La Transilvania di Octavian Goga è un quadro dipinto coi pastelli arcadici di verdi boschi di abeti e di campi falciati, morbidi e lisci come la seta, inondati dal sole sotto l’azzurro del cielo trapunto di farfalle svolazzanti. Ma il genius loci transilvano si rivela anche nelle tinte fosche di un paesaggio inospitale:

“Alle pendici oscure dei Carpazi

dove c’è suono di campane e accette

ed esce l’orso a passeggiare”

Qui, nel villaggio di Rășinari, lungo il confine rumeno dell’Impero asburgico, nasce nel 1881 Octavian Goga da Iosif, pope, e Aurelia, maestra. Studia con difficoltà al liceo ungherese di Sibiu: i risultati deludenti e uno scontro con il professore di storia lo spingono a trasferirsi al liceo rumeno di Brasov. Intraprende gli studi presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Budapest. Lascia l’università nel 1904 senza aver conseguito alcuna qualifica accademica. Un avvenimento fondamentale per la sua evoluzione intellettuale è rappresentato dalla collaborazione con la rivista Luceafărul, pubblicata nella capitale ungherese dagli esuli rumeni.

Al soggiorno nella antica città ungherese risale anche la maggior parte della sua produzione poetica. Un periodo di profonda crisi esistenziale lo spinge a tornare al villaggio natio. Viaggia in Germania, Francia ed Italia. Ritornato infine in patria, nella Romania interbellica ricopre più volte l’incarico di ministro, nel 1937 riceve dal re Carlo II, come presidente del Partito Nazionale Cristiano, l’incarico di primo ministro in un governo che ha il compito di indire nuove elezioni e che vedranno poi un inaspettato exploit elettorale della Guardia di Ferro di Corneliu Codreanu. Ritiratosi dalla vita politica, muore nel 1938 nella sua villa di Ciucea, nel distretto di Cluj.

Goga in uno scatto del 1900

Le principali raccolte poetiche di Goga – Canti, La terra ci chiama, Canti senza patria – dimostrano, sotto le varie articolazioni dei singoli componimenti, una notevole unità tematica dominata da un precipuo sentimento irredentista, nel desiderio di emendare il ruolo politicamente e socialmente subalterno della popolazione rumena della Transilvania, sognando l’unione coi fratelli del Regno di Romania. La regione storica della Transilvania, abitata dai Magiari e gli affini Siculi, dai Sassoni e dai Valacchi, dopo la battaglia di Mohács del 1526 si costituì come principato indipendente sottoposto al vassallaggio della Sublime Porta; dopo la pace di Carlowitz del 1699 venne inglobata nell’Impero d’Austria.

Durante tutte queste traversie storiche durate secoli, i contadini rumeni rimasero sempre legati in un rapporto feudale di sottomissione ai nobili magiari, che esercitavano il loro dominio dai castelli appollaiati sulle alture. La rivolta di contadini capeggiata da Vasile Ursu Nicola, noto come Horea, nel 1784 rappresentò solo un violento, ma effimero tentativo di riscossa. Grande impressione su Goga fanciullo provocò la vicenda e il processo che venne avviato dal “Memorandum”, documento col quale i rumeni di Transilvania, nel 1892, presentarono all’imperatore d’Austria le loro condizioni precarie di popolo oppresso dai Magiari.

Gyula Rudnay, Villaggio transilvano

Al centro del mondo goghiano vi è il microcosmo, che è allo stesso tempo macrocosmo, del villaggio rurale transilvano. L’autore, infatti, parlò della sua prima raccolta poetica come della “monografia di un villaggio”: qui si può sperimentare un mondo vero di sentimenti genuini e di idealità spontanee non compromesse dal cerebralismo cittadino. Riflette Goga:

“Il villaggio è il più grande serbatoio di energia nazionale e la sintesi che rappresenta il grande tutto: la stirpe. In questo microcosmo ho scoperto rispecchiata una vita spirituale molto ricca. Se qualcuno volesse cercare nel villaggio tutte le figure rese eterne dalle grandi letterature, le troverebbe certamente sia pure in forma rudimentale. Esistono in campagna Amleto e Tartufo, esiste l’Avaro, esiste Otello; tutte le figure complicate e tutte le grandi passioni ribollono in profondità”

L’esaltazione delle caratteristiche individuali nelle relazioni comunitarie è resa possibile proprio dalla dimensione raccolta ed unificante del villaggio. Questo mondo trova la sua nemesi nel mondo della città. Le grandi passioni “ribollono in profondità” nel villaggio, anche in forme violente ed eccessive come nella poesia “Gianni l’oste”. L’oste viene abbandonato dalla moglie e disperato decide di offrire tutto ciò che ha in cantina agli avventori. Si brinda e si festeggia: alla fine appicca il fuoco al tetto di paglia dell’osteria.

Il villaggio vive nella fissità quasi ieratica di un’icona, in un presente che è contemporaneamente passato, ma allo stesso tempo si articola internamente in individualità ben definite, come il pope, il vecchio maestro, la maestra bionda. Tra questi personaggi protagonisti degli idilli rustici goghiani, troviamo il vecchio suonatore zingaro, Nicolino l’Orbo, uomo dotato di grande umanità e protagonista di un trittico: alla sua morte, arriva in cielo e davanti a Dio e San Pietro attorniati da un coro angelico, intona nel suo canto la tristezza che tormenta l’animo del contadino transilvano.

Octavian Goga negli anni venti del Novecento

Nella città queste grandi passioni, eccessive ma anche vivificanti, sono inaridite e spente. Come Georg Simmel all’inizio del secolo argomentava ne “La metropoli e la vita dello spirito”, il sovraccarico esperienziale che coinvolge in un turbine l’abitante della città non può che provocare in questo, come reazione difensiva, una distaccata razionalità ed un atteggiamento blasè. Il cittadino è uno sradicato, non appartiene ad una comunità, né ad una storia.

Si trova nella condizione poco invidiabile di non avere a disposizione valori di riferimento comunitari a cui appellarsi e, ipocrita, cerca di camuffare con l’estensione della libertà questa alienazione dalla storia e dalle tradizioni del suo popolo. Questa la condizione che Goga sperimenta amaramente a Budapest, quella del dezrădăcinat, lo sradicato. Un intruso, uno straniero che guarda con nostalgia verso il mondo del villaggio e della fanciullezza:

“Il villaggio mi appariva lontano come un’isola di salute, serena ed onesta”

La soluzione a questo impasse insieme individuale e nazionale sembra essere quella del “retaranire”, ritornare allo stato di contadini.

Rudolf Schweitzer–Cumpăna, Famiglia contadina

La poesia di Goga in questo senso sviluppa una linea di pensiero eminentemente rumena, dove il mondo contadino non ha mai assunto un ruolo in contrapposizione con la cultura alta o accademica indigena. Anzi, entrambi i mondi erano accomunati dalla feroce opposizione alla cultura straniera, vuota, seriale e cosmopolita. La grande voce del romanticismo rumeno, Mihai Eminescu, alludeva a questa dicotomia dalla valenza quasi ontologica quando nell’Epistola III, faceva pronunciare queste parole al sovrano Mircea il Vecchio. Il re si rivolge al sultano ottomano Baiazid che aveva invaso il Paese:

“Io? Difendo la povertà e i bisogni del mio popolo…

E quindi tutto ciò che si muove in questa terra, acque, fronde,

È amico solo a me, ma di te è nemico,

Sarai avversato da tutto e da tutti senza nemmeno accorgertene;

Non abbiamo eserciti, ma l’amore di patria è un muro

Che non rabbrividisce per terrore di te, o Baiazid”

Nella seconda parte del componimento, Eminescu si scagliava contro i ricchi borghesi che dilapidavano le ricchezze estorte sfruttando i contadini in patria:

“A Parigi, nell’accidia di cinici lupanari,

Con quelle femmine perdute in orge oscene,

Là avete giocato all’azzardo gli averi e la giovinezza”

All’inizio del XX secolo la rivista Sămănătorul – Il seminatore –, ovvero lo Strapaese rumeno, aveva esplicitamente messo al centro del suo programma, insieme politico e letterario, l’esaltazione delle tradizioni rurali e della figura del contadino, considerato come già in Eminescu, l’elemento unificante della nazione. Dal mondo contadino e dalle sue tradizioni, sarebbe dovuto partire lo sforzo di creare una cultura nazionale originale, radicata nel passato eroico del popolo e liberata dalla influenza opprimente della chiesa ortodossa e delle varie mode occidentalizzanti. Sintetizzava sulle pagine della rivista lo storico Nicolae Iorga:

“Conoscendo ciò che siamo, sentendoci romeni… vogliamo, nel più stretto legame con ciò che è stato sano nel passato, costruire con mezzi romeni una civiltà romena per tutti i romeni”

E in riferimento alle letterature dell’Europa occidentale affermava:

“questa cultura non la vogliamo che come un impulso per la nostra propria cultura, che dobbiamo costruire noi per noi”

Ludovic Bassarab, Il ritorno del carrettiere

Anche Goga riflette sul problema del cosmopolitismo e delle influenze straniere, giungendo alla conclusione che una acritica accettazione di queste tendenze rischia di risolversi ben presto in un appianamento delle specificità individuali e nazionali. Anzi, alla piena comprensione dell’umanità si può giungere solo esaltando le peculiarità nazionali, poiché l’amore per l’umanità inizia dall’amore per il proprio popolo e per la sua storia:

“Io ho creduto sin dall’inizio nello specifico nazionale, ho creduto cioè che non si accede all’universalità che attraverso una porta propria. Ho creduto nel diritto alla vita del valore autoctono, come complemento del principio di universalità. Ho detto che opprimere e sopprimere una manifestazione di particolarismo locale, spirituale, significa rubare dal grande tesoro dell’universalità. Ecco perché io considero gli oppressori che stanno strangolando i popoli una sorta di briganti dell’umanità”

Nei componimenti di Goga viene elaborato con originalità ed un inconfondibile tono personale quest’ordine di idee. Il mondo contadino, le sue tradizioni, il villaggio, epifanie dell’anima rumena, si presentano sì come ideale a cui aspirare, ma nello stesso tempo come un mondo perduto per sempre, forse anche tradito dallo stesso poeta. Goga non intona un soddisfatto peana di restaurazione del passato, ma sussurra accompagnato dalla corda elegiaca del rimpianto:

“Mi riappare un mondo antico,

Non ciò che accadde mi torna alla mente,

Ma ciò che sarebbe potuto accadere” (Canta la morte)

Scatto ritraente Octavian Goga sulla sinistra e Aurel Vlaicu sulla destra

Ritorna insistente, quasi ossessivo, con sorprendenti accenti pascoliani, l’immagine della casa, nido d’affetti e grumo esistenziale denso di significati e storia, cordone ombelicale da cui il poeta è stato strappato a forza, che spesso si impone all’improvviso come enigmatica rivelazione:

“Casetta bianca, quasi azzurra

Sotto le verdi sommità d’un colle,

Nella mia notte d’esilio

Perché oggi ti mostri a me,

Casetta bianca transilvana?

Qual flusso d’ombre alla deriva

Ti fa tornare al mio pensiero” (Vento di sera)

In “Casa nostra” il poeta torna nella casa natia ormai diroccata. Erbacce hanno invaso l’aia, l’intonaco cade a pezzi e la porta di quercia marcisce. All’interno si addensano fitte ragnatele e i raggi che riescono a trapelare all’interno qui vengono intrappolati. Le vecchie filastrocche, i racconti di suocere e comari dormono sotto la cenere del camino. La vista del bastone del pastore appeso all’architrave lo riporta al tempo passato. Questo oggetto riaccende il ricordo. Sembra riapparire la figura del padre e:

“Riappare la mamma nella dispensa

Prepara piano le mie provviste;

Intenerita mi bacia

Sui capelli biondi, sulla bocca:

Caro, di’ il Padre Nostro la sera

E comportati bene scuola!” (Casa Nostra)

In alcuni componimenti di Goga si direbbe che l’ingombrante peso dei ricordi, tramutatisi in vive presenze, può arrivare anche a soffocare ogni tentativo di superare l’assuefazione al passato, sì lieto e grande, ma paralizzante: in agguato dietro ogni angolo della casa si nascondono gli spettri che gettano:

“Polvere di sepolcri negli occhi di chi passa”

E che:

“dal primo all’ultimo,

vogliono rovinare la casa nuova” (Gli spettri)

Ludovic Bassarab, Giorno di festa

La casa abbandonata, d’altra parte, non è che la sineddoche del villaggio ormai spopolato. “Attesa” si apre con la descrizione di un villaggio al margine del bosco: il destino ha imposto ai giovani di abbandonare la propria famiglia, “da ogni casa è assente qualcuno”. Le canzoni del passato si spengono lentamente, mentre le belle fate di cui narravano storie fiabesche muoiono abbandonate nell’attesa vana dei principi azzurri e i prodi non si coprono più di gloria combattendo contro i draghi. Di rado giunge una lettera al paese, inviata da chi se n’è andato:

“Allora si rasserena d’incanto

Il cerchio delle casette bianche;

Sul sagrato, al calar della sera,

Tutta la gente è radunata.

E il parroco, con gli occhiali appannati

Legge la lettera ad alta voce

Mentre la luna illumina

Le fronti arse dal sole” (Attesa)

Ne “I miei canti” coloro che erano stati costretti ad allontanarsi dal villaggio diventano pian piano degli stranieri, sono gli “uccelli migratori che il nido non conosce più”: senza il loro cinguettare il nido rimane ormai disfatto. Superfluo sottolineare il carattere smaccatamente pascoliano del lessico impiegato da Goga. Nella rappresentazione del villaggio transilvano di Goga, d’altronde, rintracciamo diverse corrispondenze con il mondo contadino riflesso nel prisma letterario del poeta italiano. In entrambi gli autori, il villaggio spesso scivola dalla realtà nella dimensione onirica del ricordo d’infanzia, delineandosi come un mondo verso cui si tende, ma che è perso per sempre. In “PatriaGiovanni Pascoli, dopo una rêverie descrittiva di un paesaggio estivo, si rende conto di essere nei confronti di quel mondo uno straniero e si chiede:

“… dov’ero? Le campane

mi dissero dov’ero,

piangendo, mentre un cane

latrava al forestiero,

che andava a capo chino” (Patria)

Goga esprime ripetutamente il desiderio di poter tornare al villaggio, ritornare di nuovo un contadino. In “Desiderio” immagina di sposarsi e, abbandonato l’ambiente malsano della città, di vivere nuovamente al villaggio, in una rinnovata comunione con i suoi genitori e gli altri contadini:

“Lontano da qui vorrei condurti

In altri mondi sereni

Nella Domenica delle Palme

Vorrei sposarmi con te

[…]

Io riunirei i contadini e

Leggerei quel ch’è scritto nei libri:

Che discendiamo da una stirpe di re,

Di un paese lontano,

Che tutto il mondo, largo e tondo,

Era nostro, una volta” (Desiderio)

Ma Goga ha abbandonato per sempre questo mondo, come un’infanzia ormai passata: intraprende dei goffi tentativi, ma non riesce più a ballare la hora, la danza popolare rumena. Il desiderio si trasforma allora in un rimpianto ne “I vecchi”:

“Fossi rimasto all’aratro,

fossi rimasto alla falce!”

La madre sul libro della messa e il padre nella barba piangono il figlio lontano, ormai străinul, ovvero straniero, come il misterioso viandante della poesia omonima che giunge al villaggio in abiti cittadini, si interessa ai fatti del borgo, visita il cimitero, ma non viene riconosciuto da nessuno.

Alexandru Ciucurencu, mezzogiorno

Possiamo definire Goga come il poeta vate della Transilvania e della Romania, seppure con alcune precisazioni. Lecita l’estensione al dominio estetico e letterario dell’affermazione di Emil Cioran, che come il poeta nacque a Rășinari, secondo il quale Goga:

“Ha introdotto una dimensione profetica nella politica romena”

L’elemento messianico è indubbiamente ricorrente nelle sue poesie.  Nella poesia d’apertura della prima raccolta, incipit proemiale non solo del libro, ma di tutta l’opera goghiana troviamo una appassionata preghiera. Il poeta del mondo classico invocava la Musa per ricevere l’ispirazione adeguata al compito che si era imposto. Goga prega Dio affinché faccia risuonare nel suo furor poeticus le sofferenze secolari della sua gente:

“… con la tua guida sapiente

verso coloro che son sempre gli ultimi

dirigi il mio sguardo, o Signore

[…]

Dammi la furia con cui gridano

E gemono schiavitù di secoli.

Da troppo gli umiliati, nell’ombra

Curvano le schiene sotto il giogo…

Il loro dolore, il loro terrore

Fa’ che si calino in me” (Preghiera)

Vas d’elezione, ma in negativo: Goga non è colui che attivamente si mette alla guida del proprio popolo, ma piuttosto colui che annulla la propria individualità, per far sì che il popolo dei contadini rumeni riesca a parlare attraverso la sua voce:

 “Sono il sospiro di chi piange

Lassù, nel mio villaggio tra i monti

Sono la voce spenta nel sangue

Delle vedove transilvane” (Senza patria)

Goga diventa il profeta, titolo di una delle sue ultime poesie, di una nuova para-religione, quella dello spirito popolare e della riscossa nazionale ed annuncia la venuta di una nuova età. I contadini saranno i martiri di questa nuova religione:

 “Voi soli custodite l’altare

Della nostra speranza” (I lavoratori della terra)

Goga tra gli anni venti e trenta del Novecento

“Con gli occhi spenti, il contadino sembrava

Un martire della chiesa antica” (Il falciatore)

Ne “I servi dei campi” il poeta osserva, sotto la lancinante canicola estiva, i contadini avanzare come in un corteo funebre, una lunga fila di derelitti incatenati alla loro dura fatica. Sono:

“Soldati senza nome

che combattono per tutti noi,

i martiri del pane senza mercede

legati da secoli al dolore”

Appare dietro il padrone, pingue e felice della sua ricchezza, che si scaglia con rabbia contro chi esausto smette anche per pochi attimi di lavorare. A mezzogiorno quando interrompono l’attività, una giovane donna prende in braccio il pargolo lasciato all’ombra sulle erbe secche e lo allatta. È una rivelazione mistica: il poeta, quasi novello Giovanni Battista, annuncia la venuta di un nuovo Messia:

“È il santo messaggero, l’annunziatore tremendo

che ci redimerà dai patimenti antichi”

Il riscatto futuro, il superamento della condizione afflitta del presente in Goga si radicano profondamente nei valori e nel mondo del passato. Il suo linguaggio poetico a tratti religioso e mistico si fa interprete delle aspirazioni di riscatto sociale e di indipendenza nazionale. Riflette così sul ruolo dell’intellettuale:

“lo scrittore deve essere un lottatore che apre nuove strade, un grande pedagogo della stirpe, che ne lascia filtrare i dolori attraverso la sua anima trasformandosi in una tromba d’allarme, uno sconvolgitore di masse, un seminatore di fede e di vittoria”

Raffigurazione di Sándor Petőfi

Alla fine della sua produzione Goga riflette, però, sugli effetti limitanti che questa esperienza poetica totalizzante, questo compito autoimposto, ha avuto sul ventaglio tematico e sulla maturazione letteraria della sua opera. Goga si ritrova alla fine come il protagonista de “Il cantore vagabondo” che ha dimenticato il proprio dolore, poiché aveva deciso di soffrire solo per le pene degli altri. Quando questi ha iniziato a piangere per il suo dolore, solo allora si è amaramente reso conto che non c’era nessuno in tutto il popolo adunato a vedere le sue lacrime. A questo sentimento allude forse anche l’affascinante “A Petőfi”, apostrofe al poeta nazionale ungherese, la cui produzione si articola in una varietà di temi, anche molto lontani da quelli politici e tirtaici, che dominano completamente invece in quella goghiana.

Il cantore magiaro della libertà del proprio popolo, morto in combattimento a 24 anni e di cui Goga tradusse in rumeno diverse poesie, viene inaspettatamente definito nell’incipit della poesia “nemico mio di tutti i tempi”. Nei versi del componimento si articola una bloomiana “anxiety of influence”, in cui si intrecciano inestricabilmente rivendicazioni letterarie e politiche. Il sorriso beffardo di Sándor Petőfi con sufficienza si staglia in cielo e lo guarda con commiserazione, prendendosene gioco. Goga spera di poter morire in battaglia, di offrire la propria vita per la costruzione di un mondo nuovo: allora anche i rumeni in Transilvania saranno liberi ed avranno l’indipendenza che gli dei hanno garantito a Petőfi e agli ungheresi. Immagina di essere:

“sepolto nella terra che non sarà più tua”

Si potrà allora riconciliare col poeta nazionale ungherese, modello e concorrente:

“Cammineremo accanto sereni, sull’oceano senza rive,

Mentre i nostri canti dormiranno, coperti di polvere,

Nella santità della gloria, come fulmine placati” (A Petőfi)

La poesia “Olt” costituisce il capolavoro di Goga. Il fiume Olt nasce in Transilvania e scorre placido per la Valacchia e l’Oltenia, unendo così regioni allora politicamente divise. Il letto del fiume, “cittadella d’acque”, custodisce addormentata la memoria di sogni infranti e delusi. Con grazia viene delineato un quadro bucolico e nostalgico:

“Al tuo seno vengono al tramonto

Timide, le fanciulle vergini

E la mattina vengono le spose

Col grembiule raccolto alla cintura.

E vengon pastori col cappuccio bianco

Narrando sullo zufolo il loro struggimento

E quante canzoni e lacrime

Non porta l’onda che va…”

Nicolae Grigorescu, Lavanda al fiume

Ma nel fiume scorre anche il ricordo della grandezza di un tempo:

“Gloriosi frammenti di storia,

da quanto tempo vi abbiamo sepolti!”

Un tempo il fiume, come un padre, chiamava dai boschi i giovani rumeni e li incitava alla battaglia contro gli invasori stranieri. I nemici rimanevano pietrificati davanti all’impeto bellico: il fiume si tingeva di sangue e “imporporato in volto” gonfiava le sue onde, come celebrando il trionfo. L’epos fluviale si chiude con un lugubre e pietoso desiderio: il poeta spera che il fiume esondi e travolga le tombe di coloro che sono sepolti nella Transilvania irredenta per portarle in terra rumena:

 “Gli avanzi dei nostri corpi

Travolgi dalle nostre fosse

E raccogli tutte le tue acque;

Portaci via, in un altro paese!” (Olt)

Il componimento rappresenta un’originale rilettura della carducciana “Alle fonti del Clitumno”, con la sostituzione in Goga del mito classico col mito popolare rumeno e della tirata anticristiana del poeta toscano con l’invettiva contro gli stranieri occupanti e il sogno dell’indipendenza. Oltre alle poesie Goga compose drammi, novelle e fu autore di numerosi interventi giornalistici. La riflessione sulla figura tragica dell’artista è affrontata nel dramma “Mastro Manole”, che prende il titolo da una leggenda popolare rumena, sviscerata nelle sue valenze storico religiose da Mircea Eliade in un saggio del 1943. Secondo la ballata popolare, Mastro Manole dirige i suoi muratori nella costruzione di una basilica commissionatagli dal principe Radu il Nero. La costruzione, però, una volta completata crolla. Anche i successivi tentativi di ricostruirla si risolvono inspiegabilmente in un crollo finale.

Manole ha una rivelazione in sogno: affinché la basilica rimanga in piedi è necessario che questa includa nelle sue mura un essere umano. Manole e i muratori decidono di sacrificare la prima persona che il giorno successivo si presenterà da loro. Arriva la moglie di Manole e questi, disperato, rispetta i patti murando la moglie. Goga riprende il rapporto tra sacrificio, sentimenti e creazione artistica che costituiva il nucleo della ballata. Nel dramma il giovane scultore Andrei Galea ama la sposa di un ricco uomo politico. L’adulterio è scoperto e viene sfidato a duello dal marito. Si salva, ma è costretto a lasciare la donna: dallo struggimento e dal ricordo per la donna persa per sempre si sviluppa l’estro artistico che lo guida nello scolpire il suo capolavoro.

Nozze di Pietra (Dan Piţa & Mircea Veroiu), film su due vicende dal tono popolare ambientate in Transilvania

Goga costruisce, partendo dalla storia e dalle tradizioni delle classi sociali più umili, un mondo poetico di conflitti irrisolti e di laceranti esperienze di vita. Il poeta ha sviscerato nelle sue poesie il problema del rapporto tra l’attività intellettuale individuale e il mondo comunitario di valori tramandati da generazioni. Goga vuole ricongiungersi a questo mondo, ma capisce che l’unica via per risollevare gli oppressi dalla loro condizione di sudditanza passa per il sacrificio della sua ispirazione poetica e della sua metamorfosi esistenziale da contadino in intellettuale: nella produzione di Goga domina il paradosso di un riscatto che può avvenire solo con la separazione da ciò a cui si vuole rimanere uniti. D’altronde, se la città lo respinge come straniero e l’influenza estera assume la ripugnanza simbolica del:

“fantasma borghese

di quel tedesco enorme, su una panchina appartata che accarezza la moglie obesa”

Lo stesso villaggio non lo riconosce ormai come figlio:

“Dal primo istante

Che abbandonasti il vecchio focolare,

La tua casa col tetto di assicelle,

Da allora ha inizio la tua lenta morte” (Agonia)

Si affaccia più volte una soluzione alla crisi esistenziale e nazionale: il superamento del presente, segnato dalla minaccia oscura della città e dallo sfruttamento dei contadini, potrà avvenire solo immaginando un futuro radicato nel passato nazionale e popolare. O forse questa è solo la pia illusione nutrita dal poeta, forse quel mondo perso per sempre potrà nutrire non la riscossa, ma solo il rimpianto.