C’è un cadavere fresco fresco da disseppellire quest’oggi. Si tratta di Tommaso Labranca, morto il 29 agosto 2016 a soli 54 anni nella periferia milanese di Pantigliate. Nato a Milano, nel 1962, T-La, come usava firmarsi, è noto per essere il più grande studioso italiano del fenomeno trash. Figura anomala del panorama culturale sub-urbano italiano, T-Lab – Trash Laboratory –, come lo soprannominiamo noi, è stato il laboratorio vivente che ha analizzato il vivere comune, il gusto delle masse, dell’uomo di provincia che, a suo dire, non ha motivo di arrossire davanti ai gusti snob dell’uomo della metropoli. Non per nulla è stato lui il fondatore del gruppo multidisciplinare La Misère Provoque Le Génie, nato sul finire degli anni Ottanta nella periferia milanese. Fiero da sempre di essere un provinciale, è stato scrittore, giornalista, conduttore televisivo, autore radiofonico, traduttore ed editore. Non amava definirsi un intellettuale in quanto, nelle sue parole, questa figura ha ormai da tempo tradito il proprio compito, quello cioè di fungere da tramite tra il potere e il popolo. Il suo profilo a dir poco eclettico suggerisce invece il termine di agitatore culturale. Gli si addice. Convinto che ormai non vi sia molta differenza tra un detersivo, un sacco di farina e un libro, ha osannato le nuove divinità della contemporaneità: i supermercati e le loro merci.

La lobotomizzante corsia di un supermercato

Con i suoi studi, ha analizzato la società di massa contemporanea e definito il vero significato del termine “trash”, oggi molto abusato, in quanto da curioso fenomeno d’eccezione ha finito per dilagare, divenendo norma di costume. Poi, davanti al significato che il vocabolo ha assunto nel tempo, allontanandosi dall’accezione attribuitagli, ha abbandonato gli studi sul tema allargando lo sguardo sull’intera società. Anche il termine “popolare”, ha sottolineato Labranca, ha perso molto del suo significato originario. Nessuno usa più dirsi parte del popolo, eccezione fatta per i politici che, a detta loro, vengono tutti dal popolo e combattono per esso. Oggi esistono solo i gruppi di popolo: il Popolo Viola, il Popolo di Beppe Grillo, il Popolo di Facebook. Attratto da tutto ciò che è nuovo, si gettava a capofitto in ogni novità che il tempo offriva, avanzando tra le prime file. Poi indietreggiava, non per fuggire nelle retroguardie, ma disertando in toto la battaglia che proprio un attimo prima aveva sposato ciecamente.

Scatto artistico ritraente Labranca

È il caso della novità di Facebook, il social-network che colpì T. L. per l’immediatezza e la trasparenza con cui ognuno può esprimere i propri pensieri, anche banali, volgari, ma sempre sinceri; o meglio, veritieri, espressioni della realtà. Poi, nauseato dai social, e divenuto dipendente dall’utilizzo di questo strumento innovativo, decise di abbandonare il Popolo del Web cancellando il suo account, per non rimettervi mai più (virtualmente) piede, come ha affermato nel 2009 davanti agli schermi del programma Rai Glob. Il suo carattere difficile – polemico, lunatico e solitario – non gli ha reso la vita facile nel mondo dello spettacolo e dell’editoria. Camillo Langone, in un articolo commemorativo apparso sul Il Giornale in seguito alla morte del teorico del trash, ha ricordato che:

“Alla prima riunione di redazione di un nuovo programma, dopo l’esordio troppo spavaldo del conduttore Piero Chiambretti – «Io sono il più grande autore televisivo italiano» – Labranca finse di andare in bagno e non rientrò mai più”

“Andy Warhol era un coatto” libro di Labranca scritto nel 1994

Negli ultimi tempi, per mantenersi, traduceva dal tedesco manuali tecnici industriali.
Ma veniamo alla sua produzione letteraria. Andy Warohl era un coatto. Vivere e capire il trash, Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli, Chaltron Hescon, Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo dell’eleghenzia. Ecco alcuni titoli dei suoi saggi che analizzano la società contemporanea. Autore di numerosi e formidabili neologismi e acronimi, era un maniaco della Maiuscola Enfatica, un modo per definire un tipo umano o un fatto di costume, una tendenza. Come il Giovane Salmone che nuota controcorrente tra le pagine di Andy Warohl era un coatto. O come il Piccolo Isolazionista, titolo del libro di cui andava più fiero, ritenendolo il suo lavoro migliore. A metà tra il saggio di costume e il diario in forma privata, questi Prolegomeni a una metafisica della periferia definiscono l’isolamento dell’uomo moderno, diretto in-nessun-luogo e alla ricerca di non-so-cosa. In quest’opera l’autore osserva, commenta e analizza, senza mai giudicare, l’individuo nella società contemporanea, aggirandosi tra la periferia di Milano e la città, in cui tutti i distratti – ma concentratissimi nelle loro faccende private – abitanti si isolano da ciò che li circonda, ascoltando la musica a tutto volume, in macchina oppure nelle cuffie del loro walkman, o i-Pod che dir si voglia. Il tipo umano, anzi, il Tipo Umano che viene fuori dal libro è quello dell’Individuo Assoluto, solitario, anaffettivo, slegato da ogni legame, retrivo da tutto ciò che odora di collettività e comunità ma che è attratto invece da tutto ciò che è casuale, immediato, leggero, poco impegnativo, privato ma quasi mai esclusivo.

Uno scatto in bianco e nero ritraente Labranca

Nulla era più lontano da Labranca del l’intellettuale snob che arriccia il naso davanti a quello che ritiene sia il cattivo gusto. T-Lab, invece, da vero Giovane Salmone del trash, si immerge senza paura nel fiume del proprio tempo, nuotando controcorrente – soprattutto rispetto ai cosiddetti intellettuali – per arrivare alla fonte di tutto. Si legge infatti nel suo saggio più famoso Andy Warhol era un coatto:

“Di solito gli osservatori credono di raggiungere precisione e imparzialità ponendosi in orbita geostatica sull’oggetto dei loro studi […] Io invece non mi trovo sopra, ma dentro al trash. Lo osservo e lo difendo dagli attacchi dei suoi molti nemici”

Contro la sinistra “comoda”, di cui vedeva l’esponente principale in Pier Paolo Pasolini, è stato definito un leghista di sinistra, termine in cui non si riconosceva e che lo faceva rabbrividire. Forse meglio definibile come anarchico-individualista, lo “Zio Tom” ha raccontato come sia difficile essere uno scrittore in Italia, dove scetticismo e snobismo sono doti principali per essere notati e osannati dalla critica nostrana. Vietato quindi esaltare Internet o la banda larga, o scrivere un romanzo “frivolo” sulla propria collezione di dischi, cosa permessa e apprezzata altrove, ma non nel nostro Paese. Regole che lui, ovviamente, ha sempre trasgredito. Umberto Eco – re dell’intellighenzia ufficiale della Sinistra Snob Italiana –, per squalificarlo, disse di lui che scriveva:

“Molto, molto meglio di quello che fa i libri sulla Carrà”

Scatto ritraente lo scrittore Umberto Eco

Ma veniamo alle definizioni che Labranca diede dei termini trash, camp e kitsch. La formula con cui T-Lab definì il trash è la seguente:

“Intenzione meno risultato ottenuto uguale trash”

Il tentativo di emulazione fallita, che però ha comunque una sua punta di originalità, è quindi definibile come trash. Il kitsch invece è un’altra cosa. Mira a essere elevato e, nella preoccupazione di esserlo, elimina tutto ciò che ritiene basso e volgare, essendo quello che non è, mancando di originalità. Tutto il contrario del trash. Il camp invece è il trash che si fa consapevolezza, facendo tramite esso dell’ironia, perdendo così la spontaneità tipicamente trashista.

Bobby Solo che imita Elvis Presley, coi basettoni, il ciuffo stile rockabilly e le movenze pelviche è trash; quell’elaborato di montaggio e zapping con fine umoristico che è Blob è camp; mentre Remo Girone che afferma di leggere “solo libri Adelphiè kitsch. Ma la vera genialità che anima Andy Warhol era un coatto, il libro che lo ha reso famoso, risiede nel fatto che Labranca ha applicato la tecnica del Giovane Salmone, più sopra accennata, per descrivere il trash, utilizzando acronimi, americanismi, equazioni, diagrammi a flusso, rifacendosi – emulando quindi –  ai tesi scolastici di materia tecnica, essendo quindi volutamente trash. Per descrivere seriamente il trash dal di dentro.

Una foto di Labranca con una sua citazione

Appassionato di musica elettronica, attratto dai Drum&Bass e dai suoni synth, ha introdotto le tracce pop, dance e techno come colonna sonora delle sue opere. I titoli delle canzoni sono spesso trovate in appendice ai suoi saggi e romanzi, nella sezione “Soundtrack”, o come nome dei capitoli o titoli dei libri. È il caso di Haiducii, progetto nato da un racconto a puntate su Film Tv, poi rielaborato in forma di romanzo nel 2010, che prende le mosse dal nome dell’autrice di Dragonstea Din Tei, canzone dance su base techno in lingua rumena, che ha spopolato tra il neoproletariato dei sobborghi di tutta Italia nel 2004, divenendo un vero tormentone radiofonico, ballato in tutte le discoteche. Solo Labranca ebbe l’ardita idea di prendere una tale canzone per raccontare in maniera leggera, sotto forma di commedia e mai di dramma, la triste vita della famiglia Petrescu immigrata in Italia. Inutile dire che la cosa ha fatto storcere il naso a tutta la classe di intellettuali radical chic che invece non vedevano altro modo di affrontare l’argomento immigrazione se non in maniera esclusivamente tragica. Per strappare una facile lacrima al pubblico e dimenticando così il valore della maschera della commedia italiana che, in passato, in film come Divorzio all’italiana, è riuscita a trattare temi allora proibiti come il divorzio e il tradimento proprio tramite la commedia.

Una scena del lungometraggio Divorzio all’italiana, uscito nel 1961 e diretto da Pietro Germi. Nella foto Marcello Mastroianni e Daniela Rocca

Il fine di tutta la produzione labranchiana è non tanto la costruzione di un ponte tra ciò che viene considerato l’alto e il basso, ma più il suo abbattimento, vedendo l’intera società, più che come una scala a gradini, come una immensa prateria, dove l’intero pecoreccio umano si muove, per brucare qua e là, secondo i propri gusti. Per Labranca, tutto ciò che della società viene considerato marginale è spesso quello che invece finisce per essere il fermento di un’epoca, che ne definisce il tratto, dandole un carattere. Rifiutava i pregiudizi perché:

“chi accetta il pregiudizio, delega a terzi la formazione del proprio gusto”

Tra le opere di narrativa da lui composte si ricordano Astrakan. La zia e l’Estetica Perbenista (2011), estetica di cui il libro traccia il manifesto non-programmatico; il romanzo nichilista Mu. La risaia in fiamme (2012), in cui il protagonista cancella il suo nome, fugge dal suo paese in Molise, per poi finire nel nulla da cui proviene; il racconto breve Diamonds Are For Eva (2016), romanzo surreale nato da un progetto radio a puntate, che vede come protagonisti Gigi e la Susi, due effimeri personaggi che vivono della loro immagine e che, da mere figure di carta, finiranno letteralmente in poltiglia sotto l’immancabile pioggia milanese.

“Diamondis are for Eva. File under fanfiction” di Tommaso Labranca, scritto per una trasmissione radiofonica

Non si può certo dire che le sue opere narrative fossero dei capolavori, a stento definibili come romanzi. Ma questo a Labranca non interessava:

“Chi non ha ancora accettato il fatto compiuto deve rassegnarsi: la letteratura-narrativa scomparirà, sommersa dalla sua noia, e verrà sostituita da tante cose più fresche, eccitanti e interessanti”

Così scriveva già nel 1994. Nella sua produzione, non potevano poi mancare biografie di esponenti della cultura pop come Michael Jackson, Renato Zero, Skin o i Coldplay. Se dovessimo scegliere un termine con cui definirlo, sperimentalista sarebbe quello che più lo rispecchia. Altrimenti, il buon T che Lab-oratorio sarebbe senza esperimenti? A prova di quanto appena affermato, basta ricordare che nel 1997 confluì, insieme ad altri, nel movimento letterario del Nevroromanticismo, oggi estinto in quanto sperimentale anch’esso.

I suoi progetti non si contano. Sperimentava con tutto: fotografia, musica, tv, radio, linguaggiostudiava lingue straniere, tra cui l’islandese, antica lingua immutata che lo affascinava parecchio –. Da editore, ha fondato nel 2013 la casa editrice 20090 – come il CAP di Pantigliate e dell’intero entroterra milanese –, che collaborerà, due anni più tardi, con la Casa d’Arte Miller del Canton Ticino, per dar vita alla rivista Tipografia Helvetica, come il carattere scelto per le pubblicazioni. E qui va ricordato che, nel novembre scorso, la Helvetica ha dato alle stampe un numero monografico in memoria del suo fondatore, composto per metà di ricordi di chi lo conobbe, e per l’altra metà di citazioni ed estratti dai suoi libri.

“Il Piccolo Isolazionista” libro scritto da Labranca ed uscito nel 2006

Molto aveva fatto in pressoché ogni ambito della comunicazione e dello spettacolo, il (non ancora) vecchio Lab. E chi mai avrebbe detto che proprio colui che si considerava:

“Così frivolo ed egoista da preoccuparsi solo del suo tempo che si consuma”

Se ne sarebbe andato così presto, morendo a soli 54 anni? Nessuno, nessuno tranne lui era cosciente del poco tempo rimastogli a disposizione. Scriveva già nel 2006 nel Piccolo Isolazionista:

“Il tempo è una quantità limitata di unità e la dote toccatami in sorte finirà prima delle scorte di petrolio […] Nei punti in cui le autostrade terminano ed entrano in città ci sono insegne luminose con grosse cifre rosse che indicano l’ora e i gradi. Quando le vedo da lontano, rallento e le fisso. Invece di ore e minuti in avanzamento mi pare di vedere il conto alla rovescia del tempo a mio disposizione. Non mi angoscia l’avvicinarsi dello zero ineluttabile, quanto lo scempio che sto facendo di quella riserva”

Con il tempo diceva di avere un rapporto “barocco”. E rifacendosi ad un uomo del Seicento come Emilio De’ Cavalieri, già dieci anni prima della propria morte, riportava alcuni versi del primo atto della rappresentazione di Anima et di Corpo, quasi predicendo la sua fine precoce:

“Il tempo, il tempo fugge

La vita si distrugge

E già mi par di udire l’ultima tromba […]”

Nicola Mirenzi ricorda Tommaso Labranca in occasione della morte

Ma qui Tommaso, narcisista quale era, esagerava. Si era messo a strafare, rifacendosi ad un’opera barocca come canto accompagnatorio del suo ultimo viaggio. Una canzone di Moby è invece l’unico Requiem per Labranca: Time Signature. Il ritmo binario della base techno segnava il battito del cuore di T-Lab mentre oziava nella sua casa di Pantigliate. Poi un rallentamento, seguito da un’interruzione: un infarto colpiva Tommaso, ponendo fine alla sua vita. Il 29 agosto del 2016 l’insegna luminosa che dettava il tempo a sua disposizione ha segnato “lo zero ineluttabile”. Tempo scaduto. Credito esaurito. Game Over.