Thomas Sankara nasce il 21 Dicembre 1949, in quello che ancora si chiamava Alto Volta, ed era una poverissima colonia francese che lui stesso avrà modo di descrivere come “un Paese di sette milioni di abitanti, più di sei milioni dei quali sono contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille e un tasso di analfabetismo del 98%, se definiamo alfabetizzato chi sa leggere, scrivere e parlare una lingua; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un medico ogni 50.000 abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16%”.

“Il nostro paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante. Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre.”

Giovane ufficiale dell’esercito, a 32 anni entra a far parte del governo di Saye Zerbo in qualità di segretario di Stato per l’informazione, ma si dimette dopo meno di un anno per l’incompatibilità tra la sua moralità e i “traffici” che aveva visto consumarsi nell’amministrazione statale. “Non posso contribuire a servire gli interessi di una minoranza”, dirà alla televisione per motivare la sua scelta.

“La politica degli aiuti è servita fino ad oggi solo ad asservirci, a distruggere la nostra economia. L’origine di tutti i mali del Paese è politica. E la nostra risposta non può essere che politica”

Passano sei mesi, Saye Zerbo viene rovesciato e Sankara diventa capo del governo, stabilendo che i suoi ministri dovranno avere “forza di carattere, coraggio, dedizione al lavoro, probità e onestà”. Ma anche quest’esperienza dura poco, perchè un altro colpo di Stato, con l’evidente infiltrazione dell’intelligence francese, lo rinchiude in prigione.

“L’imperialismo, attraverso le multinazionali, il grande capitale e la potenza economica è un mostro senza pietà, dotato di artigli, corna e denti velenosi. E’ spietato e senza cuore”; “Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. (…) Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”

Dopo varie manifestazioni di piazza, che vedono le classi più povere invocare la sua liberazione, il governo cede: Sankara esce dal carcere, ed insieme al suo amico Campaorè mette a segno un nuovo colpo di Stato, diventando Presidente.

“Imperialismo, un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che con dei cannoni vengono ad occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità.”

È il 4 agosto 1983: comincia la rivoluzione burkinabè. Nei quattro anni che seguiranno, fino a che Sankara verrà barbaramente ucciso dallo stesso Campaorè, il nuovo Burkina Faso (“terra degli uomini integri”, così Sankara rinominò ufficialmente l’Alto Volta) vide attuare le più innovative riforme sociali, attraverso tutti i campi di applicazione: dall’agricoltura alla sanità, dall’istruzione all’emancipazione della donna, dall’economia all’amministrazione pubblica.

“Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero”

Tutte le “auto blu” furono vendute per costruire due ospedali, e il parco macchine nazionale fu ridotto a quattro Renault 5, una delle quali avrebbe usato Sankara stesso. Il Burkina Faso passò dal 143° al 78° posto per ricchezza nel mondo. Moltissimi impiegati statali vennero licenziati. Tra questi, coloro che venivano sorpresi sul posto di lavoro mentre erano impegnati a fare altro venivano denunciati pubblicamente via radio. Con i soldi pubblici risparmiati venne costruita una ferrovia tra le due principali città del paese.

“Il Movimento dei non allineati significa rifiutare di essere il terreno dello scontro fra elefanti che calpestano tutto impunemente.”

Ma la campagna più importante fu quella contro il debito: Sankara dichiarò a gran voce che il credito del FMI era uno strumento di controllo che i paesi ex-colonizzatori usavano per soggiogare gli Stati del terzo mondo, in questo caso africani. Invitò quindi tutti gli altri capi di stato, che si trovavano nella stessa situazione di indigenza del Burkina Faso, a non restituire il debito, a svincolarsi da esso, e a ricominciare a costruire un futuro con le sole forze dell’Africa.

“La nostra rivoluzione è e deve essere l’azione collettiva di rivoluzionari per trasformare la realtà e migliorare concretamente la situazione delle masse del nostro Paese. La nostra rivoluzione avrà avuto successo solo se, guardando indietro, attorno e davanti a noi, potremmo dire che la gente è, grazie alla rivoluzione, un po’ più felice perché ha acqua potabile, un’alimentazione sufficiente, accesso ad un sistema sanitario ed educativo, perché vive in alloggi decenti, perché è vestita meglio, perché ha diritto al tempo libero, perché può godere di più libertà, più democrazia, più dignità.”

Proprio un discorso su questo tema, il 29 luglio 1987 all’assemblea delle Nazioni Unite, fu la goccia che fece traboccare il vaso e che gli costò una morte violenta: poche settimane dopo, il 15 ottobre, l’”amico” Campaorè organizza un nuovo colpo di Stato. Sankara, insieme ad altri 12 compagni, viene ucciso.

Finisce la rivoluzione burkinabè, ma resta la memoria di un vero Rivoluzionario.