Chi non conosce Mario Monicelli? È stato uno dei più grandi registi della cinematografia italiana, autore di numerosi ed indimenticabili capolavori come I soliti ignoti (1958), La Grande Guerra (1959), I compagni (1963) – posso dire che è il mio preferito? -, L’Armata Brancaleone (1966), Amici Miei (1975), Il Marchese del Grillo (1981) e mi fermo qui solo per ragioni di spazio. Un protagonista della nostra cultura nazionale, della nostra vita politica e sociale, del nostro Novecento, un autentico genio, un uomo libero e fuori dagli schemi. Ma non sono moltissimi a conoscere la storia del padre di Mario, un uomo che trasformò la politica e la cultura in una suprema ragione di vita, con fede e coraggio. Tomaso Monicelli nacque il 10 febbraio 1883 ad Ostiglia, in provincia di Mantova, in una famiglia di commercianti dalle modeste condizioni economiche. Trasferitosi con i genitori a Milano, pur essendo molto promettente negli studi, egli fu ben presto costretto ad abbandonarli e a cercarsi un lavoro per contribuire al miglioramento della situazione finanziaria familiare; venne così assunto dalla Casa Editrice Fratelli Treves in qualità di impiegato con funzioni amministrative.

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Un giovane Tomaso Monicelli in posa davanti all’obbiettivo.

Monicelli continuò a coltivare i suoi interessi letterari ma al contempo esordì come collaboratore del giornale “Avanguardia Socialista” (1902-1906), organo dei socialisti rivoluzionari nonché fondato e diretto da Arturo Labriola e Walter Mocchi, che di lì a breve imprimeranno alle loro concezioni una direzione differente da quella dei loro compagni di corrente, in seguito all’incontro con il sindacalismo rivoluzionario di Georges Sorel di cui diverranno precoci seguaci. Monicelli intervenne molto spesso sulle colonne della testata labriolana-mocchiana con lo pseudonimo de L’homme qui rit e condivise in gran parte gli entusiasmi, le scoperte e la svolta dei suoi direttori, pur rimanendo molto legato alla corrente intransigente-rivoluzionaria capeggiata dal suo amico e conterraneo Enrico Ferri. Il socialista ostigliese ebbe inoltre un ruolo di primo piano come organizzatore e diretto protagonista di un avvenimento che scosse l’Italia proprio negli albori ancora vaghi ed incerti del Ventesimo Secolo e che segnò un deciso rafforzamento del movimento operaio italiano, ovvero il primo sciopero generale nazionale che si svolse nel settembre 1904. L’anno successivo Monicelli si trasferì a Roma, dove nel frattempo Ferri era diventato direttore dell’“Avanti!” ed ebbe così inizio per il Nostro una proficua collaborazione con l’organo del Partito Socialista Italiano, del quale fu subito redattore, avviando anche la propria collaborazione all’”Avanti della Domenicacome critico teatrale succedendo a Edoardo Boutet. Nel foglio domenicale svettavano le penne più brillanti del momento, da Ugo Ojetti a Guelfo Civinini, e Monicelli che si occupò oltre che delle scene anche di letteratura, intrecciò fin da quegli anni una duratura amicizia con Gabriele D’Annunzio.

La prima pagine de "L'Avanti!" del 24 maggio 1915, giorno della dichiarazione di guerra all'Austria

La prima pagine de “L’Avanti!” del 24 maggio 1915, giorno della dichiarazione di guerra all’Austria

La sua penna tagliente, incline alla satira, non fu solo al servizio delle rivendicazioni delle classi lavoratrici: una vena antimoderna, conservatrice e nostalgica dei valori della Tradizione dinanzi ai rapidi e tumultuosi mutamenti dell’Italia sulla via della modernizzazione capitalistica caratterizzò la sua cifra stilistica che emerse nitidamente dalle pagine dei vari giornali ai quali diede prova della sua valentia e sui quali acquistò via via un ruolo di primo piano. Egli collaborò infatti in quello stesso periodo anche a “Il Divenire Sociale” (1905-1910) di Enrico Leone e alla rivista personale di Enrico Ferri, “Il Socialismo” (1902-1905), ottenendo un buon seguito. Ma a questo punto sorsero i primi contrasti. Pur simpatizzando per il sindacalismo rivoluzionario dei teorici Enrico Leone ed Arturo Labriola, che nel 1906 avevano rotto con la direzione ferriana dell’”Avanti!, Monicelli non si sottrasse ai suoi impegni con Enrico Ferri e, benché i suoi interventi sulle colonne del quotidiano socialista vertessero ormai esclusivamente su temi di carattere culturale, egli fu accusato nondimeno per questo motivo di opportunismo e doppiogiochismo; in realtà Monicelli non aveva mai rotto del tutto con la componente ferriana del Partito Socialista e con una concezione del socialismo nella quale il ruolo del Partito rivoluzionario assumeva una priorità strategica rispetto a tutto il resto, Sindacato-sia pure inteso sorelianamente-compreso.

Il punto di non ritorno fu rappresentato da un articolo apparso proprio sull’”Avanti!del 12 marzo 1906, intitolato polemicamente Sotto la cupola di Bisanzio. Ministerialismo e “caso per caso”, nel quale Monicelli difese Enrico Ferri e il suo sostegno al Primo Ministero Sonnino (8 febbraio 1906-29 maggio 1906) secondo la logica dell’approvazione caso per caso “di quelle riforme economiche e sociali che si trovassero sulla nostra linea di condotta e di conquista”; si trattò ovviamente di un appoggio per nulla organico e aprioristico al governo, contro il quale sarebbero sussistite abissali riserve critiche fino alla sua caduta. Ma ciò non bastò a fugare i dubbi su Monicelli e si sprecarono le consuete ed assurde accuse di tradimento del socialismo, di rigore in certi casi, come lo smoking. Profondamente amareggiato dalla intera vicenda, l’animo sensibile e profondo di Monicelli si rivolse in cerca di consolazione alla Musa dedicandosi con grande impegno all’attività drammaturgica: gli anni che vanno dal 1906 al 1913 furono i più intensi e cospicui dell’impegno teatrale del lombardo.

Dopo il vivissimo successo de La sorella minore, commedia rappresentata dalla Compagnia Stabile del Teatro Argentina di Roma, nel 1907 con il dramma Il Viandante, rappresentato a Milano al Teatro Manzoni iniziò a delinearsi la cosiddetta “trilogia politica” di Monicelli, che sarà completata da L’Esodo nel 1908 ed infine da La Terra Promessa del 1911. I tre drammi, ambientati nella campagna mantovana, fra scioperi ed occupazioni delle terre, ripercorrono con il ricordato accento elegiaco dell’Autore il tramonto del mondo contadino agli albori della industrializzazione: si dissolve la famiglia patriarcale mentre nuovi valori sconvolgono il focolare domestico dove padri e figli si contrappongono sterilmente e dolorosamente. La critica fu divisa e spesso viziata da preconcetti nei riguardi di Monicelli, ma la sua originalità sia estetica che tematica, pur nell’alveo di una riscontrabile influenza di un autore come Henryk Ibsen, non poté essere negata neanche dai più ostili.

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L’amore per il teatro non riuscì a soffocare la passione per la politica sempre bruciante in Tomaso Monicelli. Tra i collaboratori della rivista nazionalista romana “Il Carroccio”, promossa nel 1909 da Diego Angeli, Giovanni Antonio Colonna Di Cesarò, Guelfo Civinini, Crispolto Crispolti, Giulio De Frenzi e Maurizio Maraviglia, egli fondò nello stesso anno a Milano e diresse il periodico “Il Viandante”, che proprio in virtù della posizione politica assunta precedentemente dal drammaturgo, si presentò come una sorta di intercapedine, di punto di congiunzione tra il sindacalismo soreliano, un socialismo rivoluzionario di matrice ferriana ma dall’esito patriottico e il nazionalismo. Tra le fonti principali di ispirazione della nuova impresa vi era però evidentemente la tipica tradizione ambrosiana del sovversivismo scapigliato e follaiolo a cavallo tra i secoli XIX° e XX°. Il giornale ebbe vita breve: l’ultimo numero vide le stampe nel 1910. Giovandosi tra l’altro della collaborazione di un poeta del calibro di Guido Gozzano, la rivista monicelliana riuscì ad attirare su di sé l’attenzione del mondo politico e culturale italiano grazie ad una serie di articoli e di inchieste molto scabrose, come fu ad esempio l’inchiesta sulla partecipazione dei socialisti al governo; al dibattito sulle colonne de “Il Viandante” presero parte Gaetano Salvemini e Achille Loria, Costantino Lazzari e Giacinto Menotti Serrati, Rinaldo Rigola e Arturo Labriola, Antonio Graziadei e Angiolo Cabrini. Nel corso del 1909 la rivista ospitò altresì un dibattito sull’opportunità d’una fusione organica tra sindacalismo e nazionalismo, ipotesi questa caldeggiata nello stesso torno di tempo anche da Enrico Corradini, oltre che da altri ex sindacalisti rivoluzionari, fra cui Roberto Forges Davanzati, Maurizio Maraviglia e Paolo Orano.

Alla fine di quell’esperienza, Tomaso Monicelli decise di ritornare ad Ostiglia dove si trattenne nel biennio 1910-1911, abbandonando provvisoriamente il giornalismo per dedicarsi alle lettere. In quel breve ritorno al borgo natio, l’ostigliese scrisse la sua opera più apprezzata e fortunata, il romanzo Il viaggio d’Ulisse, pubblicato soltanto nel 1915, ed inoltre la raccolta di novelle Aia Madama; egli iniziò ad interessarsi anche alla letteratura per l’infanzia: la sua fiaba Nullino e Stellina, il suo esordio in questo genere, venne stampata nella città natale dalla tipografia del cognato editore Arnoldo Mondadori, per il quale egli diresse la collana editoriale La Lampada. Nel frattempo intervennero mutamenti persino nella sua vita privata; si rafforzò in quei mesi il suo legame con Maria Carreri, che sposerà qualche anno dopo a Roma e dalla quale avrà i figli Franco, Mario, Giulio, Massimo, Furio e Giovanna. La fiamma della politica continuò a divampare dentro di lui: in quel periodo si avvicinò alle posizioni del socialista riformista di destra Ivanoe Bonomi, un amico fraterno – forse il solo – a cui rimase legato fino alla morte. La guerra di Libia (1911-1912) risvegliò il suo sentimento patriottico e fece nascere in lui l’idea che la Patria italiana avesse il diritto di affermarsi al cospetto del consesso delle Grandi Potenze. Il suo sostegno a favore del conflitto fu molto simile, per le argomentazioni, lo stile e l’animo con cui affermò la propria convinzione, a quello del Poeta Giovanni Pascoli, autore del celeberrimo discorso “La Grande Proletaria si è mossa”, declamato il 22 novembre 1911. Sia per Pascoli che per Monicelli l’Italia era per l’appunto una nazione proletaria che nell’agone mondiale doveva rivendicare il proprio glorioso e luminoso passato di culla della civiltà, difendere il proprio presente dalle insidie nemiche e costruire il proprio futuro, anche attraverso un’opera di civilizzazione e di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni un tempo soggette a Roma, in primo luogo quelle libiche.

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L’Italia si accodava fuori tempo massimo alle imprese del colonialismo europeo e la definizione di imperialismo straccione riferita alle nostre “Gesta d’Oltremare” di dannunziana memoria risponde con ogni probabilità al vero. Senonché, per tornare a Monicelli, il sostegno all’impresa di Libia rafforzò il suo legame con i destri di Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini e Leonida Bissolati, i quali si appellarono addirittura al magistero dello scomparso Antonio Labriola per giustificare il loro imperialismo. I riformisti di destra pagheranno poi molto cara questa loro posizione quando, durante il XIII° Congresso Nazionale del PSI (Reggio Emilia, 7-10 luglio 1912), su proposta di Benito Mussolini saranno espulsi dal partito. L’interventismo di Tomaso Monicelli diede l’occasione al rivoluzionario romagnolo di scagliarsi duramente contro l’ostigliese, definito “giullare tripolino” e qualificato con il nomignolo di Rabagas, il personaggio protagonista dell’omonima commedia del 1872 di Victorien Sardou (1831-1908), ovvero un avvocato intrigante e demagogo che prospera sulle ingenuità dello spirito rivoluzionario. Per la legge del contrappasso, nel 1914 sarà lo stesso Mussolini a subire la sequela di contumelie ed improperi vari lanciatigli dai neutralisti per il suo passaggio al fronte interventista; accompagnato dal suono delle grida che lo fregiavano di “traditore” e di “venduto”, il futuro Duce, novello Rabagas, riuscì fortunosamente ad attraversare le Forche Caudine del conformismo, uscendone però parecchio ammaccato e dovendo esercitare una santa pazienza per potersi del tutto riprendere.

La copertina del romanzo di Monicelli Il viaggio di Ulisse tutt'oggi presente nel catalogo Giunti Junior

La copertina del romanzo di Monicelli Il viaggio di Ulisse tutt’oggi presente nel catalogo Giunti Junior

Intanto nel 1913 Tomaso Monicelli si trasferì a Bologna per collaborare con il quotidiano locale, “Il Resto del Carlino”, di cui in breve divenne caporedattore. Fu su quelle colonne che lo scrittore tacciato di essere l’ultimo Girella pubblicò un articolo dal significativo titolo “Perché non sono più socialista… Confessioni e ritorsioni di un uomo di fede”, che apparve nel numero del 29-30 settembre 1913; in esso egli tentò una replica argomentata alle numerose obiezioni mosse contro di lui e spiegò l’evoluzione del proprio pensiero politico:

“Noi che veniamo dal socialismo originario e idealistico, noi fummo sempre e siamo ora splendidamente incoerenti: incoerenti come la vita, incoerenti come la storia. O pappagalli lusingatori che ci avete promesso onori e stipendi con le fortune bloccarde, guardatevi intorno fuor dai sinedri democratici e dalle conventicole massoniche e diteci: dove sono i più giovani della borghesia e della mezza borghesia che dal 1892 al 1898 aderirono con tanto impeto di fede alla causa del primo socialismo?”

Sono i giovani del socialismo idealistico coloro ai quali Tomaso Monicelli diede voce con questo intervento, che così proseguiva:

“Ebbene, quella gioventù non volle morire della malattia di Jacopo Ortis, di consunzione dell’anima. Fu disperatamente ribelle: la guerra per la Patria del 1866 era finita in una disfatta morale senza rimedio; inneggiò allora alla rivoluzione per affogare la Patria avvilita e miseranda nell’elevazione dell’umanità. E dagli atenei e dalle officine sorse a chiedere che cosa? Tutto o niente”.

Ma una nuova delusione incombeva:

“Dopo il 1900 il socialismo da teorico e rivoluzionario si fece pratico e democratico. Che dovevano fare quei giovani? Il socialismo in cui essi avevano gettato tutte le loro speranze e le loro forze si era fiaccato e corrotto identificandosi con la borghesia democratica e riformistica: da qui l’ultima illusione, il passaggio dal socialismo rivoluzionario al sindacalismo”.

Presto anche il sindacalismo soreliano avrebbe dimostrato le sue contraddizioni e la sua impotenza, infieriva Monicelli:

“Il socialismo si era compiuto nella praxis della organizzazione proletaria parlamentaristica riformistica e democratica, l’organizzazione sindacale che non aveva assunto una propria funzione autonoma e specifica di negazione e di superamento, s’era esaurita nella normale contrattazione della domanda e dell’offerta, entrando nel gioco delle forze borghesi e dei rapporti capitalistici, diventando un elemento necessario dello sviluppo capitalistico”.

La riscoperta dell’unità morale della Nazione, che Monicelli insieme ad altri socialisti patriottici e nazionali aveva compiuto, è interpretata dallo stesso scrittore come una nuova opportunità offerta alla sua generazione di lottare contro il capitalismo:

“Quei giovani si ritrovarono finalmente, pallidi d’ansia e d’amore, il giorno che le grandi navi d’Italia solcarono il Mediterraneo salpando all’altra sponda… Ma no! Non voglio indulgere al mio sentimento. I sagrestani della democrazia socialistica e pacifistica hanno da sapere solo questo: che la spedizione di Libia fu l’occasione che travolse e inghiottì nel suo grande fuoco calmo la gioventù fattasi al socialismo rivoluzionario e idealistico, cresciuta alla religione sindacalistica, maturata d’esperienza e di solitudine interiore nei suoi malinconici ritiri, rinata con gioia fresca alla diana della guerra per vivere ancora, per combattere ancora”.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale Tomaso Monicelli ruppe definitivamente gli indugi, aderì all’Associazione Nazionalista Italiana e traslocò a Roma, avviando una feconda collaborazione con l’organo del movimento, “L’Idea Nazionale”, del quale nel 1915 divenne redattore. Sempre in quell’anno egli si fece promotore del giornale “Il Fronte Interno” che radunava presso di sé le membra sparse delle forze interventiste. Dopo la dichiarazione di guerra, Monicelli si arruolò volontario come sottotenente nell’81° Reggimento dei Granatieri; si distinse come combattente valoroso e sprezzante del pericolo e venne insignito della medaglia di bronzo al valor militare. Congedato nel dicembre 1916, egli rimase ad Udine presso il Comando Supremo e seguì le vicende militari del nostro Esercito sul Carso quale corrispondente di guerra de “L’Idea Nazionale”. Di quel periodo si conservano resoconti non soltanto vibranti di patriottismo, ma carichi di osservazioni sul paesaggio, sui teatri delle operazioni, sulle condizioni terribili di vita in trincea e sugli uomini che vi combatterono.

Tomaso Monicelli dietro la scrivania

Tomaso Monicelli dietro la scrivania

Nel 1917, nell’infuriare di quei tempestosi avvenimenti, Monicelli ebbe pure la capacità di sfondare le porte a calci ed entrare a viva forza nella storia del giornalismo italiano fondando la prima rivista nazionale dedicata al cinema, “In penombra”, della quale fu anche direttore. La Settima Arte rientrava infatti tra le numerose passioni culturali che arricchirono lo spirito di Monicelli nell’arco della sua esistenza. Seguendo le orme paterne ed inoltrandosi nella direzione tracciata intraprese i primi passi il figlio Mario. Le trattative di pace che seguirono il conflitto delusero profondamente il drammaturgo ostigliese: anch’egli come Gabriele D’Annunzio protestò contro gli Alleati che non compensavano l’Italia del sangue versato negandoci Fiume e la Dalmazia; il Vate parlò a ragione di “Vittoria mutilata”. Il 1919 fu dunque l’anno che vide una decisa convergenza monicelliana verso il dannunzianesimo; dalle colonne de “L’Idea Nazionale” egli appoggiò incondizionatamente i legionari di Ronchi e inneggiò all’impresa fiumana. A Tomaso, “un fedelissimo tra i fedeli”, il Poeta affidò la cura dei suoi interventi sulle nostre rivendicazioni adriatiche; per colpire Enrico Ferri che lo aveva pesantemente attaccato, D’Annunzio si avvalse delle annotazioni dell’amico, profondo conoscitore dei precedenti politici e morali del deputato socialista.

Il poeta Vate Gabriele D'Annunzio

Il poeta Vate Gabriele D’Annunzio

Tra il 1921 e il 1923 Monicelli ottenne la direzione de “L’Idea Nazionale”, succedendo ad Enrico Corradini. Nell’estate del 1923 egli assunse la direzione de “Il Resto del Carlino”, di cui divenne anche proprietario, ma la sistemazione non ebbe lunga durata anche perché accadde un avvenimento che determinò le sorti della Nazione ed al contempo il destino personale di Monicelli: lo scandalo susseguito all’omicidio di Giacomo Matteotti spinse Monicelli a prendere posizione contro il governo Mussolini, inimicandosi l’ambiente fascista felsineo. “L’Assalto”, organo della federazione fascista bolognese, lo prese di mira con estrema virulenza. Infine, dopo un violento attacco squadrista alla sede del quotidiano che venne distrutta e devastata e che vide il direttore oggetto di pesanti minacce, nel 1925 Monicelli cedette la direzione del giornale. Grazie all’amicizia e all’appoggio di D’Annunzio,  tra il 1926 e il 1927 Monicelli fu membro del consiglio d’amministrazione della SIAE ma soprattutto assurse a direttore dell’Istituto Nazionale per la rappresentazione dei drammi dell’Inimitabile; fu memorabile la messa in scena nei giardini del Vittoriale de La Figlia di Iorio per la regia di Giovacchino Forzano, ma in quella feconda stagione teatrale vennero portate sui vari palcoscenici d’Italia anche Francesca da Rimini, La Gloria, La fiaccola sotto il moggio, Parisina e La nave.

Un'immagine di Tomaso sorridente

Un’immagine di Tomaso sorridente

A questo punto cominciarono gli anni più dolenti ed infelici dell’intellettuale lombardo; egli si trovò in uno stato di completo isolamento e di emarginazione politica, affrontando problemi assillanti sotto il profilo economico e non riuscendo a trovare lavoro. Tra il 1928 e il 1930, grazie al cognato Arnoldo Mondadori, riuscì a sopravvivere; tra il 1931 e il 1938 ottenne un impiego alla casa editrice Rizzoli come impiegato amministrativo, grazie all’amico Giuseppe Bottai. Egli si mantenne in contatto con Ivanoe Bonomi, che tentava in quegli anni e senza molto successo di organizzare clandestinamente un tentativo di opposizione al fascismo e che nel 1943 fondò la Democrazia del Lavoro, un partito con il quale Monicelli ebbe scarni rapporti, collaborando peraltro al suo foglio, “Ricostruzione”. Ma il suo vero confidente di quel periodo oscuro fu in primis il critico teatrale Silvio D’Amico, con il quale il Nostro coltivò un intenso scambio epistolare, intimo e toccante, fino alla fine dei suoi giorni. I mesi successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con il suo carico di sconfitta per l’Italia e di ferite inferte ad una intera generazione, gettò Monicelli in una grave depressione, che con animo stoico egli decise di troncare con il suicidio, avvenuto il 25 maggio 1946. Scompariva con lui uno dei protagonisti della vita politica e culturale italiana del Primo Novecento, una figura tormentata e onesta, un esponente di punta del nostro socialismo nazionale che visse gli abissali sconvolgimenti del suo tempo con cuore partecipe ed attento. Suo figlio, il grande Mario, in una intervista del 2007, affrontò per la prima volta pubblicamente la tragica scomparsa del padre:

“Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto”.

Anche Mario Monicelli morì suicida, il 29 novembre del 2010.

Mario Monicelli suicida all' ospedale San Giovanni, nella foto il corpo a terra coperto da un lenzuolo (digitale, Angelo Carconi)

Mario Monicelli suicida all’ ospedale San Giovanni, nella foto il corpo a terra coperto da un lenzuolo (digitale, Angelo Carconi)