Il 29 ottobre del 1950, a Crotone, in quel Sud “frustrato e disgregato”, quanto ricco e autentico come racconterà un commosso Pier Paolo Pasolini qualche anno dopo, nasce Salvatore Antonio Gaetano, detto Rino. Il Sud dei primi anni Cinquanta è un mondo remoto, lontano dalle sirene del “progresso” e del boom economico che sta per trasformare radicalmente l’Italia del secondo dopoguerra. La sua famiglia appartiene a quell’umanità impastata ancora di terra, pane e fuoco: il padre lavora in un forno del luogo, mentre la madre è una sarta. Il bambino è molto legato alla nonna Marianna – nome che non lascia indifferenti gli appassionati dei testi del cantautore –, che lo accudisce come fosse una seconda madre.

Rino Gaetano fotografato da bambino

Nel 1960, a causa delle condizioni precarie della salute di Anna, la primogenita, la famiglia decide di emigrare a Roma, dove la bambina si era trasferita insieme alla madre qualche tempo prima. E così, come succede a centinaia di altre famiglie del meridione, i Gaetano lasciano la loro terra per cercare fortuna. Da questo momento in poi, la vita del futuro cantante si legherà inscindibilmente alla capitale, simbolo dei giochi politici dell’Italia che cerca di ripartire, mai dimentico, tuttavia, delle proprie origini. Nel 1962, dopo aver superato il primo anno delle scuole medie a Roma, i genitori a causa di impegni di lavoro decidono di mandare il figlio presso la scuola apostolica Piccola Opera del Sacro Cuore di Narni in Umbria. Questa esperienza, scandita da regole e orari spesso inflessibili, e impreziosita anche da lunghe e corroboranti passeggiate, lascia a Rino delle importanti eredità: la predisposizione alla riflessione e alla solitudine, dimora ideale della creatività, nonché l’amicizia con Domenico (detto Mimì) Messina, custode discreto della memoria del cantante.

Ma i tempi stanno per cambiare e nel 1964 arriva il momento per il solitario ragazzo della Magna Grecia di immergersi nel caos magmatico dell’Urbe. Rino torna a Roma e si iscrive ad una scuola per geometri. La famiglia già pensa a un futuro stabile da bancario. Ma le idee e le ambizioni di questo ragazzo volano già altrove. In realtà l’ambiente dove Rino può liberare tutta la sua creatività e trovare le sue prime ispirazioni non sono né l’aula di una scuola né le stanze blindate di una banca, ma la piazza, l’agorà, dove si parla, ci si confronta, si dibatte di tutto e del suo contrario, si impara a conoscere l’umanità. La prima agorà di Rino è Piazza Sempione a Roma, dove ragazzi della sua età strimpellano le canzoni più gettonate del momento. Inizia così a imparare la chitarra da autodidatta e sin da subito si dimostra un ascoltatore onnivoro di musica: dall’estero rimane rapito dal beat dei The Rokes, dalla musica rivoluzionaria dei Beatles, dal folk di Bob Dylan e dal reggae di Bob Marley.

Una foto che immortala i The Rokes, uno dei gruppo più apprezzati dal giovane cantante calabrese

Della musica italiana, invece, Rino apprezza autori del calibro di Adriano Celentano e Fabrizio De André, ma soprattutto rimane affascinato da Enzo Jannacci che costituirà senza dubbio una delle fonti di ispirazione fondamentale del futuro cantautore. Dell’artista milanese, amante di una forma di comicità surreale e del cabaret, il ragazzo calabrese dirà entusiasta:

“Di Jannacci medico mi fiderei poco, ma come autore e personaggio di spettacolo è davvero grande. Jannacci scrive con il gusto del linciaggio dei luoghi comuni”

In queste parole si racchiude il talento che sta per sbocciare: il cantante calabrese concepirà, in un modo del tutto originale, il cantautore come un personaggio di spettacolo capace di intrattenere il pubblico parlando di cose mai banali, e “linciando”, tramite la deformazione della parola e il ricorso al nonsense, i luoghi comuni più diffusi. Nel 1967 inizia finalmente a fare musica: in un garage di via Brennero tre ragazzi hanno dato vita ad un gruppo, i Krounks, di cui Rino costituisce la voce. Ma a differenza degli altri componenti del gruppo, Rino si distingue sin da subito per la sua tendenza a improvvisare, a intrattenere e a sperimentare nuove melodie e nuovi sound.

Jannacci, il cantautore italiano a cui Gaetano si ispirerà

E proprio in questi anni si cimenta nella scrittura dei suoi primi brani. Tra una prova e un’altra, Rino si rifugia presso il Folkstudio, cuore pulsante della musica romana: nato a Roma nel 1960 in quella che era la cantina dell’artista afroamericano Harold Bradley – poi rientrato negli Stati Uniti nel 1967 –, diviene ben presto il luogo per eccellenza dove si diffondono le sonorità d’oltreoceano e si esibiscono i cantanti esordienti. In questo locale, gestito a partire dal 1967 da Giancarlo Cesaroni, nel 1962 avrebbe suonato un giovanissimo Bob Dylan. E qui Rino ha modo non solo di recepire le nuove tendenze musicali, ma anche di conoscere due giovani talenti della musica italiana, Francesco De Gregori e Antonello Venditti con cui nasce una solidissima amicizia.

Ernesto Bassignano, una delle figure più significative del Folkstudio, diventa uno dei primi sostenitori del ragazzo di Crotone, che intanto comincia ad esibirsi con i suoi brani nel locale romano. Le esibizioni sono accolte con un discreto apprezzamento da parte del pubblico anche se l’idea diffusa tra gli ascoltatori è poco lusinghiera: i suoi pezzi sono considerati musicalmente ancora acerbi e caratterizzati da testi enigmatici e poco comprensibili.

Gaetano e Venditti immortalati durante gli anni della frequentazione al Folkstudio

Consapevole che i tempi non sono ancora maturi, il ragazzo crotonese si lancia così in un’altra avventura che segnerà in modo determinante la sua produzione artistica: il teatro. Nel 1971, un amico, Carlo Allegrini, lo convince a partecipare come fonico alla tournée della sua compagnia teatrale, Il carro di Tespi. L’esperienza teatrale, che lo vedrà impegnato sia come fonico che occasionalmente come attore, è centrale per la “decodifica” del messaggio gaetaniano. Tra il 1971 e il 1973, Rino ha modo di leggere e conoscere autori teatrali del calibro di Samuel Beckett e Eugène Ionesco e di apprezzare, tra le altre cose, le pagine dense di rivoluzione di Vladimir Majakovskij sul quale si esprimerà in questi termini:

“Majakovskij ha inventato un po’ la distruzione della parola… per sottolineare che la rivoluzione dev’essere una rivoluzione anche nella parola stessa. Infatti la parola deve perdere il suo senso”

Vladimir Majakovskij

Rileggendo i testi dell’artista calabrese, è facile già capire le matrici culturali che lo animano. Il teatro del novecento e la sua forza dissacrante sono senza dubbio di primaria importanza. Da questi grandi autori della drammaturgia novecentesca, il nostro cantante riprende innanzitutto l’uso straniante della parola e il nonsense come arma sottile di critica della realtà e delle convenzioni sociali. Per smascherare la società italiana dei suoi tempi, Rino non sceglierà la strada del teatro, ma il sentiero meno battuto di una innovativa “canzone teatrale”, smontando gli stilemi della canzone italiana d’autore tradizionale. L’eredità del teatro di Ionesco e Beckett consiste principalmente nella consapevolezza dell’assurdità della realtà, dell’incomunicabilità e dell’alienazione dell’uomo moderno contro la quale la parola non può nulla, ma si scarnifica fino a divenire a volte puro significante.

Non è pertanto fuorviante dire che con Gaetano nasce una sorta di “canzone d’autore italiana dell’assurdo”, di cui si farà felice – benché incompreso – interprete negli anni settanta. Accanto agli autori della drammaturgia novecentesca, Gaetano è un attento lettore di Aldo Palazzeschi dal quale erediterà un certo tono goliardico e giocoso, nonché il continuo ricorso al riso inteso come strumento liberatorio e insieme conoscitivo, capace di smascherare le convenzioni sociali. Rino pertanto decostruisce la figura del cantautore impegnato degli anni Settanta che si trasforma quindi in “cantautore saltimbanco”, che narra i mali della società in modo clownesco e apparentemente disimpegnato.

Due profili di Aldo Palazzeschi, uno dei poeti di riferimento per Gaetano

Nel 1973, mentre esce sulla scena musicale italiana l’impegnato Storia di un impiegato di Fabrizio De André, l’artista dà una svolta alla propria vita. Grazie alla mediazione dell’amico Antonello Venditti, Vincenzo Micocci, discografico a capo della IT, nonché procacciatore di talenti musicali originali e fuori dagli schemi, dà al ragazzo la possibilità di incidere il suo primo 45 giri che comprende due brani dai tratti comico-burleschi: I love you Maryanna e Jacqueline. Rino, tuttavia, decide di scegliere uno pseudonimo, Kammamuri’s, nome che evoca il compagno di Sandokan nei I pirati della Malesia di Emilio Salgari. La scelta del soprannome dipenderà dalla ritrosia e dalla proverbiale discrezione del cantante che, secondo quanto dirà in seguito Micocci:

“Si considerava un autore, non un cantante. Era convinto di non avere una bella voce

Copertina del primo 45 giri di Rino Gaetano

Nonostante lo scarso successo del 45 giri, Rino è intenzionato ad andare avanti. E così l’anno seguente esce il primo ellepì con il suo nome dal titolo Ingresso libero. È un album composto da nove tracce in cui si respira un significativo impegno politico e sociale. Inoltre, sono già presenti i temi fondamentali della produzione musicale di Gaetano: il surreale e il paradosso – in particolare in A.D. 4000 D.C. – l’emigrazione, l’alienazione industrialein L’operaio della Fiat, La 1100 –, l’amoreTu, forse non essenzialmente tu. Il titolo dell’album è un chiaro riferimento alla libertà di pensiero del cantautore crotonese che entra consapevolmente nel mondo della musica che conta da vero outsider. Uno dei brani di maggiore successo è Ad esempio a me piace il Sud, un pezzo scritto durante un viaggio nel Meridione in autostop nel 1970.

Il Sud di Gaetano, presente anche nell’altro brano dell’ellepì Agapito Malteni il ferroviere – a controcanto della più celebre La locomotiva di Francesco Guccini –, appare tutt’altro che stereotipato. Si tratta di un mondo agricolo autentico e mitico insieme, molto simile a quello descritto da Carlo Levi nell’indimenticato Cristo si è fermato a Eboli: intarsiato di paesaggi brulli, di ciò che è veramente essenziale – pane, acqua e vino –, di austeri abiti scuri, di ataviche ingiustizie sociali a causa delle quali il contadino che fa il vino non può permettersi di comprarlo. Il Sud di Gaetano è, inoltre, una terra chiaramente preindustriale e, per dirla con Pasolini:

“Preistorica e arcaica”

Copertina di Ingresso libero, album di esordio dell’artista calabrese

Un mondo rurale la cui vita scorre secondo i ritmi della natura e di una ritualità quasi sacra: l’autore, infatti, immagina di condividere la strada con un contadino, di assistere a un gioco di bambini intorno al fuoco, di osservare da lontano la luce delle lampare e immergersi in un sonno ristoratore sulla spiaggia. Il brano, in sostanza, è un canto malinconico e lirico su un mondo emarginato e cristallizzato. Nicola di Bari, cantante già vincitore del Festival di Sanremo del 1972, ne rimane affascinato e decide di cantare il brano a Canzonissima. Così il nome di Gaetano comincia a circolare nel panorama della musica d’autore italiana.

Nonostante la pubblicità di Nicola Di Bari, l’ellepì non riscuote un grande successo di pubblico. Rino tuttavia non demorde, anzi, ha un vero colpo di genio. Proprio mentre la fama sembra voltargli le spalle, nei primi mesi del 1975 scrive di getto Ma il cielo è sempre più blu. Nella primavera del 1975 esce il 45 giri contenente “Ma il cielo è sempre più blu” (lato A), e “Ma il cielo è sempre più blu” parte due (lato B). Il successo del brano è straordinario. Il ritornello è orecchiabile, la sintassi semplice e immediata, le parole comuni. Ma cos’è questo pezzo? Non è semplicemente una canzone estiva, come si direbbe oggi, da cantare sotto l’ombrellone o accanto a un falò di ferragosto.

Scatto artistico di Gaetano

Si passa in rassegna, come un elenco – apparentemente – senza ordine né fine, ma in modo sempre più incalzante, una galleria di tipologie umane, molte delle quali appaiono come vittime della società. In opposizione ad esse spicca il ritornello liberatorio “Ma il cielo è sempre più blu”. Il brano è tutt’altro che leggero e scanzonato, ma umoristico: Rino in realtà vuole ridicolizzare i vizi e le convenzioni della società che non possono opporsi al correre indisturbato della storia. In fondo, il cielo, vero protagonista del ritornello, guarda da lontano e imperturbabilmente l’affannarsi di vincitori e vinti. L’autore spiegherà con queste parole il significato della canzone:

“È un elenco di personaggi che si susseguono così, senza un ordine ben preciso. Dove ci sono quasi sempre immagini inutili o cattive. Al di sopra di tutto questo c’è ‘Ma il cielo è sempre più blu’, che però pone una domanda nell’ascoltatore, credo almeno di aver raggiunto questa cosa qui. Il cielo è sempre più blu per chi? Per chi vive in baracca o per chi gioca a Sanremo?”

Precisando subito dopo:

“Ci sono immagini tristi o inutili, ma mai liete, in quanto ho voluto sottolineare che al giorno d’oggi di cose allegre ce ne sono ben poche, ed è per questo che io prendo in considerazione chi muore al lavoro, chi vuole l’aumento”

Copertina dell’album Mio fratello è figlio unico

Il successo del brano porta il ragazzo inevitabilmente sotto i riflettori. Il 18 maggio partecipa alla trasmissione televisiva Angeli e cornacchie: dietro a una finestra a sbarre predisposta appositamente per la sua esibizione, intona il ritornello del brano. Così il giovane venticinquenne fa il suo ingresso nelle case degli italiani. La vena creativa di Gaetano sembra inarrestabile: nell’aprile del 1976 esce il suo secondo 33 giri, Mio fratello è figlio unico, un ellepì costituito da otto tracce il cui tema centrale è rappresentato dall’esclusione raccontata con una dose di paradosso e di umorismo, cifra sempre più evidente dei suoi brani. E proprio su un paradosso, anzi su un ossimoro, si fonda il brano che conferisce il titolo all’album a proposito del quale Rino si esprimerà in termini molto chiari:

“Praticamente analizzo la situazione dell’escluso, dell’emarginato dalla società, e ne concludo che in fondo, siamo tutti figli unici: i rapporti di convivenza sono dettati solamente dal dovere, e non dal piacere di incontrarsi e di collaborare umanamente”

Queste parole, che sembrano le battute conclusive di un personaggio pirandelliano, sottolineano la solitudine dell’uomo moderno: il destino che si abbatte inesorabilmente su ciascuno di noi, nonostante l’essere “fratelli”, coincide con l’emarginazione, la segregazione dalla società il cui equilibrio si incentra sulla convenienza e la convenzione. La scelta della copertina non è casuale: un cane solo, illuminato da un cono di luce che diviene così metafora della condizione esistenziale dell’essere umano, incapace di solidarietà e abituato a vivere secondo regole di convivenza brutali e animalesche. Il messaggio, pertanto, è molto sottile e pungente, carico di pessimismo.

Uno dei brani più riusciti dell’album è E Berta filava, in cui si manifesta in maniera emblematica la forza dissacrante del cantante. Il brano fa chiaramente il verso al Fila la lana di Fabrizio De André, nel quale si fa allusione ad una donna che attende, quasi senza speranza, il suo uomo che è partito per la guerra. Il “filare” a cui allude il cantautore crotonese, però, non è altro che la condotta disinibita di Berta che si intrattiene con uomini diversi. Da una parte, quindi, si prende in giro la canzone d’autore italiana, che ha in De André uno dei rappresentanti più noti; dall’altra parte l’autore tratta, con la solita vena dissacrante, un tema di grande attualità: la libertà e l’emancipazione femminile, che era negli anni Settanta al centro del dibattito pubblico.

L’impegno politico del ragazzo calabrese diventa evidente nel 1977, anno in cui il Belpaese è turbato da eventi traumatici. Si intensificano, infatti, gli attentati di matrice terroristica e l’opinione pubblica viene scossa dal processo politico per il cosiddetto scandalo Lockheed in cui sono coinvolti i due ex ministri Luigi Gui e Mario Tanassi. Neanche i cantautori sono esenti dal clima di violenza e agitazione sociale: il caso forse più eclatante si registra a Milano, dove molti giovani, per protestare contro l’eccessivo costo del biglietto, sfondano i cancelli e mettono a ferro e fuoco il palco su cui si esibisce la band di Carlos Santana. Il chitarrista da lì a due giorni scapperà dall’Italia. Questo insostenibile clima di tensione politica impone una riflessione. E così nello stesso anno esce l’album più riuscito dell’autore: Aida, un’istantanea dolceamara dell’Italia.

La copertina di Aida

Aida comprende nove tracce e si contraddistingue per un realismo e una forza satirica superiori a quelli degli album precedenti. La canzone che dà il titolo all’album, oltre a richiamare espressamente una delle opere più celebri di Verdi, prende spunto da un capolavoro del cinema italiano, come dirà Rino:

“Ho pensato alla terza parte di Novecento, il film di Bertolucci. È una donna a cui è stato imposto uno di quei nomi che ogni buona madre fascista usava dare ai propri figli. Aida è anche l’Italia stessa, dalla guerra d’Africa fino ai giorni nostri. È una storia di una donna, con marito che ha fatto la guerra in Africa, ed è la storia dell’Italia degli ultimi trent’anni”

L’obiettivo dichiarato è proprio quello di rappresentare i problemi che attanagliano l’Italia di allora: in particolare la corruzione e la crisi politica, la crisi energetica, l’emarginazione sociale. Aida pertanto diventa la personificazione di un’Italia eternamente divisa, bella ma deturpata dalla corruzione e da una classe politica inadeguata. Un affresco purtroppo molto attuale. L’ellepì dà al cantautore ancora maggiore visibilità sul canale di informazione per eccellenza degli italiani: la televisione. Il 19 agosto del 1977 il cantante, infatti, è ospite della trasmissione Auditorium A, in cui un cordiale Gino Paoli lo introduce così:

“Mi diverte perché è un po’ l’erede di un certo tipo di nonsense, di marinetterie, del surrealismo più antico”

Gaetano si presenta con un casco coloniale e una pistola per pompa di benzina e intona i due brani più noti dell’album: Spendi, spandi, effendi e Aida. L’intento è quello di provocare il pubblico sui temi di estrema attualità come la crisi energetica iniziata nel 1973, trattata nel primo brano, e la crisi politica italiana, centrale in Aida, usando l’arma del travestimento, che diventerà uno degli strumenti di satira tipici del cantautore crotonese negli anni seguenti.

E proprio il teatro e il cabaret sono gli elementi che conducono Rino al festival di Sanremo del 1978. Convinto a fatica dalla casa discografica, il cantante si presenta con Gianna all’edizione numero ventotto della celebre kermesse canora. Sul palco l’autore scatena tutta la sua carica rivoluzionaria: entra in scena con una tuba nera e un frac sul cui bavero sono appuntate delle medagliette, un papillon bianco su una t-shirt. Imbraccia una piccola e comica chitarrina, l’ukulele.

Anche questa volta si vuole provocare: l’uso del cilindro sembra evocare, non tanto celatamente, un altro maestro della comicità e del paradosso, Ettore Petrolini, a cui il cantante calabrese dichiara di ispirarsi:

“Per quanto mi riguarda, parlerei piuttosto di un gusto per il paradosso, di vena surrealista e logica dell’assurdo. Vorrei diventare un Petrolini rock”

L’esibizione è una ventata d’aria nuova nell’ambiente ingessato del Festival che smaschera i canoni borghesi tramite un uso creativo della parola e il travestimento in chiave petroliniana. Gianna, che diviene una delle canzoni più in voga dell’estate – in pochi mesi supererà le seicentomila copie –, è un testo snello e molto orecchiabile in cui l’artista ironizza sulle tesi e le illusioni che ciascuno di noi difende a spada tratta.

Un’istantanea dell’immenso Ettore Petrolini

La protagonista del brano, in fondo, rappresenta ogni essere umano desideroso di sostenere le proprie (illusorie) idee ed ideologie, che tuttavia, alla fine, non può rinunciare a vivere la vita così come viene e a godere di quello che essa gli regala. A proposito del titolo, l’autore dirà che le contraddizioni che agitano Gianna:

“Sono le contraddizioni delle ragazze di oggi, e non solo delle ragazze, ma di tutti noi. Io credo che siamo tutti un po’ confusi, viviamo in un periodo di confusione generale, quindi, anche noi siamo portati a metterci su un podio e dire: “Alt, adesso io vi illustro le mie tesi”. Che chiaramente corrispondono alle mie illusioni”

Mentre impazza Gianna, che gli permette di ottenere il terzo posto a Sanremo, Rino incide il quarto album, Nuntereggae più tra l’aprile e il maggio del 1978. Sono mesi di grande tensione per la democrazia italiana: il 16 marzo viene sequestrato dalle Brigate Rosse il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, il cui cadavere verrà fatto trovare in una Renault 4 rossa il 9 maggio.

Il nuovo album, composto da nove brani, risente senza dubbio del clima difficile che vive l’Italia in quei frangenti, anche se viene declinato nello stile ormai tipico del cantautore. Di per sé già il titolo è una invenzione del tutto originale: l’autore gioca ancora una volta con la parola sfornando un neologismo riuscitissimo. Mescola, infatti, l’espressione romanesca nun te reggo, cioè “non ti sopporto” con la parola reggae, genere musicale da lui molto apprezzato sin dall’adolescenza.

Copertina dell’album Nuntereggae più

Del reggae tuttavia nel disco non c’è traccia. Il cantante vuole scherzare e spiazzare. Il testo del brano che dà il titolo al 33 giri si fonda nella fattispecie su un lungo elenco di problematiche e personaggi che animano la scena italiana a lui coeva: i partiti – oltre ai singoli partiti che costellano il panorama politico italiano, è chiaro il riferimento a Enrico Berlinguer, guida storica del PCI –, le convenzioni etiche e sociali – la castità, la verginità, il maschilismo –, i personaggi televisivi – Paolo Villaggio, Francesco Guccini, Maurizio Costanzo, Raffaella Carrà, Mike Bongiorno –, le personalità influenti dell’economia e dell’industria – la famiglia Agnelli, Monti, Pirelli – e dello sport – Niki Lauda, Carlos Monzón, Adriano Panatta, Gianni Rivera –, i privilegi – sangue blu, auto blu –. La critica e la condanna politica sono presenti anche negli altri brani del disco: in particolare Fabbricando case e Capofortuna insistono sul tema della corruzione della degenerazione della classe dirigente italiana, mentre E cantava le canzoni riprende il rapporto tra emigrazione e emarginazione.

Il 1978 è anche l’anno della consacrazione definitiva dell’artista in televisione, che è ospite di due note trasmissioni televisive: Discoring condotto da Gianni Boncompagni e Acquario diretto da Maurizio Costanzo. Ciò che colpisce è il tono denigratorio con cui i due presentatori trattano l’artista di Crotone. Boncompagni, infatti, nonostante Rino cerchi di soffermarsi sulla ricercatezza dei suoi testi, tratta il cantante alla stregua di un menestrello di intrattenimento di bassa lega. Anche l’atteggiamento di Costanzo, al cui tavolo siede Susanna Agnelli, una delle persone nominate in Nuntereggae più, non è diverso.

In effetti proprio nei mesi centrali del 1978 i critici e il pubblico “colto” stanno affibbiando a Gaetano un’etichetta difficile da estirpare e che purtroppo accompagnerà il nome di Gaetano negli gli anni a venire: questo menestrello venuto dal Sud sarebbe un cantante furbo, che è riuscito a sfondare con un uso qualunquista e banale dei luoghi comuni italiani. Insomma, canzoni ironiche, leggere e prive di contenuto. Così, infatti, si esprimeva uno dei critici dopo l’uscita dell’ultimo album:

“Rino, un calabrese emigrato a Roma, è un furbo di tre cotte ed è riuscito (quasi) a toccare i vertici del successo con le trovate di tutti i giorni, con materiale che non ha nulla della trasfigurazione artistica, niente di particolarmente fantasioso e sconvolgente, con le parole, i gesti, le smorfie, i tic di tutti i giorni, con il banale insomma”

Dopo il grande successo di Gianna e di Nuntereggae più, Vincenzo Micocci capisce che Gaetano non è più un pesce piccolo della musica d’autore italiana, ma può entrare nel mondo discografico dei grandi. Nel 1979 il cantante firma in esclusiva un contratto con la RCA, uno dei colossi discografici, che gli impone dei tempi stretti per la produzione del nuovo disco. Il mercato non può attendere.

Geateno si esibisce durante il Festival di Sanremo del 1978

Il produttore è Giacomo Tosti con cui Rino stabilisce un buon rapporto. Nel febbraio del 1979 Rino viene spedito a Città del Messico dove vengono registrate le basi, la chitarra e il pianoforte e il basso, mentre a Miami vengono incisi mariachi, archi, fiati e il coro. Nasce così Resta vile maschio, dove vai? Un album musicalmente più ricercato e senza dubbio meno spontaneo. L’ellepì, che non ha un grande seguito tra il pubblico, presenta delle significative singolarità. Innanzitutto, la copertina perde il valore “simbolico” che aveva negli album precedenti e si presenta come un montaggio fotografico in cui Rino, come un corpo estraneo, osserva due splendide ragazze oleate che si baciano. Inoltre, il brano che dà il titolo all’album, anch’esso di solito assai allusivo, è scritto da Mogol.

Anche l’immagine pubblica di Rino in qualche modo si modifica: i concerti che hanno inizio il 5 luglio prevedono un dispiegamento di musicisti notevole e una preparazione più attenta della scenografia. Rino non è più il cantautore che con le sole voce e chitarra coinvolge i suoi spettatori in esibizioni “caserecce” ed estemporanee, ma è costretto a indossare oramai le vesti del cantante “di massa”, dell’intrattenitore vero e proprio. L’album perde la vitalità e la vis satirica dei precedenti, ma si fonda per lo più sul tema del triangolo amoroso – presente nella canzone che dà il titolo all’ellepì – e del sesso libero, interpretato in chiave umoristica – argomento centrale nel brano Nel letto di Lucia –.

Il montaggio fotografico di Resta vile maschio, dove vai?

Rimane nell’ombra il tema del Sud che riecheggia soltanto in Anche questo è Sud, mentre il brano forse più lirico (e nostalgico) è Io scriverò, un canto di speranza. Qui l’autore si presenta come un eroe a tempo perso che, ripartendo dalla semplicità e dall’essenziale, ritroverà la sua strada, la sua salvezza. Un inno all’autenticità a cui, nonostante tutto, l’artista non vuole rinunciare. Nel 1979 Gaetano partecipa alla finale del Discoestate e alla puntata di Domenica In del 3 novembre. Nel primo caso, scatena tutto il suo animo ribelle e provocatorio: il cantante non cede al conformismo degli altri interpreti che fingono di cantare – a tutti infatti è imposto il playback –.

Sul palco tira fuori una sigaretta, l’accende e lascia scorrere il suo brano, mentre il pubblico protesta. Ancora una volta, l’artista mette a nudo la realtà e, come un attore del metateatro pirandelliano, squarcia il cielo di carta e smaschera la finzione che si cela dietro al mondo dello spettacolo. Nella puntata di Domenica In, in cui è chiamato a cantare nel Letto di Lucia conversa con uno scaltro Pippo Baudo che lo provoca, anche se bonariamente. Alla fine, il presentatore siciliano gli chiede:

“Senti, l’ultima domanda che ti volevo fare: queste tue canzoni, che sono sempre cariche di nonsense… questi tuoi nonsense, che metti parole una dopo l’altra, eccetera…tu chi vuoi essere? Renato Rascel, Renato Carosone, oppure Renato Zero?”

È nella risposta che si svela l’arte di Gaetano:

“Re-nato. Soltanto Renato. Re-nato”

Il 1980 è un anno intenso per il ragazzo di Crotone che si dedica con grande alacrità alla creazione del nuovo album. Le apparizioni in televisione si fanno più rade. E io ci sto è il titolo dell’ellepì edito dall’RCA alla fine del 1980. È un album originale sia da un punto di vista musicale che testuale. L’autore sceglie prepotentemente la strada del rock anche se non disdegna sound latino americani e l’uso di strumenti originali come il sitar. Relativamente ai testi, riduce il surreale e il nonsense a favore di testi di immediata comprensione. E io ci sto, infatti, rappresenta il manifesto del ri-nato Gaetano, che afferma senza mezzi termini la voglia di esserci, di schierarsi, di mettersi nuovamente in gioco.

La rivoluzione per cui si batte l’artista non sta nelle lotte, nelle ideologie, negli slogan, nella mera retorica, ma risiede semplicemente nell’autenticità dei sentimenti e nella forza della dignità. In fondo è sempre stata questa la rivoluzione di Gaetano: ironizzare con estrema semplicità sui mali dell’Italia non mettendosi mai su un piedistallo e regalando a tutti indistintamente un momento di impegnata evasione. La peculiarità dell’ellepì è espressa chiaramente dall’artista in questi termini:

“Per qualche tempo mi è piaciuto scherzare, mi sembra perfettamente naturale, come un peccato di gioventù. Ora voglio essere certo che il pubblico non mi veda come un guitto. E non voglio distrarlo con abbigliamenti stravaganti, perché il mio desiderio è che ascolti con attenzione le mie canzoni”

La copertina di E io ci sto, ultimo ellepì dell’artista

Anche la scelta della copertina non lascia dubbi sulla tendenza alla maggiore introspezione dell’artista, il quale si fa immortalare in una mattina di primavera in una posa naturale con in mano un giornale mosso dal vento. Il suo sguardo brilla di naturalezza e di un nuovo senso di responsabilità. Nel brano Ti ti ti, il cantante ritorna alla critica politica, soffermandosi in particolare sull’élite di sinistra, uscita con le ossa rotte dopo il fallimento del compromesso storico. Di sconvolgente attualità è il brano Metà Africa metà Europa in cui la storia dei due continenti, squassati rispettivamente da guerre coloniali e dalle lotte di classe, si fonde nel Mediterraneo, il luogo della nostalgia e del ricordo.

L’Italia quindi si presenta come metà Africa e metà Europa, come una terra di frontiera e di confronto. L’ultima traccia, Scusa Mary, ricorda Aida poiché l’artista ripercorre gli ultimi trent’anni di storia di Italia e più in generale dell’Occidente.Il nuovo album non scalda gli animi del pubblico. La RCA allora spinge il cantante a sperimentare qualcosa di totalmente nuovo: in un momento di crisi per le case discografiche, Rino è chiamato a collaborare con altri due artisti in una nuova tournée e accetta l’impresa con tiepida approvazione.

Gaetano e Cocciante durante una esibizione della tournée del QConcert

Sono precettati Riccardo Cocciante e Giovanni Tommaso, esponente di spicco dei New Perigeo, band di stile progressive. Da questo sodalizio nasce un Qdisc contenente quattro brani molto brevi: Ancora insieme, A mano a mano, Aida, Aschimilero. L’album ha un discreto successo. In tournée Rino, tuttavia, si presenta poco motivato e, quando la RCA gli propone di collaborare con i New Perigeo e Anna Oxa per un nuovo Q Concert, Rino non si dimostra entusiasta.

Il Qdisc prevedeva la raccolta di quattro brani di genere diverso: un brano pop, uno rock, uno folk e uno corale. Ma la storia, come è noto, non segue strade programmate: prende spesso un corso del tutto inaspettato. La notte del 2 giugno del 1981 alle tre del mattino sulla sua Volvo 343 Rino sfreccia sulla via Nomentana. Sta per tornare a casa. All’incrocio di viale XXI aprile, il cantante perde il controllo dell’auto che sbanda e invade la corsia opposta dove incrocia un camion. L’impatto è forte, Rino perde i sensi ed entra in coma. Le condizioni sono gravissime. Nonostante i ripetuti tentativi da parte dei soccorsi, non si riesce a trovare un reparto libero di traumatologia cranica. Alle sei del mattino l’artista si spegne.

Conforta sapere che la fama di Rino Gaetano si sia ampliata negli ultimi anni. Lo dimostra il fiorire di tributi, di band e di cantanti che si ispirano espressamente a questo artista a lungo bistrattato e, forse, impreparato ai frenetici ritmi imposti dallo spettacolo e dal successo. Oggi, ricordare il Rino Gaetano cantore libero e dissacrante dell’Italia è un impegno delle nuove generazioni, spargere i semi autentici della sua rivoluzione il dovere di ogni cittadino.