Nell’occasione del suo soggiorno estense, Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, cambia il suo nome: ne sceglie uno dal suono latineggiante, ovvero Paracelso, che letteralmente significa “più grande di Celso”. Celso è sicuramente quell’Aulio Cornelio Celso, medico ed enciclopedista romano vissuto nel I secolo dell’era volgare, il quale è ricordato soprattutto per il suo complesso trattato Sulla medicina, composto tra l’impero di Augusto e Tiberio. Chirurgia, ortopedia, farmacologia, anatomia; salassi, dispnea e asma, cura dei porri e delle lentiggini, autopsie, vivisezioni, dettagliate descrizioni anatomiche: il testo di Celso fu rivoluzionario. Dirsi più grande del medico che superò Ippocrate, perciò, non è di certo cosa da poco. Teofrasto era nato il 14 novembre 1493 ad Einsiedeln, oggi comune della Svizzera tedesca. Il padre, Wilhelm von Hoheneim, un nobile decaduto, fu il primo insegnante di Paracelso, mentre la madre, un’ecclesiastica, scomparve quando egli era ancora bambino, evento che molto probabilmente segnò traumaticamente il giovane. Paracelso si trasferisce con Wilhelm in Carinzia e viene messo sotto la guida di Giovanni Tritemio, homo universalis, astrologo e occultista tedesco. La sua vita, di fatto, è una storia di viaggi. Paracelso passò la giovinezza, infatti, a vagare per l’Europa. Studia in più università, destreggiandosi tra la chimica e la medicina.

Raffigurazione di Paracelso del 1540 circa

Nel 1513 giunge a Ferrara presso una delle più prestigiose e antiche facoltà mediche dell’Europa moderna, dove divenne dottore in medicina. A ventidue anni viene assunto come medico militare sotto Carlo I re di Spagna – successivamente noto come l’imperatore Carlo V – durante la sua invasione napoletana, ma il desiderio di viaggio prevarrà, come prevarrà la convinzione che la ricerca e il senso profondo delle arti non possa racchiudersi in un’unica terra d’origine, ma necessiti di un vero e proprio pellegrinaggio per essere colto, tramite un continuo approfondimento fatto di luogo in luogo. Teofrasto viaggiò perciò per anni, nelle Fiandre, in Danimarca, in Inghilterra, in Francia, in Africa. Re Cristiano II, in Danimarca, lo nomina medico di corte, così come verrà invitato a corte da un altro importante sovrano, lo zar di Russia in persona. Personalità singolare rispetto a quella dei medici “di canone”, i quali si ispiravano principalmente ad Ippocrate e Galeno, i cui testi il medico-alchimista bruciò simbolicamente e pubblicamente a Basilea, Paracelso considerava arte medica anche quella medicina “minore” o, per meglio dire, “popolare”, la quale, come testimonia la storia della scienza, riuscì a vedere lungo su molti aspetti della disciplina – farmacologici, ad esempio – che solo la più recente medicina contemporanea è riuscita a rivalutare.

Ritratto di Carlo V in armatura del pittore Juan Pantoja de la Cruz datato 1605, da un dipinto originale di Tiziano

Sulla strada per Mosca, in una locanda, Paracelso viene fatto prigioniero dai Tartari. Questi, sapendolo medico, dimostrarono grande rispetto nei suoi riguardi e nei riguardi della sua professione, tanto che la prigionia si rivela per Teofrasto un prolifico “soggiorno di studi”: in quest’occasione imparerà, infatti, nientedimeno che l’arte sciamanica. Giungerà fino in Africa passando dalla Grecia e vi farà successivamente ritorno, arrivando in Etiopia, in un viaggio che era partito dal Polo. Quando farà ritorno in Europa, dal padre, la carriera di Paracelso è ormai costellata da ricerche ultra-specialistiche, tra le quali quelle sull’arte della trasmutazione dei metalli. La successiva fama di Paracelso come alchimista e come dotto capace di trasformare i metalli in oro andò presto incontro alle convinzioni spirituali e morali dello scienziato-filosofo, il quale sembrò particolarmente avverso all’idea di assegnare troppa importanza ai beni materiali e terreni. Questo non vieta il diffondersi, già all’epoca, di alcune storie, asserite dallo stesso biografo di Paracelso, il quale affermò che durante un soggiorno dal duca di Baviera trasformò il mercurio in oro e che molti si rivolgevano al medico di lingua tedesca non tanto per le prestazioni sanitarie, ma per acquistare od ottenere da lui il prezioso metallo.

Dipinto di Joseph Wright di Derby raffigurante l’alchimista Hennig Brand, in cerca della pietra filosofale, ma che scopre il fosforo. 1771, rilavorato nel 1795

Nel 1524 riparte. Va in Austria, a Salisburgo, dove apre uno studio medico, ma non dura a lungo. È vero: poco dopo si dirà che sul Danubio, Paracelso fosse riuscito a guarire una giovane donna da una paralisi che l’affliggeva dalla nascita tramite l’ausilio di un farmaco di sua stessa invenzione, l’Azoth. Ma se Paracelso fu in questo periodo fatto prigioniero non è a causa della sua arte. Molti colleghi lo dicevano impostore, se non, addirittura, stregone, sì, ma erano piuttosto certe sue idee sull’anima e su Dio ad essere sgradite ai più: le manifestava pubblicamente, non tra i leggendari laudani o gli arnesi chirurgici, ma tra i boccali di birra nelle taverne, per le quali Paracelso sembrava avere una vera passione e dove il medico disquisiva animosamente di filosofia e di morale, polemizzando contro i costumi del mondo e per il perseguimento delle virtù dello spirito in vista del regno dei Cieli, idee simili a quelle degli anabattisti, i quali, come sappiamo, non ebbero di certo vita facile nell’Europa di Carlo V imperatore. È interessante notare come in Paracelso convivano due diverse concezioni del corpo. Da una parte quella derivata dall’attenzione scrupolosa del clinico: Paracelso è un medico appassionato e, anzi, infervorato, tanto da approcciarsi alla disciplina con un fare megalomane e pioneristico. Divora gli insegnamenti del passato e si propone di superarli anticonformisticamente. Sue sono frasi che, persino ai nostri occhi ultracontemporanei, infarciti di scienza, suonano attuali:

“Se abbiamo conoscenza dell’anatomia dell’uomo interiore, possiamo anche conoscere la natura delle sue malattie così come i loro rimedi. Ciò che osserviamo con gli occhi esterni è la materia ultima”

E, con una più evidente sensibilità e abilità letteraria:

“Chi si limita a studiare e trattare gli effetti della malattia è come chi pensa di poter scacciare l’inverno spazzando la neve sulla soglia della sua porta. Non è la neve ad essere causa dell’inverno, ma l’inverno ad essere causa della neve”

Raffigurazione ricostruttiva di Paracelso nel suo laboratorio, durante un esperimento di palingenesi

Vi è una tensione nel corpo così come lo vede Paracelso: l’interno, complesso dotato di una potenzialità attiva, invisibile, che agisce come un conatus atto a mantenere la vita, e l’esterno, meccanicistico e macchinico, dove agiscono forze visibili. È interessante notare come Paracelso pensi che sia nella parte invisibile del corpo che si annidino le cause delle malattie e che la parte visibile sia solo uno “schermo” in cui si riflettono gli effetti di quelle cause nascoste: il medico è allora colui capace di vedere, sorprendentemente, “l’intimo dell’esterno”. Ma è sempre alla causa delle malattie che si deve guardare, sia che esse siano di natura meramente fisica che mentale, infatti egli intuisce acutamente che moltissime delle malattie che affliggono il corpo sono di derivazione tanto intima da essere, diremmo oggi, squisitamente psicosomatiche: curare solo gli effetti del male per Teofrasto non ha senso medico. Se è vero questo, allora notiamo come il sapere medico non sia una mera conoscenza di un uomo-macchina – parola che sarà in voga nell’illuminismo del primo Settecento –, ma di un uomo come essere complesso: il medico deve conoscere l’uomo nella sua interezza” e non solo nella sua parte esterna. Così la scienza si unisce alla filosofia e, diremmo, a una filosofia perfettamente cinquecentesca, laddove l’uomo appare davvero come un capolavoro cosmico, il più alto raggiungimento della natura:

“L’uomo ha in sé il firmamento tutto, il quale riproduce le costellazioni e gli consente di integrarsi nel ritmo e nel soffio eterno del cosmo”

Raffigurazione artistica contemporanea di un Homunculus

Per di più, se la natura è ciò che fa da condizione di possibilità dell’arte medica nel senso che, “farmacia che non possiede tetto”, fornisce tutte le strumentazioni e i processi grazie al quale mettere in atto la cura, Dio, vertice dei vertici, è il Medico con la M maiuscola. Solo nei confronti di Dio l’uomo è quella “carne dotata di anima”, materiale, effimera, volgare, in un certo senso “svilitarispetto a una realtà spirituale e trascendente. L’uomo, tuttavia, non smette mai di essere quell’ente che più di tutti in natura, meraviglia della creazione, può tendere verso quella realtà. Spetta alla mera storia medica annoverare Paracelso tra i pionieri dell’arte. Medico anticonformista e megalomane, spesso accusato d’essere troppo fuori dai canoni, ha una conoscenza enciclopedica non solo della natura in senso stretto, ma della scienza tradizionale. Paracelso è i primi, ad esempio, che pone attenzione all’ambiente in cui effettuare la cura: il paziente non solo deve trovarsi in un luogo adatto e confortevole perché la cura abbia effetto, ma il medico stesso deve entrare simpaticamente in contatto col suo paziente perché il processo riesca. L’attenzione alla dose del medicinale è scrupolosa. Tutto è veleno in natura per Paracelso: sta al medico selezionare la dose giusta perché il veleno non corrompa il corpo o, peggio, lo uccida, “è la dose che fa il veleno”.

“Ho osservato tutti gli esseri”

Stampa di epoca moderna ritraente Paracelso

Dice Paracelso, dalle pietre, alle piante e agli animali. Lo scienziato cerca di conoscere ogni elemento, di arrivare a una comprensione il più approfondita possibile di quella grande farmacia a cielo aperto che è la natura. Lui stesso spesso cura con farmaci di sua stessa invenzione. Celebre è la storia che vuole che sia stato Paracelso l’inventore del mitico laudàno, il medicinale – in questo caso, però, non oppiaceo – in forma di pillole che il medico diceva in grado persino di resuscitare i morti e di curare anche i mali più gravi. Un’altra domanda sorge a questo punto: perché un uomo di scienza, sapiente medico e viaggiatore, si interessa a un tempo dell’arte alchemica e della filosofia? Perché l’alchimia, per Paracelso, è un’arte filosofica prima che scientifica. Di certo alchimia e filosofia non sono estranee, se l’etimologia è una dottrina in grado di rivelarci verità autentiche: la pietra, il lapis color sangue – da Marsilio Ficino – che fa da simbolo per eccellenza dell’alchimia, viene nominata nientedimeno che pietra dei filosofi o pietra filosofale. La storia, che se vogliamo risale almeno sino a Tommaso d’Aquino, vuole che questa pietra fosse in grado di correggere se non addirittura annullare i processi di corruzione della materia tutta, dalle malattie alla morte, dall’oscurità intellettuale alla minorità chimica di certi metalli rispetto a quella dell’oro. È così che il teologo e filosofo, nel suo testo sul lapis philosophorum, benedice Dio per aver dotato l’uomo della potestas, del potere grazie al quale è possibile “commutare le specie naturali”, non intervenendo, per così dire, artificialmente sulla natura in modo da corromperne o manipolandone le possibilità, ma ut imitator naturae, cioè “secondo natura”.

Raffigurazione di Tommaso d’Aquino di Carlo Crivelli, eseguita nel 1476

Per Paracelso, difatti, l’alchimia è un’arte in grado di svelare la natura delle cose, perché è riflesso di una visione armonicamente o, per meglio dire, simpaticamente analogica del mondo, che vede nella distinzione macrocosmo-microcosmo, Cielo-Terra, tutt’altro che un’opposizione. Trasformare i metalli significa partecipare e intervenire nella stessa impermanenza che caratterizza i fenomeni della natura, realizzare e rispecchiare analogicamente la stessa metamorfosi delle cose naturali. Paracelso sarebbe allora colui che dopo Galeno, dopo Ippocrate, dopo Aristotele, dopo Averroè e lo stesso Tommaso d’Aquino, avrebbe svelato non solo i segreti, ma il senso di questa – così viene da lui stesso denominata – archidoxa o arciscienza. Ma non solo. Nel palinsesto del pensiero filosofico-scientifico di Paracelso, un ruolo di particolare preminenza spettava anche all’astrologia. Lo studio degli astri era per Paracelso la scientia magna delle arti magiche. A lui si deve, tra le altre cose, uno studio, per così dire, “preliminare” della cosiddetta cometa di Halley, anche se Edmond Halley, il celebre scienziato inglese, ne discusse solo nella prima metà del XVIII secolo, con la sua Synopsis Astronomia Cometicae. Ma l’astrologia di Paracelso ha una particolarità: essa, lungi dal voler delineare un determinismo cosmico rigoroso, è infarcita di quello spirito umanistico così filosoficamente vivo in Paracelso per cui sono le peculiarità di spirito di ogni singola natura umana, con il proprio carattere, la propria saggezza o intemperanza, la propria libertà, con la propria intenzionalità e le proprie azioni a costituire il vero motore della vita terrena.

Paracelso secondo Fritz Faiss, 1933

È lo spirito a trionfare sulla legge di natura e l’uomo è davvero quel faber ipsius fortunae, quell’artefice della propria sorte, tanto declamato dagli umanisti. Nel 1534 Paracelso interrompe gli studi sul cielo e si fa promotore di un azione che tutt’oggi considereremmo tanto impavida da risultare folle: curare dalla peste la popolazione di Vipiteno, nell’odierno Trentino, così come era riuscito a curare il grande Erasmo da Rotterdam dalla gotta e così come, all’opposto dello sfortunato Charles Bovary di flaubertiana memoria, salvò l’umanista Johann Froben, amico di Erasmo stesso, dall’amputazione di una gamba, a Basilea, dove Paracelso era stato nominato “medico cittadino”. Negli anni trenta del Cinquecento, scrive il suo capolavoro, l’Astronomia magna, dove Paracelso si definisce “mago”, paragonando il ruolo di questo a quello dei santi, con la differenza che il mago non opera sotto l’influenza di Dio, ma della natura. Paracelso morì il 24 dicembre 1541 a Salisburgo, in circostanze che allora furono circondate da leggende e misteri. Il suo ultimo desiderio fu quello, nientedimeno, di riuscire a riprodurre artificialmente la vita, sogno che l’uomo continua ostinatamente a coltivare e che è testimoniato non solo dalla grande letteratura, da Goethe a Mary Shelley, ma anche dalla storia della scienza e della filosofia, a partire almeno dal Settecento e dal materialismo di matrice illuministica di pensatori come La Mettrie.