parzialmente fede alla parola data perché Antonio Clemente dovette aspettare ancora sette anni prima di essere riconosciuto dal marchese. 

Nel 1922 la famiglia si trasferì in via di Villafranca, non lontano dalla stazione Termini. Totò fu avvicinato dalla compagnia di Umberto Capece che lo fece esibire gratuitamente al Salone Elena, una piccola baracca nei pressi di Piazza Risorgimento: 

Come Dio volle anche la ferma ebbe termine, e io potei finalmente avvicinarmi a quel teatro che, ancora ragazzo, mi aveva affascinato. La mia famiglia intanto si era trasferita a Roma. Fu al Salone Elena, in Piazza Risorgimento, che io feci la mia prima esperienza. Il Salone Elena era, in realtà, una modesta baracca di legno dove si recitavano soprattutto “La cieca di Sorrento”, “La sepolta viva, “L’ombra del disonore” e “Il capo della camorra”. Ma io sapevo che da pochi giorni era stata scritturata la “Compagnia comica diretta da Umberto Capece” che faceva rivivere la maschera del Pulcinella napoletano. E fu Capece che mi consentì finalmente di passare “dall’altra parte”. Non ero più lo spettatore Antonio de Curtis, ma Totò attore comico.”

Dopo innumerevoli spettacoli senza esser pagato Antonio chiese due soldi al giorno, quelli necessari per potersi pagare il tram di ritorno e non patire il freddo invernale. Per tutta risposta Capece, che Totò credeva uomo, si dimostrò invece caporale e licenziò su due piedi quel giovane attore che tanto piaceva al pubblico del Salone Elena. 

Totò vagò per settimane in cerca di un impiego che gli fu dato da Giuseppe Jovinelli. Il celebre impresario era arrivato da un paesino del casertano a Roma verso la fine dell’Ottocento e in piazza Guglielmo Pepe aveva fondato uno dei teatri più importanti di Roma. Totò si presentò così all’impresario:

“Prendendo il coraggio a due mani (…) decisi allora di presentarmi a don Peppe Jovinelli, a Roma lo ricordano ancora oggi: una specie di gigante che, arrivato a Roma da un paese del napoletano, si era fermato in piazza Guglielmo Pepe, ripulendola dalla giungla dei bulli e costruendovi, cinquant’anni fa, un teatro cui diede il suo nome. Fu Jovinelli a lanciare Raffaele Viviani ed Ettore Petrolini, e a valorizzare attori come Armando Gill, Alfredo Bambi, Pasquariello e Gustavo de Marco. Erano appunto le macchiette di De Marco che io conoscevo a memoria: soprattutto il bel Ciccillo” e il “Paraguay”. Le ripassai per bene davanti a uno specchio e mi presentai a Jovinelli. Non era il momento propizio perché don Peppe aveva appena finito di scaraventare fuori dal suo ufficio un attore che era arrivato tardi alle prove, tuttavia il colloquio fu abbastanza cordiale, molto più di quanto potessi sperare. “Ah, siete napoletano?” Chiese Jovinelli. “A me piacciono i napoletani. E, ditemi, siete bravo?” “Mah, dicono”. “Dicono, dicono, e chissà poi se è vero. Comunque. Vi aspetto domani per le prove.” Il giorno dell’esordio, mentre il pubblico batteva ancora le mani, don Peppe si precipitò sul palcoscenico contrariamente alle sue abitudini. “Giovanotto, siete stato veramente bravo” mi disse stampandomi sulla schiena una pesante manata. La settimana dopo, Jovinelli mi “riconfermava”, mentre il mio successo veniva annunciato da nuovi striscioni dove il mio nome era scritto con caratteri alti mezzo metro. Sapete che effetto mi facevano”! mi sembrava di sognare.”

L’impresario Giuseppe Jovinelli

La carriera romana di Totò procedette a vele spiegate, componendosi di moltissime serate al Teatro Jovinelli e qualche sketch con ospiti d’eccezione. Totò era solito andare in scena con il suo consueto e logoro corredo:

“Totò è venuto al mondo originale, (…) il frac di Totò era di mio nonno. I calzoni a mezz’asta erano di mio padre. Ero costretto a tirarli su per camminare”.

In una delle ospitate che andavano in scena al Teatro Jovinelli Totò si ritrovò ad incrociare, per scherzo, i guantoni con Oddo Ferretti, campione dei pesi medi italiani. Che i guantoni da boxe, fin dai tempi della violenta botta ricevuta dal precettore, non portassero bene all’attore è cosa nota. Non fece eccezione il finto incontro con Ferretti, in cui Totò scherzò eccessivamente con l’avversario, irridendolo e colpendolo più volte al volto fino a quando il pugile non si spazientì ed inseguì Totò lungo tutto il teatro. Il napoletano, disperato, si lanciò contro l’ufficio di Jovinelli supplicandolo di far placare le ire del pugile. La fortuna sorrise al comico napoletano e l’impresario, prontamente, si frappose tra i due sancendo, senza il proverbiale gong, la fine dell’incontro. 

Il successivo punto di svolta della carriera di Totò fu l’approdo al Teatro Sala Umberto reso possibile delle forbici e dal rasoio di Pasquale Anatriello, detto Pasqualino. Questi era il proprietario di una sala da barba sita in via Frattina che, come tale, si trovava a pochi metri di distanza dal celebre teatro che sorgeva in via Mercede. Nel luglio del 1925 Totò fu accompagnato a conoscere Pasqualino da un cantante incontrato in scena, Gennarino De Pasquale. Il barbiere rimase colpito dalla spontaneità e sincerità di quell’attore appena ventiquattrenne con molto talento e pochissimi soldi. Fu la confessione che Totò fece a Pasqualino, dicendogli che egli era così povero da non potere acquistare nemmeno un abito di scena, a convincere il barbiere a parlare con l’impresario Salvatore Cataldi. Quest’ultimo, assieme a Wolfango Cavaniglia, gestiva gli spettacoli del Teatro Sala Umberto. Quello di Pasqualino fu un autentico miracolo e il debutto di Totò si rivelò un successo clamoroso. Prima di entrare in scena disse al barbiere: 

Questa è l’occasione mia, adesso o mai più. In bocca al lupo, e crepi questo lupo, Totò!”. 

Successivamente descrisse egli stesso i primi minuti sul palcoscenico: 

“Con la vista sfarfallata per le luci, e le orecchie che mi ronzavano per il cardiopalma, tanto che a stento riuscivo a sentire l’orchestra.” 

Il teatro Jovinelli

Totò divenne un attore di punta del teatro e, finalmente, cominciarono a pagarlo. Antonio in un solo colpo riuscì a dare un po’ di respiro economico ai genitori e a se stesso. Acquistò un intero guardaroba con la prima paga e diede finalmente sfogo ad ogni sua pulsione verso il genere femminile. Una sera non riuscì a presentarsi in teatro poiché sottoposto a fermo di polizia dopo aver scambiato qualche smanceria con una ballerina torinese che, purtroppo per lui, portava la fede al dito. L’ossessione di Totò per le donne si palesò in un’abitudine che ebbe inizio in quei mesi e che lo accompagnò per molti anni. Fu egli stesso, molti anni dopo, a raccontarla: 

In un modo o nell’altro sono sempre stato accoppiato, pardon, accompagnato. Non posso stare, io, senza una donna. Prima, quando viaggiavo senza una donna, portavo sempre una vestaglia femminile e un paio di scarpine con il tacco. Sempre. Così prima di andare a letto, appendevo la vestaglia accanto alla mia, mettevo le scarpine accanto alle mie, e mi sembrava di avere la donna. Che vuole farci: amo troppo le donne. Sarà perché sono meridionale, sarà perché odio gli uomini: ma le donne, secondo me, sono la cosa più bella che ha inventato il Signore, sì, si, il Signore fece proprio bene a levare la costola ad Adamo. Io le amo tanto, le donne, che riesco perfino a non essere geloso. Tanto a che serve essere geloso? Se una donna ti vuol bene è fedele. Se non ti vuol bene ne prendi un’altra. Sì, lo so cosa pensa: che dalle mie canzoni risulta tutto il contrario. Ma quelle cose si scrivono così, perché fanno comodo. Adesso riesco a essere fedele, prima no. Ma per l’uomo è diverso. L’uomo è poligamo. Ha mai visto cento pecore e cento montoni, dieci galli e dieci galline? Io ho sempre visto cento pecore e un montone, dieci galline e un gallo. Se fossi musulmano…

La passione di Totò non si esaurì in esagerate dichiarazioni come questa ma prese sempre più piede, fino ad invadere la sacra cerchia del teatro: 

“Certi frizzi all’interno di una comunità per mesi a stretto contatto di gomito nuocciono. Creano zizzanie, rivalità. Eppoi sono il capocomico. Avrei sempre la sensazione che acconsentano solo per il timore di contrariarmi, di essere preso sul naso. Faticano a guadagnarsi il pane, no? E allora debbono sentirsi libere di seguire il loro ghiribizzo. Ma quante ne vengono durante l’intervallo, signore o popolane che magari lasciano la famiglia o il fidanzato in platea e, tra una risatina, un “Sa, sono una sua ammiratrice”, “mi darebbe un autografo”, “ma no, via su”, “Cosa combina”, quando ne vale la pena finiscono là sopra. E magari subito dopo essersi rassettate l’abito sgualcito, quelle schifose tornano tra il pubblico e si scandalizzano per la nudità delle ballerine. Eh, l’attore! Sapeste quanto sono più facili certe cose per l’attore.”

Fu proprio per questo motivo che l’attore, in ogni suo camerino, da quel momento in poi pretese un divano. 

Dopo l’inebriante successo del Sala Umberto, Totò voleva tornare nella sua Napoli e voleva farlo da vincitore. Fu contattato dalla direzione del Teatro Eldorado che, pur non essendo il Teatro Nuovo del potentissimo impresario Eugenio Aulicino, era un rispettabilissimo palcoscenico e, soprattutto, una valida occasione per tornare a Napoli. Nella parentesi all’Eldorado Totò capì che nella sua vita di “caporali” ce ne fossero molti più di quanti ne immaginasse. Uno di questi fu l’attore Alfredo Crispo che tentò in ogni modo di mettere in cattiva luce le esibizioni di Totò, sia dentro che fuori dal palco. Il successo a Napoli fu tale che da lì Totò partì alla volta di altri teatri italiani come il Maffei di Torino, ancora il Sala Umberto di Roma e i milanesi Trianon e San Martino. Proprio in occasione della trasferta lombarda Totò scrisse, dopo aver vissuto una simile situazione sulla sua pelle, il Wagon lit. Il celebre sketch reso indimenticabile nella sua trasposizione cinematografica in Totò a colori, in cui Antonio recitava assieme a Mario Castellani.

Totò e Mario Castellani durante lo sketch del Wagon lit in Totò a colori, 1952

Nel medesimo treno che avrebbe portato Antonio a Milano si palesò tutta la sua superstizione. Infatti, gli era stata assegnata la cabina numero tredici ma non vi entrò fino a quando non finì di svitare la targhetta che riportava la sfortunata cifra. L’Uomo di gomma, così soprannominato dalla stampa dell’epoca per via della sua marionetta disarticolata, aveva conquistato tutti e i suoi compensi crebbero a dismisura. Improvvisamente il giovane scugnizzo senza padre divenne un celebre attore comico, conteso da vecchi e “nuovi” amici:

A un dato momento, era come se tutti fossero sempre stati amici cari, mi avessero tenuto come la luce degli occhi loro. Antonio qui, Totò là, grandi abbracci e, prima di chiedere qualcosa, il solito ritornello, << ti ricordi quando noi due…>> e io magari non me ne ricordavo affatto, non potevo ricordarmene, perché spesso sì e no li conoscevo e quella volta non era mai esistita. Mah! L’unico vantaggio della miseria è che ti fa capire chi davvero ti vuole bene.”

A sublimare il periodo d’oro del Totò attore intervenne il padre che, finalmente, decise di riconoscerlo come figlio legittimo nato dall’unione di Anna Clemente e il marchese Giuseppe de Curtis. Antonio Clemente divenne, nello stesso momento, marchese Antonio de Curtis e Totò, principe della risata. 

A cavallo tra il ’27 e il ’28 Totò recitò in moltissime commedie, entrando nelle celebri compagnie di Isa Bluette prima e di Angela Ippaviz poi. Nella prima compagnia, nota anche come Maresca n.2, ebbe inizio il sodalizio più duraturo dell’intera carriera artistica di Totò: quello con Mario Castellani che lo affiancherà, oltre che nelle rappresentazioni teatrali, in ben cinquantasette film. 

L’apice della carriera teatrale di Totò si ebbe nel 1929, raggiunto per gli innumerevoli successi e con una buona dosa di fortuna, quest’ultima una novità nella vita dell’ormai principe de Curtis. Infatti, nello stesso anno venne a mancare Gennaro di Napoli, capocomico e animatore della compagnia Molinari che si esibiva nel celebre Teatro Nuovo che tanto affascinava Totò. Egli fu scelto come sostituto del di Napoli dal barone Vincenzo Scala, che lo mise sotto contratto con l’elevatissima cifra di quattrocento lire giornaliere. Poco dopo, dal settembre del ’29 al gennaio del ’30, Totò divenne anche direttore artistico del Teatro. Malgrado i grandi guadagni e le innumerevoli soddisfazioni artistiche, Totò soffriva dell’assenza di una donna nella sua vita. Beninteso, non che gliene mancassero in senso assoluto, ma mai nessuna aveva rapito il cuore del dongiovanni più famoso d’Italia. Il colpo di fulmine arrivò nel dicembre del ’29 quando l’attrice Liliana Castagnola fu scritturata dal Teatro Santa Lucia di Napoli.

Antonio si invaghì di lei già dalle prime fotografie di scena che si trovavano appese all’ingresso del teatro. Le inviò dei fiori nella pensione in cui alloggiava e lei ricambiò assistendo ad un suo spettacolo. Ebbe così inizio la relazione tra i due, destinata al tragico epilogo che segnerà per sempre la vita del comico napoletano. Liliana era infatti già famosa alle cronache mondane di tutta Italia e non solo. Nata tre anni prima di Totò nel quartiere San Martino di Genova, già a sedici anni aveva intrapreso la carriera di attrice e sciantosa. Fu espulsa dalla Francia perché, si dice, fu l’oggetto della contesa di due marinai che per lei si sfidarono a duello, nel quale riportarono gravissime ferite. Tornata in Italia inizierà una relazione con un costruttore milanese che terminerà in tragedia. Infatti, l’industriale le sparerà due colpi al volto mentre Liliana è in vasca da bagno, il primo la mancherà mentre il secondo la colpirà all’altezza dello zigomo lasciandole un’evidente cicatrice. In seguito, l’uomo, convinto di averla uccisa, esploderà un terzo colpo contro se stesso.

La Castagnola sopravvisse al tentato omicidio e, da quel momento, modificò la sua capigliatura in un caschetto lungo fino alle guance, proprio per nascondere i segni di quella aggressione. Prima di arrivare a Totò vi fu un altro ed ultimo scandalo che la ritrasse giovane maliarda in grado di incantare un altrettanto giovane rampollo di buona famiglia e fargli sperperare tutto il suo patrimonio per lei. Per questo motivo il giovane fu interdetto dai familiari e la Castagnola allontanata dalla sua vita. Ma Liliana occupò una poltrona al Teatro Nuovo, una sera di dicembre, dando inizio all’ultima relazione della sua vita. I due si frequentarono per qualche mese e la celebre femme fatale si innamorò perdutamente di Totò arrivando a declinare tutte le offerte lavorative che la volevano lontana da Napoli e dal suo amato. Totò però non amava quell’eccessivo attaccamento, quella gelosia possessiva con cui la Castagnola consumava il loro rapporto. La morbosità dell’unione, fatta di diffidenze da ambo i lati, portò Totò ad accettare un ruolo per la Compagnia Cabiria lontano da Napoli, un po’ per rompere l’immobilismo del Teatro Nuovo, un po’ per allontanarsi dalle braccia soffocanti con della Castagnola. Liliana si offrì di seguirlo ma egli rifiutò pensando superficialmente che: “ha avuto molti uomini, posso averla senza assumermi alcuna responsabilità.”

Foto di Liliana Castagnola con dedica a Totò

Così non fu e Liliana la notte del 3 marzo 1930 si truccò e si vestì come se dovesse uscire, poi sciolse un intero tubetto di Veronal in un bicchiere e lo bevve. Prima di coricarsi per l’ultima volta scrisse una lettera, un ultimo messaggio a quell’amatissimo Antonio che l’aveva abbandonata:

«Antonio,

potrai dare a mia sorella Gina tutta la roba che lascio in questa pensione. Meglio che se la goda lei, anziché chi mai mi ha voluto bene. Perché non sei voluto venire a salutarmi per l’ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so. In questo momento mi trema la mano… Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno. Te l’ho giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E, ora, mentre scrivo, un altro gatto nero, giù per la strada, miagola in continuazione. Che stupida coincidenza, è vero?… 

Addio. Lilia tua»

Quella notte, nella Pensione degli Artisti di Napoli, Liliana Castagnola si tolse la vita lasciando in Antonio de Curtis il rimpianto di non averla capita, d’averla abbandonata. Egli decise di farla tumulare nella cappella dei de Curtis a Napoli, a mo’ di risarcimento per quell’insanabile perdita che sapeva di aver, direttamente o meno, causato. Promise inoltre che, qualora avesse avuto una figlia, l’avrebbe chiamata Liliana, in onore e ricordo di quell’amore interrotto. A molti anni di distanza fu egli stesso a parlare della Castagnola: 

Commedie! Piantiamola con le commedie! Io già ci sto in mezzo tutti i giorni. Eppoi chi ne ha davvero l’intenzione, mica fa tante scene! Se ripenso alla Castagnola… mi salutò composta e calma come una regina. E quando mai avrei potuto prevederlo?

Fu dopo la morte della Castagnola che Antonio si interrogò sulla sua intera esistenza. Del suo rapporto con la chiesa cattolica è già stato detto, fin da piccolo ne aveva subito il fascino e le influenze senza mai sposare appieno alcuni suoi rituali. Tra questi vi era il miracolo di San Gennaro poiché “per dimostrarti le sue buone intenzioni deve farsi sciogliere il sangue. Io voglio un santo sereno”. Era invece devoto a Sant’Antonio da Padova che “con la sua faccia giovane e paciosa è un santo bello, ti dà la sensazione che, zitto zitto, una grazia te la fa. Senza tante cerimonie lamentose, da uomo a uomo, con riservatezza.”

Liliana Castagnola

Antonio de Curtis amava definirsi cattolico – apostolico – napoletano. La crisi mistica attraversata dall’ormai celebre comico lo portò al punto di convincersi di prendere i voti ma a privarci di Don Antonio de Curtis fu l’obiezione del parroco ad una sua particolare richiesta:

Ero talmente depresso che pensai di farmi frate. Fu uno slancio autentico: sentivo il bisogno di staccarmi dalle vanità del mondo e soprattutto di espiare. Andai quindi in un convento di Assisi per chiedere informazioni al priore. Lui mi fece parecchie domande per indagare sulla serietà delle mie intenzioni e alla fine stavamo quasi per metterci d’accordo sull’inizio del noviziato. Nel bel mezzo della conversazione, però, pur essendo attratto dalla quiete conventuale, cominciai a pensare preoccupato al voto di castità. Potevo rinunciare a tutto, ma al sesso no: sarebbe stato un sacrificio troppo grosso. Mi rivolsi allora al frate chiedendogli con cautela: Padre, sia sincero, mi sarà possibili avere ogni tanto una donna? Non dico tutti i giorni ma almeno a Natale, a Pasqua e nelle altre feste comandate? Non lo avessi mai detto. Il priore replicò con il rifiuto indignato, mentre io mi dicevo che sarei stato pazzo a prendere i voti, perdendo così il più grande piacere della vita. Al senso di pace che avevo provato subentro la voglia di scappare. Salutai in fretta e in furia il buon priore e da quel momento fui certo che il mio vero mestiere era quello dell’attore.”

Con rinnovato slancio tornò a vestire gli abiti di Totò, girovagando per l’Italia e riempiendo i prestigiosi teatri di Firenze, Torino, Napoli, Milano e i romani Sistina e Barberini. Il 30 agosto del 1931, al termine di uno spettacolo a Firenze, conobbe una giovanissima ragazza con cui passò la notte e che salutò al mattino seguente. Antonio non fece i conti con i sentimenti e l’incoscienza della sedicenne Diana che fuggì di casa per inseguirlo. Mentre Totò affina la sua arte in formazioni di avanspettacolo e commedie come Amore e cinema, Tric-Trac, La vile seduttrice, Colori nuovi, Ridi che ti passa, Era lui sì sì era lei no no, La vergine indiana, Se quell’ evaso fossi io, La banda delle gialle, 50 milioni c’è da impazzire, Uomini a nolo, L’ ultimo Tarzan, Fra moglie e marito la suocera è il dito, accompagnato dalle spalle Guglielmo Inglese e Eduardo Passarelli, la giovanissima Diana diviene sua compagna fissa. I personaggi che interpreta sono uomini comuni in situazioni quotidiane e, per farlo, attinge alla sua vastissima esperienza pregressa, fatta di lunghe e minuziose osservazioni sin dalla tenera età. Nascono così le macchiette che vennero poi riproposte successivamente al cinema, fatte di improvvisazioni e canovacci ridottissimi:

Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l’amore senza speranza, la disperazione della solitudine di certe squallide camerette ammobiliate, alla fine di una recita in un teatrucolo di provincia; e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffelatte, la prepotenza esosa degli impresari, la cattiveria del pubblico senza educazione. Insomma, non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita”,

Nel 1933 durante uno spettacolo al Teatro Eliseo Totò fu costretto ad abbandonare le scene per recarsi, in tutta fretta, presso l’albergo Ginevra in Via della Vite a Roma. Era infatti nata la prima figlia di Antonio e Diana che, come aveva promesso tre anni prima, ebbe il nome di Liliana. Lo spettacolo non fu interrotto ma solo sospeso, infatti poco dopo Antonio ritornò all’Eliseo e completò la scena. Dello stesso anno è l’adozione di Totò da parte del marchese Francesco Maria Gagliardi Focas che, in cambio di un vitalizio, gli concesse i propri titoli nobiliari. Il nome completo di Totò passò dall’essere Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente e di N.N. a Sua Altezza Imperiale Antonio Porfirogenito della stirpe Costantiniana dei Focas Angelo Flavio Ducas Comneno di Bisanzio, principe di Cilicia, di Macedonia, di Dardania, di Tessaglia, del Ponto, di Moldava, di Illiria, del Peloponneso, duca di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo.

Totò e Diana

Due anni più tardi l’attore acquisterà la sua prima casa romana in via Tibullo 20 a metà strada tra la basilica di San Pietro e Castel Sant’Angelo e, nel marzo dello stesso anno, sposerà la giovanissima Diana Bandini Lucchesi Rogliani nella chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma. La coppia collaborò anche alla stesura di un testo teatrale che ebbe discreta fortuna e tra i due si alternarono momenti felici ad altri più burrascosi. Ancora una volta l’oggetto del contendere era l’asfissiante gelosia che il comico napoletano provava nei riguardi della moglie, arrivando addirittura a chiuderla a chiave nel proprio camerino durante uno spettacolo. D’altronde Totò non fece mai mistero della sua mancanza di fiducia nei rapporti personali: 

“La che? La fiducia? In chi? In cosa? Ma fatemi il piacere, la vita la conosco troppo bene… E poi non si tratta di fiducia. È persino un fattore psicologico. Non dicono che una donna ha una calata alterna di ormoni? Beh, c’è quello che la rende tutta mansueta e quello che la trasforma in una cavalla pazza… l’occasione, date retta a me oltre che alla saggezza del proverbio, fa l’uomo ladro. E la femmina leggera, aggiungo io. Meglio evitarla.”

O ancora:

“Per farmi innamorare, una donna deve essere prima di tutto bella e poi fedele. Su questo punto non transigo perché non mi piacciono i condomini.”

Il rapporto tra il principe de Curtis e il gentil sesso fu oggetto di un’analisi approfondita dello stesso Totò che ne estrapolò una vera e propria filosofia. Egli redasse un decalogo “monco”, di soli nove punti che chiamò “comandamenti” in cui enucleava i principi etici cardine del suo rapporto con le donne:

Non intromettersi in un’unione apparentemente felice

1) Stimare la donna libera che ha il coraggio delle sue libertà e condannare colei che queste libertà le prende sottobanco. 

2) Aborrire le mezze vergini

3) Trattare con deferenza la mondana professione poiché svolge un mestiere antico e umanitario

4) Riconoscere il figlio della donna che rendi madre, chiunque ella sia.

5) Perseguire l’aborto poiché colei che si ritiene abbastanza adulta per determinate intimità deve esserlo anche nell’assumersi la responsabilità di eventuali conseguenze.

6) Scaricare la donna che per te è disposta ad abbandonare un uomo perché, non appena le sarai venuto un poco a noia, ti userà lo stesso trattamento.

7) Deridere la donna che tradisce e mai l’uomo tradito, poiché l’onore di un uomo non si trova tra le cosce di una donna. 

8) Non insidiare una donna con prole in tenera età, nubile o accasata che sia. 

Per avvalorare la tesi sostenuta nell’ultimo punto il principe raccontò che: 

Vestito di grigio scuro – un abito nuovo di zecca che mi era costato tre settimane di paga – mi recai a passeggio nel parco e adocchiai una signora seduta su una panchina. Sfogliava una rivista, era giovane, graziosa e sorvegliava il figlioletto che, a poca distanza, giocava a riempire un secchiello con la paletta. Un bimbo ricciuto, gli occhi come stelle. Lo rammento ancora, avrà avuto sei anni. Mi sistemai accanto a lei, attaccammo discorso. Il mio debutto in una nuova macchietta era pochi giorni prima, aveva avviato lo spettacolo. Una parola tira l’altra, la conversazione si fece frizzante, il tempo volava, il piccino riempiva e vuotava il secchiello. Si era avvicinato un apio di volte per mostrare alla madre un piccolo tesoro rinvenuto tra la ghiaia e lei, dopo un’occhiata distratta, lo aveva rispedito a giocare. Buttai lì che avremmo potuto rivederci e, casualmente, le passai un braccio dietro le spalle; “ma certo, che buona idea”, cinguettò di rimando senza scostarsi, magari domani. Fu in quel momento che una manciata di terra mi centrò la manica. Il piccolo ci fissava con aria indispettita. La madre lo richiamò “per carità, è così carino, lo lasci fare, si diverte”, mi affrettai a dire, maledicendolo in cuor mio perché mi aveva imbrattato l’abito nuovo, e stavo chinandomi verso di lei per sottolinearle che davvero si trattava di una marachella da nulla quando ciaf, un’altra manciata di terra mi si spiaccicò addosso, e poi un’altra e un’altra ancora. Mi rivolsi di scatto a guardare il bambino. Aveva il visino alterato, lo sguardo appannato di lacrime. “tu”, bofonchiò, “lascia stare la mamma, tu…  la mamma è mia”. Trovai una scusa, mi alzai e me ne andai. Mi sentivo un verme. I piccini capiscono eccome le nostre intenzioni, e se non le capiscono, le intuiscono, come gli animali. E allora perché turbare un poveretto che sta agli esordi nella vita e a cui la vita riserverà inevitabilmente una razione di sberle garantite, quando invece se ne può fare a meno? Ce ne sono tante di donne libere e farfallone…

E ancora:

I pantaloni per la donna erano

una trovata di qualche frocio per sciolto per avvilirla e mortificarla, proprio come se a noi facessero portare il gonnellino… e poi una donna ha da restare donna, di modi, mentalità e privilegi, perché, tanto, mica può dare il latte con i coglioni, e poi i coglioni anche se si spreme non le scendono lo stesso e quando si atteggia a maschio diventa un eunuco.

La vita del principe proseguiva senza scosse, fatta di successi teatrali lungo tutto lo stivale e l’amore con Diana che, al netto delle già citate gelosie, era ancora saldo nel suo cuore. Fu raggiunto dai genitori che prese in casa e, a stretto giro, arrivò anche l’ultimo inquilino di via Tibullo: un cane per Liliana. A quel punto il principe decise di acquistare un nuovo appartamento e la scelta ricadde su un’abitazione al numero 42 di via Monte Parioli. A movimentare la vita di Totò fu la proposta del produttore cinematografico Gustavo Lombardo che, dopo averlo osservato in un ristorante romano, gli propose di partecipare ad una pellicola: 

“Il mio incontro con il cinema avvenne in un ristorante. Due signori e una signora mi guardavano ridendo da un altro tavolo. Stavo per alzarmi e litigare quando seppi che uno di quei signori era Gustavo Lombardo. Mi stava studiando per portarmi nel cinema. Il mio primo film era intitolato Fermo con le mani.”

Diana Rogliani durante la tournée coloniale

Il debutto cinematografico ebbe luogo nel 1937 con Fermo con le mani. Gli fu riservata una fredda accoglienza da parte del pubblico, un po’ per il mediocre copione un po’ perché inquadrare la vis comica di Totò in una pellicola non era affatto semplice. In coincidenza con questo primo, non esaltante, debutto il rapporto tra i coniugi de Curtis si incrinò in un vortice di accuse e gelosie reciproche. Contestualmente Liliana viene iscritta all’istituto Assunzione in qualità di convittrice interna. Nell’estate del 1938 Antonio subì un distacco della retina dell’occhio sinistro, lo stesso colpito dalla madre Anna con una forchettata molti anni prima. Il tragico infortunio rimase però segreto ai più ed egli continuò ad esibirsi fino all’anno successivo quando fu costretto ad operarsi all’occhio. Nelle settimane di degenza, a seguito dell’operazione, la proverbiale gelosia del principe gli si ritorse contro. Una sera, infatti, ancora a letto e bendato ad entrambi gli occhi, Antonio sentì uscire la moglie Diana e, convinto che ella fosse autrice di chissà quale delitto, sbirciò dalle bende per seguire con lo sguardo le azioni della moglie. La bravata costò al principe de Curtis una seconda operazione e un altro lungo periodo di degenza. Questo fu solo uno dei tanti eccessi di gelosia di Totò, un altro lo ritrae intento a cospargere di borotalco la maniglia della porta d’ingresso per controllare che nessuno entrasse in casa in sua assenza.

“Eh, non c’è niente da fare. L’amore è come un cristallo nitidissimo che, finché è intatto, tintinna melodioso. Ma se si incrina, magari sembra nitido, però emette immancabilmente un suono fesso.”

I due coniugi, di comune accordo, scelsero di porre fine al loro matrimonio. Com’è noto, in Italia il divorzio divenne legge soltanto trent’anni più tardi e gli sposi de Curtis furono costretti a cercare un’altra via. Si recarono a Bruenn, piccola cittadina ungherese, in cui presentarono un’istanza di divorzio. 

Da separati in casa intrapresero uno dei primi ed unici viaggi all’estero di Totò. Infatti, egli fu chiamato dal Ministero per la Cultura Popolare per divertire gli italiani di stanza in Etiopia. Il principe non poté rifiutare l’invito del regime, che lo teneva sott’occhio per via di un paio di rappresentazioni mal digerite dalle alte gerarchie fasciste, e il 20 dicembre del 1939 partì alla volta dell’Etiopia. Portò in scena, tra Massaua e Addis Abeba, 50 milioni… c’è da impazzire, spettacolo che aveva presentato in tutta la penisola già quattro anni prima. Durante la tournée, il 27 dicembre, i coniugi furono informati che la corte ungherese aveva accolto la loro richiesta di divorzio. Fecero ritorno a Roma nel marzo del 1940, a luglio il tribunale di Torino ratificò la sentenza ungherese e, a fine anno, Antonio prese parte ad alcune riviste in cui condivise il palco con Mario Castellani ed Anna Magnani. L’eclettico comico napoletano fu notato e apprezzato da molti mestieranti della celluloide ma uno in particolare gli propose un soggetto. Questi era Cesare Zavattini che scrisse, insieme al principe, il soggetto di Totò il buono. I due non riuscirono a tramutarlo in pellicola ma la sceneggiatura fu rimaneggiata dallo stesso Zavattini che ne fece un romanzo, uscito a puntate nel maggio del ’42 e autonomamente nell’anno successivo. L’opera di Zavattini divenne finalmente un film pochi anni più tardi quando Vittorio De Sica lo scelse come soggetto del suo Miracolo a Milano (1951). 

I primi anni ’40 furono cruciali per la carriera di Totò, dai primi insuccessi cinematografici come Fermo con le Mani, Animali Pazzi e San Giovanni decollato si passò alle opere teatrali a firma di Michele Galdieri che segnarono la produzione artistica del principe durante gli anni del secondo conflitto mondiale. Sebbene molte di quelle opere fossero dei chiari ed evidenti sbeffeggiamenti del regime la mannaia della censura fascista non si abbatté mai sugli spettacoli di Totò. Durante il periodo centrale del conflitto, egli condivise il palco, ancora una volta, con la fedelissima spalla Mario Castellani ed Anna Magnani, ma non mancarono le collaborazioni esterne con altri grandi attori come i fratelli De Filippo. La circolazione di automobili private fu vietata e il cibo razionato; Totò si recava a teatro in bicicletta mentre la grande Anna Magnani attraversava Roma adagiata su un carretto trainato da Banana, un piccolo pony. È con l’occupazione di Roma che per Totò iniziano i primi guai: come noto egli era solito bersagliare il caporale di turno, poco gli importava se si chiamasse Crispo o Hitler. E così fu. Una sera si diffuse la notizia che il Fuhrer fosse stato ferito in un attentato; Totò, già costretto a modificare il titolo dell’opera da Cosa si sono messi in testa? a Cosa ti sei messo in testa?, salì sul palco contuso e incerottato scimmiottando Hitler. Questo azzardo lo costrinse, insieme ai fratelli De Filippo, colpevoli dello stesso crimine, a una rocambolesca fuga culminata in casa De Santis, nei pressi di via Aurelia. Totò vi si nascose per giorni ma, a posteriori, non rinnegò mai il gesto che tanto fece infuriare gli occupanti nazisti:

«Io odio i capi, odio le dittature… Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico mezzo a mia disposizione per contestare quel mostro. Grazie a me, per una sera almeno, la gente rise di lui. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito.»

Totò nel suo primo film, Fermo con le mani (1937)

I repubblichini presenti a Roma sfidarono l’attore a replicare una parodia del Duce o del Fuhrer, minacciando di far scoppiare una bomba all’interno del Teatro Valle in cui il principe recitava con Anna Magnani. Solo grazie all’abilità di Nannarella i fascisti non misero in atto i loro propositi di vendetta.

Dopo molti anni, alla solita e tediosa domanda che è d’uopo fare in certi salotti riguardante l’impegno nella resistenza partigiana, egli rispose spontaneo e sagace:

“Non potevo ribellarmi apertamente a quella certa forma di vita allora imperante e quindi reagivo come potevo, col mezzo a mia disposizione. E di questo sono fiero, non per un gratuito vanto di aver fatto anch’io, e comunque, una “resistenza”, ma perché effettivamente sentivo che quel qualcosa politico non doveva andare. Facevo satira, e con successo, perché l’italiano ama vedere messo in berlina questo o quel personaggio. L’italiano è un po’ come il bambino: ha continuamente bisogno della favola di Cappuccetto Rosso, col quale si identifica, come identifica il governante del momento col Lupo Cattivo. Ma siccome per quest’ultimo personaggio manca sempre il cacciatore buono che lo facci fuori, allora Cappuccetto Rosso ama sentire cattiverie sul lupo, sui figli del lupo, sul nipote e sul pronipote del lupo. Il fascismo permetteva che lo si prendesse in giro, e noi lo facevamo con garbo e senza mai essere triviali. Perciò ogni sera facevo divertire il bravo Cappuccetto Rosso.”

Nel gennaio del 1945, con la guerra agli sgoccioli, Totò venne ufficialmente riconosciuto principe. A luglio fece il proprio ingresso nella loggia massonica Fulgor di Napoli e, poco dopo, ne fondò una propria denominata Fulgor Artis a Roma. 

Antonio, seppur poco convinto delle reali abilità recitative degli attori cinematografici, cercò successo e fama nella celluloide.

“Non facciamo di tutta l’erba un fascio, per carità, è come confondere il culo con la memoria. Chiamateli divi, stelle, anzi stars – come si usa oggi – a questi della celluloide che, privi di gavetta e gonfi di immodestia, doppiati e liberi di ripetere una scena quante volte toppano, risplendono di boria per fare luce ai fessi. Ma non fraintendetemeli con gli artisti genuini, quelli che per formarsi tali hanno smazzato umili in palcoscenico, costruendosi sera dopo sera in carne e ossa davanti alle platee cattive e ignoranti, con le loro vere voci e le loro reali possibilità.”

I suoi primi film furono poco apprezzati ma con la fine della guerra vi fu la svolta del Totò attore cinematografico. Un primo successo l’ottenne con Il ratto delle sabine nel 1945, con la regia di Mario Bonnard. Le pellicole successive furono una vera e propria fabbrica di soldi: I due orfanelli (1947), Fifa e Arena (1948) e Totò al giro d’Italia (1948) furono i primi grandi successi dell’attore firmati da Mario Mattioli. Nell’ottobre del 1947 morì la mamma di Antonio, Anna. Nel settembre dell’anno precedente era morto anche il padre, a settantun anni.

Il 1949 fu l’anno decisivo per l’imposizione di Totò nel mondo cinematografico infatti, con più di un miliardo di lire d’incasso complessivo, le pellicole I pompieri di Viggiù, L’imperatore di Capri, Totò cerca casa, Totò le Mokò e Yvonne La Nuit, lo resero l’attore più in voga del momento. La stampa nazionale lo corteggiò in innumerevoli interviste e trasmissioni, il successo lo travolse ed è qui che nacque il Totò stakanovista, quello delle sessanta sigarette e quindici caffè al giorno, l’uomo che girava più film di quanti mesi vi sono in un anno. Nell’anno successivo, il 1950, il suo successo continua a vele spiegate e  recita in ben cinque film: 47 morto che parla, Figaro quà, figaro là, Napoli milionaria, Totò cerca moglie e Le sei mogli di Barbablù. Sul set del primo conosce la bellissima Silvana Pampanini e i giornaletti rosa dell’epoca non tardarono a ricamare da quell’incontro lavorativo un’intera storia d’amore. 

Totò, sebbene avesse divorziato da Diana, aveva scelto in accordo con l’ormai ex moglie di continuare a vivere con lei e la figlia Liliana. I due ex coniugi avevano stretto un patto secondo cui entrambi avrebbero potuto frequentare altre persone ma nessuno di questi incontri sarebbe mai dovuto diventare di pubblico dominio almeno fino alle nozze della figlia Liliana. Il presunto flirt con la maggiorata Pampanini provocò una dura reazione da parte di Diana che, avendo iniziato una relazione con l’avvocato Michele Tufaroli, decise di trasferirsi da lui, venendo meno al patto sancito con Totò. Negli stessi giorni Liliana si sposò neo-diciottenne con il produttore Gianni Bruffardi, abbandonando Totò alla compagnia del solo Dick, un cane regalatogli da Gino Bartali sul set de Totò al giro d’Italia. Antonio non presenziò al matrimonio rimanendo per tutta la giornata in casa con la sola compagnia di un amico, il conte Fabrizio Sarzani.

Totò e Liliana de Curtis sul set

Ricordando quel momento di immediata e drammatica solitudine dichiarò:

“In quella casa ci entrai con un padre, una madre, una donna che non era più mia moglie ma a cui comunque mi legava un po’ di affetto, e una figlia. Dopo venne anche un cane. Ne uscii nel 1951, solo, con il cane al guinzaglio, l’unico che non mi aveva abbandonato. Scomparsi padre e madre, volatilizzata la donna e sparita la figlia, appresso agli interessi loro… Di quegli anni mi restano poche fotografie sbiadite, un diario di Liliana, e l’incartamento del divorzio in Ungheria, un’immondizia di pagine che tengo conservate e ogni tanto rileggo, anche a qualche amico, a memento di tante cose o per aprirgli gli occhi sul così detto bene eterno. Neh, ma dove sta questo bene eterno? Bianco, te lo vedi trasformato in acerrimo nemico. Ma io i nemici li combatto e li castigo. A modo mio. Per me, Diana, dal ’40 in poi, è stata solo la madre di mia figlia. Ne ho sempre parlato in questi termini, l’ho sempre presentata così. E anche adesso che si è separata e a volte la incontro da Liliana, siccome le donne hanno la dimenticanza facile e si credono di sfasciare un incantesimo per poi riappiccicarlo con lo sputo, come se niente fosse, quando meglio gli fa comodo – e certe recondite intenzioni io le capisco – ogni tanto mi diverto a castigarla ancora, dandole da pensare che forse sia possibile. Le ci crede – me ne accorgo benissimo – e io, nel mio intimo, sogghigno.” 

Alla fuga di Diana, invece, Antonio dedicò una delle poesie, divenuta poi canzone, tra le più celebri d’Italia: Malafemmena

Scritta a Formia durante le riprese di Totò un terzo uomo (1951), sul retro di un pacchetto di Turmac bianche, fu l’ultima poesia che egli dedicò a Diana. Per anni si è creduto che la canzone fosse stata scritta per Silvana Pampanini ma quest’ipotesi fu sconfessata dalla dedica in calce al testo depositato alla Siae, scritta a mano da Totò: a Diana. La canzone fu interpretata da decine e decine di cantanti rimanendo ancora oggi, a distanza di più di sessant’anni, un grande classico della musica napoletana e italiana tutta.

Al 1950 appartiene un altro indimenticabile aneddoto sulla figura del principe de Curtis.

Per essere precisi due sono le barzellette che mi hanno fatto ridere di più finora: il progetto di legge per l’abolizione dei titoli cavallereschi e quello che ha detto l’onorevole Scalfaro a proposito del prendisole della signora Toussan.”

Nel luglio di quell’anno ebbe luogo quello che passò alla storia come “lo scandalo del prendisole”. I protagonisti della querelle erano l’allora deputato democristiano e futuro Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e la povera signora Edith Mingoni Toussan. La donna fu colpevole, secondo Scalfaro, di aver lasciato parzialmente scoperte le spalle spostando l’allora diffuso bolerino che le copriva. L’affronto della signora Toussan fu seguito dalle urla del deputato che, al grido di “Non si vergogna? È uno schifo, è una bestia!” si scagliò contro la donna. La donna annunciò querela e il deputato fu sfidato alla spada dalla signora – ottima schermitrice – dal marito e dal padre: il primo capitano (di nome Aramis), il secondo colonnello.


Totò spiega “Malafemmena”

Scalfaro addusse la sua fede cristiana come motivazione che gli impediva di battersi a duello, la polemica arrivò fino in Parlamento dove un imbarazzato De Gasperi si fece sfuggire un “Qui rischiamo il ridicolo”. Fu in questo panorama che l’erede al trono di Bisanzio mise a segno la propria stoccata. Egli intervenne con una lettera firmata sulle colonne de L’Avanti accusando, velatamente, di codardia il barone Scalfaro:

“Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei principi cristiani, ammetterà che è speciosa e non fondata: il sentimento Cristiano, prima di essere da Lei invocato, per sottrarsi ad un dovere che è un patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire, a Lei e a Suoi Amici di fare apprezzamenti in un pubblico locale sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto. Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità per ciò che è avvenuto, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.”. 

Principe Antonio Focas Flavio Comneno de Curtis.

Scalfaro non rispose mai a quella velenosa missiva ma, nel 1954, sostituì Andreotti nell’incarico ministeriale di controllo del cinema e dello spettacolo, altrimenti conosciuta come la commissione censura. Nacquero così molti dei proverbiali problemi che perseguitarono il principe della risata con la censura. 

Antonio de Curtis abbandonò il suo habitat naturale, il palcoscenico, in virtù di una nuova, totale e, per certi versi, contradditoria dedizione alla celluloide. Il capolavoro di Steno e Monicelli, Guardie e ladri, del 1951 proietta Totò nell’Olimpo degli attori nostrani. Il film, oltre alla collaborazione dei noti registi, che non presenziarono mai contemporaneamente sul set, vide la coppia Totò – Aldo Fabrizi destreggiarsi lungo i cento minuti della pellicola con un’intesa perfetta. Per la prima volta la maschera di Totò si calò nella rappresentazione di un personaggio umano. Il ladro da lui messo in scena e, allo stesso modo, la “guardia” di Fabrizi sono due risvolti della stessa medaglia e raccontano insieme l’Italietta piccolo borghese del primissimo secondo dopoguerra. 

Fu Aldo Fabrizi, qualche anno dopo la loro prima, meravigliosa, collaborazione a fornire del principe de Curtis una concisa ma precisa analisi: 

“Lui era aristocratico anche quando lavorava perché, per esempio, anche vestito con un laccetto delle scarpe pe’ cravatta lui il cestino non lo mangiava mai oppure quelle trattorie dove si mangia, dove si capita oramai… era sempre compito con tutti. Certo, la differenza consisteva che quando andava a casa si levava sta robetta, sta bombetta del personaggio che faceva e si vestiva elegante, ci teneva…”

È dell’anno successivo l’unica collaborazione tra Totò e Alberto Sordi, diretti da Mario Monicelli. Il film s’intitola Totò e i re di Roma. Una divertentissima commedia in cui, a misurarsi con il principe della risata vi fu, appunto, un fenomenale e giovanissimo Albertone. La trama vedeva Totò nei panni di un archivista ministeriale che, a seguito di uno sfortunato disguido burocratico, è costretto a ripetere l’esame di licenza elementare per non perdere il posto. Nella parte finale della pellicola, in cui Totò è interrogato da Sordi durante l’esame, lo spettatore assiste ad un memorabile scambio di battute tra i due comici. Nella scena si può vedere chiaramente come Totò, durante l’interrogazione, sbagli ad apostrofare il maestro Sordi chiamandolo, invece, signor archivista.


Alberto Sordi e Totò si dividono la scena durante l’esame di licenza elementare dell’archivista capo. (Al minuto 2:15 è visibile l’errore di Totò)

La svista fu subito corretta da Totò che non uscì nemmeno per un istante dal personaggio e la scena piacque moltissimo al regista romano che la tenne nel montaggio finale. L’opera di Monicelli non passò indenne il vaglio della censura, a cominciare dal titolo. Totò e i re di Roma avrebbe dovuto intitolarsi E poi dice che uno… in riferimento alla frase “E poi dice che uno si butta a sinistra…” pronunciata, durante il film, da Totò. In secondo luogo, una risposta data dall’archivista capo Ercole Pappalardo in sede d’esame fu doppiata successivamente. Infatti, alla domanda di Sordi “Mi dica il nome di un pachiderma” Totò rispose “De Gasperi”, modificato poi in “Bartali!”. Troppo, per l’Italia di allora.  La censura non abbandonò mai Totò, arrivando alla cifra record di ottantadue tagli per il film Totò e Carolina. 

Totò in Totò e i re di Roma,1951

Del 1952 è anche la sua unica collaborazione con Roberto Rossellini, nata con Dov’è la libertà? Il film ebbe non pochi problemi di produzione ed uscì due anni più tardi, nel 1954. Il neorealismo di cui erano imbevuti gli ambienti del film fu così descritto del principe de Curtis: 

E me lo chiamano neorealismo. Altro che neo, è un’atmosfera vecchia almeno quanto me, questa schifezza di odore che è stato lo Chanel numero cinque di tutta la mia infanzia. Ci sono giorni che me lo sento ancora addosso e allora mi riprende una paura e la smania di arraffare, arraffare contratti, buoni o cattivi, denaro, perché oggi mi vogliono, domani chi lo sa e io di un realismo così ne ho avuto a iosa.”

Per sua stessa ammissione il principe de Curtis non riuscì mai a star lontano dalle donne. E, in quel periodo, conobbe quella che gli sarebbe stata accanto per il resto della vita. La vide per la prima volta sul settimanale Oggi, che ne celebrava il ritorno in Italia ritraendola come vincitrice del concorso statunitense Miss Cheesecake, i cui voti appartenevano ai soldati impegnati sul fronte coreano. Il suo nome era Franca Faldini, era nata a Roma nel 1931, costretta a nascondersi durante la guerra per via delle sue origini per metà ebraiche, aveva deciso di andare a vivere negli Stati Uniti, stabilendosi a Los Angeles dove lavorava ad Hollywood, come attrice e comparsa. Totò, folgorato dalle immagini stampate sulla rivista, le inviò subito dei fiori. Alla fredda risposta della ragazza lui rilanciò invitandola a pranzo. Lì, la voce bassa di de Curtis, molto lontana da quella stridula di Totò, si spese in complimenti per la bellezza di quella ragazza appena ventiduenne e chiese di poterle vedere le mani. Fu l’inizio di una lunga frequentazione che, tre mesi dopo, culmino in una frase che Totò disse a Franca su un balcone dell’hotel Excelsior di Napoli:

Sai niente, Ravachol? Eppure vorrei vivere con te davvero, sera e mattina, e ogni ora della notte e il giorno!”

Ravachol, come l’anarchico francese, per la vena polemica che le rimproverava. Ravachol accettò e i due divennero una delle più celebri coppie d’Italia. Criticati in virtù della loro forte differenza di età (erano infatti separati da trentatré anni), fu Franca il principale oggetto di critiche ed offese. La “fidanzata” e la “concubina” furono solo due dei tanti epiteti che le furono rivolti. La coppia dichiarò dopo un anno di essere in attesa di un figlio che avrebbe avuto il nome di Massenzio, autoproclamato imperatore romano sconfitto da Costantino, o Teodora, come l’imperatrice di Bisanzio. L’annuncio suscitò l’indignazione feroce anche di quei pochi che aveva taciuto dinanzi al fidanzamento, tanto da costringere la discussa coppia ad inscenare un matrimonio in Svizzera.

Totò e Franca Faldini, 1954

“Io sono cattolico-apostolico-napoletano. Mi sarebbe piaciuto moltissimo sposare Franca in chiesa. Ma se lo stato mi ha perdonato un errore giovanile, sciogliendo il mio primo matrimonio per quanto riguarda gli effetti civili dello stesso, la chiesa non ha voluto fare altrettanto.”

Il bimbo nacque il 12 ottobre del 1954, ebbe il nome di Massenzio e morì poche ore dopo. La stessa Faldini rischiò la vita per complicazioni successive al parto.

“Rischiai di impazzire per il dolore. Totò mi fu profondamente vicino, allora. La sera non si allontanava da me fino a quando non mi ero addormentata e, prima, si preoccupava di togliere dalla circolazione tutti i tranquillanti e i sonniferi che erano a portata di mano.”

Quell’anno Totò girò sette pellicole: I tre ladri, Il medico dei pazzi, L’oro di Napoli, Questa è la vita, Tempi nostri, Totò cerca pace e Miseria e nobiltà. Quest’ultimo, in cui figurava anche Sophia Loren, fu il primo dei quattro film tratti dalle commedie di Eduardo Scarpetta, gli altri furono: Un turco napoletano, Sette ore di guai e Il medico dei pazzi.

Nello stesso periodo chiese a Dino De Laurentis e Carlo Ponti di produrre un film muto, in cui la sua intera arte comica potesse emergere, un film valido globalmente, internazionale: “Io non ho il dono della parola e nel caso mio il dialogo smonta e immeschinisce tutto. sono un comico muto, né antico né moderno perché non esiste che la comicità antica o moderna, esiste la comicità, punto e basta. E meglio che con i dialoghi so esprimermi con la musica”. 

La proposta fu rifiutata. Troppo costosa, troppo pericolosa. Era meglio continuare a produrre e proporre film a basso costo in cui sfruttare l’inesauribile energia del comico. 

Più volte nella sua vita fu accusato di accettare ruoli di secondo rilievo, di partecipare a film che non lo meritavano e che ne inficiavano l’immagine dinanzi ai grandi critici. Egli rispose sempre con fermezza a quelle critiche, quasi rivendicando anche le peggiori pellicole a cui aveva prestato la sua inarrivabile maschera. 

“Signorina mia, io non prendo i cento, i settanta e nemmeno i cinquanta milioni che prendono i miei colleghi, perché devo lavorare più di loro. E lo faccio di proposito perché se sento dire che il tale o il talaltro hanno voluto seicento milioni per una parte in un film resto inorridito, schifato. Io non ho mai chiesto grandi cifre perché ho sempre pensato che il produttore deve guadagnare. Se non guadagna fallisce e se fallisce io non faccio più film. E se un po’ alla volta falliscono tutti, io che faccio? Molti film che interpreto, di conseguenza, sono commerciali, filmetti raffazzonati, destinati alle sale di seconda visione e costano poco. Quando sono lì non posso mica dire di no, non mi piace, non mi va… sarebbe scortese verso chi me li propone. Senza contare che non potrei vivere senza far nulla: se vogliono farmi morire mi tolgano quel divertimento che si chiama lavoro. Per me recitare è una droga. Meglio, un ossigeno. Se lei mi domanda come faccio a inventare le mie smorfie, io le rispondo: “Boh”. Non è una disciplina, non è uno studio. È istinto. Non sono io che comando la mia faccia, è la mia faccia che comanda me.”

Totò in Miseria e nobiltà, 1954

E ancora: 

“Il comico deve saper fare di tutto, e se no che comico è? Ogni tanto mi saltate addosso, non fare questo, non fare quello, fai solo i film con Fellini, con De Sica, con Pasolini, con Monicelli, lascia stare i filmetti girati in pochi giorni… eh no, signori, uno ha bisogno di sentire il meccanismo che ha dentro funzionargli sempre, ha bisogno di imparare, di continuare a vivere, perché noi viviamo solo di questo: tac, si accende un riflettore, tac, si accendono le luci della ribalta. Noi attori viviamo solo per questo, e non bisogna fare troppe distinzioni. Per me l’impegno è sempre stato quello di fare allo stesso modo un personaggio importante e una macchietta: di farli con la stessa intensità. Perché io, poi, in fondo sono uno di quegli attori che improvvisano sempre. Guai se non mi abbandonassi all’improvvisazione mi sentirei un burattino, un uomo finito, un guitto da mettere in un ripostiglio, insieme con gli arnesi del trovarobato.”

Una sola volta rifiutò una parte che lo vedeva pronto ad intraprendere una tournée teatrale negli Stati Uniti, in visita ai moltissimi italiani che vi risiedevano. Il principe si disse lusingato ma la sua avversione ai lunghi viaggi, specie se in areo o in grandi navi, lo costrinse a declinare: 

“Viaggiare vuol dire rischiare, correre inutili pericoli. Io vado a sessanta all’ora. Mi difendo. Se viaggio, viaggio in treno. Cos’è questa fretta di arrivare, questa smania di far presto, sempre più presto? Non sono mai salito su un aereo, certo. Anzi, che dico? Per me l’aereo non c’è, non esiste, non l’hanno ancora inventato. Fossi matto! E se cade, se precipita? Dicono, ma vai a vedere l’America, vai! Sconsiderati! Parolai! Per andare in America ci vogliono quindici giorni e lei sa quante cose possono succedere in quindici giorni? Ci sono i cicloni, i maremoti, i tifoni, le trombe marine. C’è Inez. Mai sentito parlare del tifone Inez? E se, durante il viaggio, mi prende in mezzo? Perché correre rischi? Dice: ma proprio a te deve capitare? Già e se capita? Anche quelli che gli è capitato, che si sono trovati dentro, facevano lo stesso discorso. Invece gli è toccata.”

Nell’estate del ’55 il principe, come detto restio ai viaggi, acquistò una barca di nome Alcor con cui partì alla volta della costa francese. Fu un desiderio di Franca che lui, maldisposto, fu costretto ad accondiscendere. Scelsero Montecarlo come prima tappa perché era vicina all’Italia ed in caso di forte nostalgia avrebbe potuto farvi ritorno e per: “parlare la mia lingua, vedere la bandiera e mangiare un piatto di spaghetti. E poi perché se stessi poco bene o dovesse accadermi qualcosa posso rientrare facilmente a casa.” Totò si innamorò della vita di mare e proseguì per Monaco dove apprezzò i saluti “salameleccosi” del personale dell’Hotel de Paris che mostrava riguardi addirittura per il cane, chiamato “Monsieur Chien”. Provò a portare con sé anche Gennaro, il suo pappagallo amazona che spesso gli si poggiava sulla spalla in casa, ma il pennuto, al momento di salpare, si sentì male e furono costretti a lasciarlo sulla terraferma. Il tour proseguì per Saint Tropez, Le Lavandou e l’isola di Levante. Rinvigorito dalla vacanza si rigettò anima e corpo nel cinema recitando per la prima volta assieme a Peppino De Filippo. Il film, intitolato Totò, Peppino e la Malafemmina uscì nelle sale nel 1956 e fu uno straordinario successo. All’interno della pellicola vi è forse una delle scene più celebri del principe sul grande schermo: la meravigliosa lettera dettata a Peppino. 


 La celebre scena della lettera interpretata da Totò e Peppino De Filippo

Il 23 novembre dello stesso anno fece ritorno a teatro con la rivista “A prescindere” debuttando al Sistina di Roma. Dopo quasi sette anni firmò un contratto con il suo vecchio impresario Remigio Paone e fece ritorno sul legno del teatro. Si incipriò con la polvere tanto amata e si tuffò sul palcoscenico, dopo aver convinto il vecchio Totò a spogliarsi dei panni di de Curtis e sposare quelli poveri di Pulcinella: 

 “È come se Totò, quello del Teatro Jovinelli e del Nuovo, si fosse stancato di aspettarmi. Sono passati sette anni dall’ultimo applauso vivo della ribalta e pare un secolo. Grazie a Dio, ritorno a lui che non sono più il poveraccio di una volta. Per farmi riconoscere e per farmi scusare dopo questi sette anni di abbandono è bastato che dicessi: “Senti Totò alla fine di novembre ritorniamo davanti al pubblico che si vede e che si sente respirare da vicino.”

Il ritorno sulle scene fu un tripudio di consensi e successi, condito da un lungo applauso di quasi quattro minuti, ma quella tournée si rivelò fatale per la salute già precaria dell’attore. Nel febbraio di quell’anno fu colto da una grave broncopolmonite, frettolosamente curata con una degenza obbligata in albergo fino al giorno prima del debutto milanese al Teatro Nuovo. Il suo impresario preferito, Remigio Paone, lo supplicò di esibirsi: il teatro era venduto al completo per due settimane e la malattia di Totò lo avrebbe mandato in disgrazia. Totò, per fare un piacere al suo vecchio manager, decise di esibirsi ma al grido di “Cinque Minuti” collassò a terra e lo spettacolo fu sospeso. I medici gli prescrissero 15 giorni di assoluto riposo: avrebbe significato saltare l’intera tournée e lasciare a casa e senza paga tutta la compagnia. Mai il principe de Curtis avrebbe potuto permettere che ciò avvenisse. Terminò gli spettacoli a Milano a cui seguirono Biella, Bergamo e Sanremo. Al termine della serata sanremese due ballerini della compagnia, Sandro e Josey, festeggiarono il matrimonio e lui generosamente gli donò una 500. Nel locale sussurrò alla Faldini: “strano vedo ballare le pareti e i tavoli, oscillano come se fossi sbronzo fradicio ma non ho bevuto niente”. Il giorno dopo si recò dall’oculista che attribuì il fenomeno agli antibiotici e alla spossatezza per il troppo lavoro e gli prescrisse un ricostituente e delle vitamine.

Totò divenne cieco in scena, al Politeama di Palermo, accanto a Franca Faldini (che da un mese sostituiva l’infortunata Franca Mai) durante lo sketch del cocktail party: con loro c’erano Franca Gandolfi (futura signora Modugno), Elvy Liassak ed Enzo Turco. Continuò lo spettacolo e sussurrò alla Faldini “non ci vedo più”, scaricando la tensione del momento in una recitazione violenta, aggressiva, travolgente. Per oltre un anno da quel momento per lui fu il buio. Rimase a letto per mesi. Vennero in visita il professor Speciale Picciché che trent’anni prima lo operò all’occhio sinistro e il prof. Lo Cascio di Napoli. In quelle settimane il suo impresario Remigio Paone chiese una visita fiscale di un oculista palermitano, ritenendo di poterlo mandare in scena illuminando a giorno il corpo di ballo e tagliando spezzoni dello spettacolo pur di farlo apparire. Per quel gesto egli si inimicò per sempre Totò che non gli parlò più. Ad emettere la giusta diagnosi fu il professor Gianbattista Bietti che parlò di una “corioretinite emorragica essudivante” di carattere virale, figlia della broncopolmonite trascurata: gli prescrisse, oltre al riposo assoluto e al buio, antibiotici, antiemorragici, colliri e controlli vari. Rimase a letto mesi in compagnia della figlia Liliana che veniva a fargli visita e della sua storica spalla Marco Castellani. Si faceva leggere dalla Faldini romanzi di Simenon e componeva poesie, che registrava, e che furono poi raccolte in un volume postumo. I miglioramenti furono lievi e lenti e il massimo a cui arrivò fu il riacquisire una minima visione periferica, perdendo quella centrale su cui era proiettata una macchia nera. 

Totò, Anna Magnani e Remigio Paone, 1954

“Beh! – esclamò la prima volta che si rimise in circolazione appoggiandosi al braccio della Faldini – sempre meglio che niente è. E poi sai che ti dico? Evito di amareggiarmi con tanti brutti spettacoli; la mia faccia che invecchia nello specchio, le schifezze sui giornali. Posso immaginare il mondo a modo mio. Ecco, mi mancano i colori del Creato e degli occhi tuoi perché quel poco che intravedo è come dietro un vetro appannato. Pazienza! Comunque, per ampiezza di raggio visivo, mi paragonarono a Gennaro il pappagallo che, senza girare gli occhi, vede anche dietro. Almeno, se dovessi ridurmi ad un cieco con il piattino, la carità di sguincio, posso contarmela da solo.”

Fu in queste condizioni che interpretò una stupenda caratterizzazione ne I soliti ignoti, film di Mario Monicelli in cui presero parte anche Vittorio Gassman – alla prima prova comica – Marcello Mastroianni, Memmo Carotenuto, Carlo Pisacane e Claudia Cardinale. In questa pellicola Totò interpreta un vecchio e saggio scassinatore da cui gli aspiranti ladri possono apprendere l’arte dell’effrazione. Totò fu imposto a Monicelli dai produttori che temevano l’esordio comico di Gassman e gli vollero affiancare il grande napoletano per garantire la risata del pubblico. Il film, come ormai consuetudine per quelli del principe, fu bastonato dalla censura poiché mostrava come forzare serrature di casseforti e, quindi, incitava a compiere un reato. Come racconterà in seguito Monicelli, Totò sbagliò a pronunciare alcune battute invertendo il singolare con il plurale: questo diede una connotazione ancor più caratteristica al personaggio e il regista non fece ripetere le scene. Ancora una volta, l’estro e la capacità di improvvisare di Totò sbalordirono il grande pubblico con quella che fu una delle sue interpretazioni più amate dalla critica. Nello stesso anno è affiancato ancora da Peppino De Filippo in altre produzioni cinematografiche ma è cieco e si affida all’amico durante le riprese, come ricorderà lo stesso Peppino: 

“Il povero Totò quasi non vedeva più e io ero costretto (Dio sa con quanta tenerezza e amicizia) a girare le nostre scene portandomelo sottobraccio, accompagnandolo così… naturalmente, senza dare a capire, e lui recitando mi seguiva fiducioso, tranquillamente nello spazio stabilito nel quale si svolgeva la vicenda.”

Nel 1959 fece una breve comparsa sul piccolo schermo ne Il musichiere, un programma condotto dall’allievo Mario Riva. Sebbene Totò non amasse la televisione “per me la televisione non esiste, è una diavoleria, come l’aereo: non mi fido”, accettò di presenziare alla serata per fare un favore a Riva. Nell’occasione si fece scappare il grido di “Viva Lauro!”, a capo del partito monarchico e, per questo, fu allontanato dalla televisione fino al ritorno nel 1965 a Studio Uno. 

“Nella vita ognuno ama essere sopravvalutato, ma io lo sono solo dal fisco.”

Una scena de I soliti ignoti, 1958

Le condizioni economiche del comico napoletano andavano deteriorandosi. Con la riforma fiscale  Vanoni, varata nel 1951, Antonio aveva perso moltissimi soldi e, malgrado ciò, continuava a chiedere compensi contenuti ai produttori che si interessavano a lui. La malattia lo costrinse a letto svariati mesi e la sua proverbiale beneficienza non cessò, causando un’emorragia di fondi non trascurabile. Il suo debito con il fisco gli imponeva una rata di trenta milioni di lire a bimestre e, per questo, fu costretto a svendere alcune proprietà. Riprese quindi forzatamente la recitazione per evitare di finire in bancarotta. Ad accompagnarlo sul set vi erano sempre il cugino Edoardo Clemente, figlio di quello zio che tanti anni prima lo aiutò a curarsi dalla gonorrea e Carlo Cafiero, il suo storico autista. Tra i film in cui prese parte in quei mesi vi furono I tartassati, al fianco di Aldo Fabrizi e Risate di gioia, ultimo film che interpretò sotto la direzione di Monicelli, in cui figurava anche Anna Magnani. 

Totò, Anna Magnani e Mario Monicelli sul set di Risate di gioia 1960

Tra le tante pellicole dei primi anni ’60 sono sicuramente da ricordare Totòtruffa ’62 e I due colonnelli. 

Il Totò di quegli anni è un uomo diverso, ferito dalla malattia agli occhi che ne rallenta il ritmo di vita. Sceglie di non rinunciare mai alle innumerevoli sigarette e alla dozzina o più di tazzine di caffè che costituiscono la sua razione quotidiana. Ora vive la vita a modo suo, più lentamente. 

“Io non sono triste: sono calmo, privo di ansia. Io l’ansia non la conosco. Deve influire in questo il mio residuo di sangue orientale, bizantino. Non so, starei ore e ore fermo a guardare il cielo, la luna. Io amo la luna assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno qua qua, l’eleganza tetra della notte. È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. Il giorno, che schifo! Le automobili, gli spazzini, i camion, la luce, la gente, che schifo! Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore. Come il giorno.”

Totò e Aldo Fabrizi ne I Tartassati 1959

La sua giornata inizia tardi: si fa inserire una clausola in ogni suo contratto per lavorare anche sei od otto ore al giorno, ma mai prima delle 14. 

“Volete sapere come si svolge la mia giornata? Quando non lavoro mi alzo tardi, verso le dieci; mangio leggero, verso l’una e mezzo. Poi dalle 3 in poi, faccio una passeggiata cardinalizia fino a Ostia, facendomi trasportare in macchina dall’autista. Quattro o cinque ore di passeggiata, sempre da solo. Quando vado a Napoli, due o tre volte l’anno, convoco un vecchio amico che vive a Torre del Greco, il conte Paolo Gaetani, e passeggiamo a volte insieme di notte per i Quartieri: soprattutto la Sanità, dove sono nato.”

Il principe fece anche molta beneficenza nel corso della sua lunga carriera. Senza sciorinare il lungo elenco delle sue azioni benefiche è d’obbligo citare la più famosa, quella che portò alla costruzione, nel 1960, de “L’Ospizio dei Trovatelli”, un ricovero sicuro per oltre duecentocinquanta cani. L’opera costò al principe più di quarantacinque milioni di lire ma, come spiegò l’attore, furono soldi ben spesi:

“Amo tanto gli animali per il semplicissimo motivo che li trovo migliori degli uomini. Per esempio, non si sognano mai di nuocere a qualcuno per pura malvagità e se, a volte, diventano cattivi è solo per colpa dei padroni che li addestrano per essere feroci. Personalmente mangio più volentieri con un cane che con un mio simile. Come commensale è meglio un animale fidato che un falso amico.”

La produzione cinematografica non rallentò: tra il 1962 e il 1965, recitò in diciassette pellicole. Nel 1964 pubblicò una raccolta di poesie, A Livella. L’opera gli valse alcuni riconoscimenti. La poesia che diede il nome alla raccolta fu più volte recitata dal principe dinanzi alle telecamere, regalando ai posteri una delle sue più belle e sentite interpretazioni. È questo uno dei rari casi in cui si possono scorgere alcuni elementi della sua appartenenza alla massoneria. Nel 1965 torna in Rai, dopo cinque anni di esilio, ospite di Mina a Studio Uno. In quell’occasione egli ricordò come quel teatro, adibito a contenitore televisivo, fosse stato il palco su cui lui ed Anna Magnani avevano condiviso moltissimi spettacoli. L’anno successivo, il 1966, fu quello del suo incontro con Pier Paolo Pasolini. Il regista, poeta e scrittore bolognese fu uno dei pochi grandi intellettuali che riconobbero il genio di Totò mentre egli era ancora in vita. L’incontro si svolse nella casa del principe, ai Parioli. L’intellettuale bolognese non era ben visto da Totò che era preoccupato per via delle sue tendenze sessuali:

 “Io lo so, con i recchioni mi ci piglio poco, sono troppo puttaniere.” 

Il testamento massonico di Totò, 1945

Pasolini fu puntuale all’appuntamento ed arrivò accompagnato da Ninetto Davoli, vestito con un paio di jeans sudici e scoloriti. Bevvero un caffè e tacquero, praticamente per tutto l’incontro. Parlarono solo di un ipotetico film poi, i due, come erano venuti se ne andarono. Totò spruzzo del DDT sul posto occupato da Davoli esclamando:

Porca miseria, i jeans zozzi mi fanno schifo. Mica dico che un debba mettersi in frac ma almeno, se proprio l’esterofilia gli impone di portarli, che siano di bucato! Io, ai miei esordi, in giro con un regista e in visita a un attore non ci sarei andato così. Stracciato sì, perché non potevo permettermi di meglio, però pulito e decoroso. Mannaggia, quando di corredo avevo solo due camicie, andavano e venivano dalla lavandaia, in orario come treni su un binario.”

Il burrascoso primo incontro fu in realtà l’inizio di un sodalizio interrotto solo dalla morte del principe. Totò stimava la cultura e la modestia di Pasolini che era invece rimasto incantato dal Principe Pulcinella, a metà tra il clownesco e l’umano. 

Totò e Ninetto Davoli sul set di Uccellacci e Uccellini, 1966

A sugellare il rapporto fra i due fu la confidenza che Totò diede a Pasolini arrivando a dargli del tu e a chiamarlo addirittura per nome, cosa inaudita per il principe. Del sodalizio si ricorda Uccellacci e uccellini del 1966 in cui de Curtis poté, tardivamente, mostrare tutte le sue doti attoriali. Per quell’interpretazione vinse un nastro d’argento e il premio della giuria di Cannes. 

Nel 1967 la salute di Antonio andava lentamente deteriorandosi ma, in contrasto, egli stava vivendo un periodo artistico più che positivo. Le attenzioni di Pasolini, insieme a quelle di tanti altri grandi intellettuali italiani che, però, ad onor del vero, arrivarono in seguito alla morte dell’attore, gli stavano regalando una seconda giovinezza cinematografica. La stessa televisione si interesserà a lui dedicandogli Tutto Totò, una serie di dieci episodi in cui il comico napoletano era chiamato ad un’ultima e definitiva summa della sua arte.  

“Cafiè, non ti nascondo che stasera mi sento una vera schifezza”.

Totò e Pier Paolo Pasolini, 1966

Queste parole, la sera del 13 aprile 1967, furono pronunciate dal principe in direzione della nuca di Carlo Cafiero, il suo autista. Il medico, chiamato con una certa preoccupazione, gli prescrisse quel riposo obbligato che Antonio, in tutta la sua vita, non rispettò mai. Il cuore bradicardico che egli autodefiniva da atleta, alla Coppi, era in sofferenza. Festeggiando l’esito negativo dell’elettrocardiogramma a cui fu sottoposto d’urgenza, Antonio subì il primo attacco di cuore. Fu seguito da altri cinque che scandirono le ore del 14 aprile. Il settimo fu fatale, il Principe morì alle tre e mezzo del mattino del giorno 15, nell’ora in cui solitamente amava coricarsi. Prima di chiudere definitivamente gli occhi trovò il modo di salutare un’ultima volta l’amatissima Franca:

T’aggio voluto bene, Franca. Proprio assai”

Pochi minuti dopo Franca Faldini fu costretta ad abbandonare la casa in cui, per tanti anni, aveva convissuto con Antonio. Le fu richiesto perché il sacerdote chiamato a benedire la salma di Antonio non la volle presente: non erano sposati, d’altronde.


I funerali di Totò

Il primissimo saluto al principe venne dato in via Belle Arti a Roma, nella chiesa di Sant’Eugenio. Fu più una benedizione che un funerale. Infatti, Antonio aveva chiesto di tornare a Napoli dove, ad aspettarlo nella basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore, vi erano più di tremila persone. Innumerevoli le persone che si strinsero nella piazza antistante, decine di migliaia a ricordare colui che per tanti anni era stato un simbolo della loro città. Nell’occasione Nino Taranto tenne un commosso e commovente discorso; l’ultimo ricordo di un grande amico:

“Amico mio questo non è un monologo, ma un dialogo perché’ sono certo che mi senti e mi rispondi. La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché’ l’hai onorata. Perché’ non l’hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l’avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo “esaurito” della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò.”

La salma del principe fu inumata nella cappella dei de Curtis, lì dove riposavano già Liliana Castagnola e il piccolo Massenzio, lì dove riposa oggi anche la moglie Diana.

Io l’ultima dimora ce l’ho a Napoli. È sulla strada di Poggioreale, in un camposanto piccolo, isolato, il primo salendo: si chiama il Pianto. No, non è vicino al recinto degli uomini illustri, quello è nel cimitero nuovo, più su, quasi all’incrocio per Capodichino. 

Delle sue particolarissime abitudini, dei suoi principi, dei suoi credi tanto è stato scritto. Alcuni psichiatri hanno studiato, dopo la morte, il comportamento di Antonio de Curtis ventilando l’ipotesi che egli avesse un accenno, seppur minimo, di schizofrenia e che, quel Totò amato e bistrattato al contempo, non fosse un personaggio da interpretare ma un secondo de Curtis. 

Vedrai, quando sarò morto e non più scomodo per nessuno daranno la stura ai paroloni e, rispolverando la mia vis comica, affermeranno che se non me ne fossi mai andato mi avrebbero visto giusto per questo o quel personaggio, chi meglio di me avrebbe potuto farlo. Non vanno sempre così le faccende a casa nostra? Questo è un bellissimo paese in cui però uno ha da morire per essere compreso.

Le parole di Totò, rivolte a Franca Faldini, si avverarono a poche ore dalla sua morte. Moltissimi mestieranti della celluloide si spesero e prodigarono in sperticati elogi per il principe scomparso, immaginandolo tagliato per ogni film che balenava loro nella mente. 

Mi piace pensare che la sua risposta sia stata:

Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: 

nuje simmo serie… appartenimmo à morte!