“Il peronismo è essenzialmente popolare, ogni fazione politica è antipopolare e pertanto non è peronista” (Manifesto Justicialista)

Destra e Sinistra, sopratutto oggi, in tempo di elezioni, sono due posizioni ideologiche che ancora rivendicano – secondo i loro esponenti – una sostanziale differenza di “ideali” (se è ancora dato parlarne), di contenuti e di modi di azione. E’ vero che storicamente una destra ed una sinistra sono esistite, ed è vero che essenzialmente sono due fazioni ideologicamente opposte. Ma attualmente è possibile parlare di una destra e di una sinistra come alternative concrete, come soluzioni di una crisi istituzionale che è andata oltre le ideologie e deve far fronte ad un vuoto concettuale – il qualunquismo – di fondo insito ontologicamente in questa nuova concezione della politica?

La storia di Juan Domingo Peron, tra successi e fallimenti, è la prova che si può andare oltre le ideologie, i partiti e i frazionismi, e che un popolo può sempre sollevarsi e recuperare la propria dignità.

Peron fu prima un generale poi un politico argentino, nato nel 1895 a Lobos. Prestò servizio come osservatore militare in Italia e qui venne in contatto con la realtà fascista da un lato e quella socialista dall’altro. Fu nel 1943 che partecipò attivamente al gruppo degli ufficiali uniti per destabilizzare il governo di Ramon Castillo, caratterizzato dal periodo della “decade infame” a causa della corruzione e dei brogli elettorali. Divenne ministro del lavoro e dello stato sociale nel nuovo governo. Tuttavia le sue politiche sociali a favore di una valorizzazione del lavoro e delle forze operaie gli crearono una serie di nuovi nemici all’interno di quell’ala più vicina agli interessi dei grandi proprietari terrieri. Venne infatti spinto a dare le dimissioni nel 1945 e fu arrestato subito dopo. Ma il sindacato CGT (Confederazione Generale del Lavoro) organizzò una manifestazione con più di 100 mila persone, “los descamisados”, che rivendicarono la sua liberazione a Plaza de Mayo, a Buenos Aires.

La scena politica cominciò così col frazionarsi dando vita ad un’unione decisamente anti-peronista, formata dai vari partiti di ispirazione comunista (tranne il Movimento operaio Comunista),  socialista, e il partito democratico progressista. Questa fazione era apertamente sostenuta dal governo degli Stati Uniti che si intromise tramite l’influenza diplomatica e quella monetaria in tempo di elezioni. Spuille Braden, l’ambasciatore statunitense, per delegittimare il generale agli occhi del mondo democratico Occidentale, parlò di Péron come dell'”Hitler di domani”. Ma il forte consenso popolare aprì le porte del Governo a Peron con il 56% delle preferenze durante le elezioni del 1946.

Il movimento peronista, detto anche giustizialista, viene così a prendere una forma politica concreta che ancora oggi pare difficile definire per la diversità dei movimenti e persone che, successivamente, si rivendicarono peronisti (si pensi alla differenza tra Menem e Nestor Kirchner  entrambi peronisti). La forma politica peronista, mise perciò in crisi, in un certo senso, l’opposizione e l’alternanza democratica di ideologie quali destra e sinistra, cercando un sincretismo più profondo che fu poi chiamato “terza via”: la soluzione “ni izquierda, ni derecha”, né socialismo né capitalismo.

Tuttavia il grosso della propaganda anti-peronista, proprio per delegittimare la sua politica, tacciò il governo del capo di Stato argentino di fascismo. Ancora oggi questa critica echeggia nelle diverse scuole di pensiero insieme all’accusa – così vaga e indefinita – di populismo. Ma Péron, a differenza di Mussolini, rispettò sempre il multipartitismo e dal 1946 fino al 1955 il suo governo fu sottoposto a tutte le elezioni presidenziali, regionali o municipali che confermarono ogni volta l’ampio consenso popolare. Allo stesso modo vi fu il rispetto per la Costituzione e per le divisione dei poteri che non furono mai accentrati nella sua persona.

Fu così che Juan Domingo Peron, alla testa del popolo argentino, si distaccò dalle pressioni – che dal 1823, anno della dottrina Monroe, sfiancavano il Sudamerica – statunitensi e britanniche, e si lanciò verso la modernizzazione industriale del Paese.

Vicino ai movimenti operai e alla dignità del lavoratore, Peron rinnovò la Costituzione annettendovi il diritto allo sciopero, alla salute e all’educazione. Il peronismo fu caratterizzato dalla sovranità politica, dalla giustizia sociale impostata sulla collaborazione delle classi,  dall’indipendenza economica dei monopoli internazionali: il capo di Stato nazionalizzò le compagnie di proprietà straniera nel settore delle telecomunicazioni, del gas, dell’elettricità e dei trasporti. Nazionalizzò la banca centrale e vietò l’esportazioni di capitali per aiutare lo sviluppo del mercato interno.

La politica peronista fu un esperimento che vide collaborare per la prima volta l’insieme del corpo statale tra cui i lavoratori, gli industriali, le forze armate e la Chiesa cattolica. L’oligarchia ne rimase esclusa diventando sin da subito la principale nemica del giustizialismo. Così Peron riuscì a distribuire la ricchezza a favore delle sue basi sociali, aumentando il potere d’acquisto dei salari, accrescendo le prestazioni sociali, garantendo agevolazioni fiscali ed incentivi per le imprese nazionali, avviando piani di industrializzazione, creando uno Stato forte ma liberale di diritto.

Peron vinse nuovamente le elezioni del 1951, e rimase al governo sino al 1955. Proprio in questo stesso anno, un golpe militare guidato dai membri della “Revolucion Liberadora” fece cadere il generale e lo rimpiazzò con Eduardo Lonardi. Anch’esso peronista, ma contrario alla figura di Peron, fu poi allontanato dall’ala più anti-peronista del parlamento. Peron venne esiliato e tornò in Argentina solo nel 1973. Nello stesso anno fu rieletto presidente dopo le elezioni indette dal suo predecessore dimissionario. Peron morì un anno dopo, nel luglio 1974.

Sui risultati della sua politica il consenso rimase sempre ambiguo. Il suo modello nei primi anni sembrò funzionare, poi si inceppò  a causa di un periodo di grave crisi per l’Argentina, all’inizio degli anni 50′, dovuto alla caduta dei prezzi dei prodotti agricoli e ad una grande siccità. Un altro problema fu il rapporto tra Peron e la Chiesa, che se in un primo tempo fu pacifico e di reciproca ispirazione, infine si rivelò in contrasto. La Chiesa volle creare un Partito democristiano a danno del partito giustizialista. Fu così che tornato dall’esilio Peron si ritrovò tra le mani un grande movimento frammentato in cui lui non riusciva più ad essere il collante.